Gianni Lannes segnala al direttore della Gazzetta alcune inesattezze negli articoli sulla strage del Francesco Padre

Alla cortese attenzione di Giuseppe De Tomaso

Gentile direttore,
ho notato che la Gazzetta nell’edizione di ieri e in quella odierna, ha dedicato ampio spazio alla tragica vicenda del Francesco Padre. Ho rilevato, purtroppo, che gli articoli – fatti passare agli ignari lettori, addirittura per “esclusivi” – contengono una serie notevole di imprecisioni e palesi inesattezze (anche a proposito delle rogatorie). Il 4 novembre 2008, il quotidiano La Stampa, ha pubblicato la mia seconda inchiesta sulla vicenda del peschereccio molfettese, intitolata “A picco per una bomba amica”. E il 14 novembre 2009, la casa editrice la Meridiana, ha pubblicato il mio saggio di inchiesta NATO: COLPITO E AFFONDATO: un volume assunto dalla procura di Trani come fonte di prova che ha consentito alla magistratura di riaprire il caso (archiviato nel 1997) nel febbraio 2010, e non nel 2012, come riportato da Longo e Scagliarini. Mi spiace davvero che il pur attento giornale come La Gazzetta del Mezzogiorno sia incappato in taluni errori ed omissioni. In ogni caso, sono a sua disposizione per qualsiasi chiarimento in merito. Per la cronaca: sto ultimando un docufilm sulla vicenda e ho individuato le unità navali responsabili della suddetta strage.

Cordiali saluti!
Gianni Lannes

10.11.2014

Francesco Padre, il giallo  dei tre aerei americani

Strage Francesco Padre «Fu un atto di guerra». I pm: è un caso Ustica

ECCO CHI HA ASSASSINATO I PESCATORI ITALIANI DEL FRANCESCO PADRE

0868602

di Gianni Lannes – sulatestagiannilannes.blogspot.it

Mare Adriatico: notte a cavallo fra il 3 e il 4 novembre 1994. Due unità da guerra dell’US Navy, la fregata USS YORKTOWN ed il sommergibile USS L. MENDEL RIVERS, sparano senza alcun motivo contro la motobarca Francesco Padre di Molfetta intenta a pescare. La barca affonda e muoiono sul colpo Giovanni Pansini (45 anni), Luigi De Giglio (56 anni), Saverio Gadaleta (42 anni), Francesco Zaza (31 anni), Mario De Nicolo (28 anni), ed il cane Leone. Il peschereccio viene colpito da un ordigno che trapassa lo scafo, a poppavia sinistra sotto la linea di galleggiamento. Non contenti, i militari yankee mitragliano senza pietà questi pacifici lavoratori del mare.

http://www.youtube.com/watch?v=ryLN7zYkzDU

Ufficialmente, a mezzanotte e mezza, un pattugliatore marittimo (P3C Orion) degli Stati uniti d’America – decollato dalla base di Sigonella in Sicilia – segnala un bagliore in mare. «Poiché sono passati circa 20 anni dall’incidente, è stato difficile trovare informazioni rilevanti ai fini dell’indagine. Riguardo ai punti indicati nella richiesta del Dott. Maralfa (punti 1-12) non ci sono informazioni di risposta». E’ l’ultima menzogna del governo degli Stati Uniti d’America, sponsorizzata dal Pentagono e a firma del delegato del consiglio generale Charles Allen, alla richiesta di rogatoria della Procura della Repubblica di Trani.

Si dà il caso che nell’archivio NATO (Afsouth) e dell’US Navy sia custodita la documentazione integrale dell’operazione Sharp Guard, con l’organigramma di comando e l’elenco delle unità aeronavali coinvolte. Addirittura, sia le pedine del patto atlantico che quelle dell’Unione europea (Ueo) hanno attestato il falso dichiarando negli atti che quell’operazione di polizia marittima era stata richiesta da alcune risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu. In realtà, ad un’attenta disamina, non vi è alcun riferimento. L’Italia è membro passivo (subordinato) dal 1949 della cosiddetta alleanza a stelle e strisce.

A dirla tutta c’era la guerra che partiva dalle basi nordamericane in Italia (Aviano, Gioia del Colle, eccetera), in un tempo di pace apparente, in palese violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana.

Il presidente degli Stati Uniti d’America con la direttiva secret 133 (National Security Decision Directive), aveva deciso anzitempo di disintegrare la Jugoslavia, e così è stato. La carneficina voluta da Washington ha mietuto ben 300 mila vittime, soprattutto civili. Inoltre, il Mare Adriatico è stato disseminato durante quel conflitto di ordigni all’uranio impoverito e al fosforo, mai recuperati.

Nel novembre del 1994 al quirinale regnava Oscar Luigi Scalfaro, mentre il governo tricolore era rappresentato da Silvio Berlusconi (presidente del consiglio), Cesar Previti (ministro difesa), Antonio Martino (ministro esteri), Roberto Maroni (ministro interni). Alla casa bianca (white house) c’era mister Bill Clinton (affiliato all’organizzazione terroristica internazionale Bilderberg – finanziata da David Rockefeller e diretta da Henry Kisisnger – alla stregua di Romano Prodi, Mario Monti, ed Enrico Letta). A tutt’oggi, i numerosi governi di Roma non hanno risposto alle numerose interrogazioni ed interpellanze parlamentari sul caso del Francesco Padre. Perchè? Qualcosa da nascondere?

Dunque, le responsabilità penali sono evidenti nella catena diretta di comando. Oltretutto, siamo dinanzi ad una manifesta violazione dei diritti umani e delle norme giuridiche internazionali. Infatti la missione Sharp Guard (guardia implacabile) va in onda dal 1993 al 1996, senza alcuna pezza d’appoggio dell’Onu, a copertura dell’attività bellica di presunto embargo.

All’epoca, il pubblico ministero Elisabetta Pugliese, coadiuvata dal consulente tecnico Giulio Russo Krauss (docente all’Accademia navale di Livorno) inspiegabilmente non ha disposto il recupero del relitto e delle salme, bensì ha richiesto ed ottenuto pur senza alcuna motivazione plausibile l’archiviazione del caso (anno 1997).

La notte fra l’1 e il 2 luglio 2009, ignoti fanno saltare in aria la mia auto. Proprio la mattina del 2 luglio di 5 anni fa, avrei dovuto intervistare il professor Russo Krauss a Napoli, per conto della Rai: infatti stavo realizzando un docufilm per il programma “La storia siamo noi” diretto da Giovanni Minoli. Risultato: viale Mazzini blocca tutto. Poco dopo muore improvvisamente Giulio Russo Krauss. Nel frattempo, subisco altri due attentati. Comunque il 14 novembre 2009 viene pubblicato il libro di inchiesta NATO: COLPITO E AFFONDATO. Il capo della Procura di Trani, Carlo Maria Capristo assume subito come fonte di prova il predetto volume, e così nel febbraio 2010 riapre il caso.

In sostanza: il governo United States of America ha portato la guerra nei Balcani ed i governi italiani hanno ubbidito al diktat nordamericano. Il tragico risultato è sotto gli occhi del mondo.Una carnefica di esseri umani e la disintegrazione di un Paese sovrano per far posto a basi belliche ed organizzazioni criminali, che sotto l’egida di Wall Street smerciano impunemente droga, armi ed esseri umani anche in Europa.

Le stragi non cadono in prescrizione. I responsabili vanno individuati e processati a tutti i livelli, inclusi gli indegni rappresentanti governativi di Italia & USA. A capo di Sharp Guard c’era l’ammiraglio italiano Mario Angeli. Perché non è stato mai chiamato in causa dai magistrati, o meglio indagato? Infine: le famiglie dei 5 pescatori vanno congruamente indennizzate e risarcite in termini economici.

riferimenti:

Gianni Lannes,  NATO: COLPITO E AFFONDATO, La Meridiana, 2009

Gianni Lannes, NATO: LA STRAGE DEL FRANCESCO PADRE, Digressione, 2014

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/03/nato-colpito-e-affondato-una-strage-di.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=francesco+padre

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http://www.navsea.navy.mil/teamships/Inactiveships/Historic/pdf/Fourth%20Annual%20Report%20of%20the%20Program%20Comment%20for%20Disposition%20of%20Historic%20Vessels%20dtd%2019%20Nov%2013.pdf

http://www.navsea.navy.mil/teamships/Inactiveships/Historic/pdf/YORKTOWN_DOI.pdf

http://www.navsea.navy.mil/teamships/Inactiveships/Historic/pdf/11-Ser%20NA-Annual%20Report%20on%20Disposition%20of%20Historic%20Vessels-DTD%204%20March%202011.pdf

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http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/787%281992%29
http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/820%281993%29
http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/943%281994%29
http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/1021%281995%29
http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/1022%281995%29

Strage del Francesco Padre: «Fu un atto di guerra». I pm di Trani: è un caso Ustica

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di GIOVANNI LONGO e MASSIMILIANO SCAGLIARINI

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Vent’anni fa a bordo del «Francesco Padre» non c’erano né esplosivi né armi che potessero saltare accidentalmente in aria. Un «tragico errore», oppure «una rappresaglia», o infine una mina accidentalmente finita nelle reti, causarono l’affondamento nelle acque territoriali montenegrine del peschereccio partito da Molfetta. La Procura di Trani ha chiuso la terza inchiesta su ciò che avvenne alla mezzanotte e trenta del 4 novembre 1994. Uno slalom tra depistaggi, muri di gomma, perizie sbagliate e incredibili coincidenze che ribalta la verità ufficiale su quanto accadde quella notte in mare, a 20 chilometri a sud-ovest di Budva. Ma la tragedia in cui morirono 5 pescatori molfettesi rimarrà senza colpevoli. Adesso possiamo dirlo: è la nostra Ustica.

Il procuratore Carlo Maria Capristo e il sostituto Giuseppe Maralfa (oggi in servizio a Bari) avevano di fatto chiuso le indagini lo scorso febbraio, dopo due anni di lavoro. Nei giorni scorsi la Procura tranese ha chiesto l’archiviazione su cui ora dovrà esprimersi il gip Francesco Zecchillo. In questi mesi non sono arrivate risposte esaurienti alle rogatorie dettagliate inoltrate a otto governi, a partire dagli Usa. L’imponente indagine è concentrata in centinaia di pagine di ricostruzione, dalle quali emerge una verità totalmente nuova. Da un lato c’è la parola «ignoti», che non potrà essere cancellata dal capo di imputazione. Tuttavia, scrive la Procura, «si profila con alto grado di probabilità la pista omicidiaria». E, con essa, il terribile sospetto che il «Francesco Padre» possa essersi trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Proprio come il Dc-9 dell’Itavia, con le stesse macabre analogie tra l’equipaggio del peschereccio Francesco Padre e i passeggeri del Bologna-Palermo precipitato nel 1980: vittime innocenti decedute in uno scenario oscuro tra guerre aperte, omissioni e, forse, depistaggi.

LE TRE IPOTESI Anzitutto, dunque, non ci fu alcuna esplosione a bordo del Francesco Padre. Proprio quello che i parenti delle vittime, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni, Nicky Persico, Nino Ghiro e Vito D’Astici, e i loro compagni di lavoro, dicevano da anni: il comandante Giovanni Pansini era un uomo di mare, non un contrabbandiere o peggio un trafficante. Le conclusioni dell’inchiesta su questo sono categoriche: si deve «escludere», scrive la Procura, che il Francesco Padre «affondò in conseguenza della detonazione di un ingente quantitativo di esplosivo trasportato a bordo per finalità (ovviamente) illecite». Ma cosa accadde, allora?

Le ipotesi sono tre.

Primo: una azione «comunque collegata alla operazione Nato-Weu “Sharp Guard” e alla guerra civile in atto nella ex Jugoslavia. Secondo: «Una condotta omicidiaria premeditata posta in essere, per rappresaglia o per intimidazione, in collegamento teleologico con le attività estorsive condotte dalla criminalità organizzata serbo-montenegrina, in danno dei pescatori italiani». Terzo: la «esplosione a bordo (zona poppiera sinistra) o fuori bordo (ma in prossimità della zona poppiera-murata di sinistra dello scafo) di un ordigno pescato accidentalmente dalle reti dell’imbarcazione nel corso delle operazioni di pesca a strascico».

NIENTE ESPLOSIVI – Per sostenere questa tesi la procura deve smentire la consulenza tecnica del professor Giulio Russo Krauss, che nel 1997, sulla base delle videoriprese subacque, ipotizzò appunto una esplosione a bordo del Francesco Padre. Il punto più danneggiato, dice la Procura, fu effettivamente la murata di sinistra, tuttavia «urta contro la logica l’affermazione che l’esplosione sia avvenuta all’interno dell’imbarcazione, e segnatamente nella cala del motorista».

La tesi secondo cui nella cuccetta a sinistra della poppa, utilizzata da Luigi De Giglio, fossero trasportati esplosivi o armi, «urta contro la logica» e semplicemente «non regge», «a meno che non si voglia ipotizzare, in assenza tuttavia del benché minimo elemento anche solo indiziario in tal senso, una condotta di suicidio-omicidio». E questo per due motivi. Primo, perché se l’equipaggio avesse voluto trasportare armi o esplosivi, «il “Francesco Padre”, come tutti i motopescherecci dello stesso tipo, disponeva di numerosi altri ambienti idonei». Secondo perché i collaboratori di giustizia sentiti nel corso delle indagini hanno escluso che la marineria italiana si fosse «mai resa protagonista di traffici di tal fatta».

Terzo, perché assodato che l’epicentro della esplosione è tra la poppa e la murata sinistra, se la detonazione fosse avvenuta all’interno, trattandosi di ambiente unico «avrebbe necessariamente interessato in modo catastrofico anche la zona poppiera di destra e la murata di quel lato dell’imbarcazione», circostanza esclusa dalle immagini subacquee del 1996.

LE ANALISI – Sui reperti del peschereccio sono state trovate tracce di nitroglicerina e dinitrotoluene, che nella prima inchiesta erano stati valutati come indizio di esplosivi cosiddetti «di circostanza», tipici di ordigni artigianali. Non militari, dunque. Ma, a parte che quella in corso nella ex Jugoslavia, era effettivamente una guerra civile, e dopo la riapertura delle indagini è arrivata una conferma dal Centro di supporto e sperimentazione della Marina Militare: quelle due sostanze «sono contestualmente presenti nelle cariche di lancio di alcune tipologie di munizionamento navale» impiegato dalla nostra marina.

DALL’ESTERNO – Valorizzando la perizia dell’ingegner Guglielmo Mele, nominato dall’assicurazione del «Francesco Padre», la Procura osserva che l’esplosione avvenne «dall’esterno dell’imbarcazione verso l’interno, e non viceversa». Esattamente il contrario di quanto era stato sostenuto fino a oggi. Ma anche la nuova verità si basa sulle stesse immagini girate allora: «Un serbatoio metallico originariamente addossato alla murata sinistra, ancorché apparentemente non deformato dall’esplosione – scrive ad esempio la Procura -, è scostato dalla detta murata di alcuni centimetri (e quindi si è spostato verso l’interno dello scafo)».

LO SCAMBIO E I SERVIZI – Ma allora perché è affondato il «Francesco Padre»? Una prima ipotesi valorizza una circostanza emersa dalle nuove acquisizioni documentali che la Procura ha effettuato presso l’Aisi (i servizi segreti interni): un dispaccio Nato riferisce che il 2 novembre, alle 9,30, il sommergibile spagnolo Tramontana avvistò «un peschereccio probabilmente dedito alla pesca con esplosivi». Non era il Francesco Padre (era molto più grande, circa 400 tonnellate di stazza contro le 58 dell’imbarcazione pugliese, e aveva «lo scafo e la sovrastruttura di colore bianco con due alberi rossi»), ma – scrive la Procura – «è noto e storicamente accertato l’utilizzo di motopescherecci nella lotta antisommergibile». Il Francesco Padre, insomma, «per un tragico errore» potrebbe essere stato «scambiato per uno di quei natanti utilizzati in funzione antisommergibile e, in particolare, per il motopesca individuato due giorni prima dal sommergibile spagnolo». Avrebbero potuto chiarirlo meglio le registrazioni delle navi presenti quella notte nel teatro di operazioni. Ma la Uss Yorktown «non disponeva più dei dati relativi alle registrazioni di comando e controllo», mentre le scatole nere del pattugliatore che avvistò per primo l’esplosione «vennero addirittura distrutte già 30 giorni dopo l’incidente».

Così come le generalità dei piloti «sono state segretate dalla Nato con conseguente impossibilità di acquisirne la testimonianza». La Procura ha tentato allora con una rogatoria internazionale. Ma gli Stati Uniti si sono limitati a rispondere che «non ci sono informazioni disponibili a causa del lasso di tempo trascorso». e che «non abbiamo informazioni nei nostri archivi che indichino persone, navi o aerei statunitensi coinvolti nell’affondamento». Il Montenegro, cui è stato chiesto se c’era stata qualche operazione militare, si è opposto alla rogatoria sostenendo che le risposte «minerebbero la potenza militare dello Stato montenegrino». Il Regno Unito, poi, non ha neppure risposto.

LA RAPPRESAGLIA – L’altra ipotesi è che il Francesco Padre sia stato affondato dai montenegrini perché il suo armatore non sarebbe stato ai patti: alle imbarcazioni italiane veniva richiesto il «pagamento di tangenti per la pesca in acque montenegrine a vantaggio di una organizzazione criminale serbo-montenegrina con collegamenti di parentela ai vertici del governo di quella Repubblica». A suggerirlo, almeno in parte, una serie di documenti del Sisde secondo cui, appunto, il peschereccio italiano potrebbe essere stato affondato da parte di un sommergibile» delle forze armate Serbo-montenegrine, salpato dal «rifugio protetto» di Spiljice, quello da cui l’esercito regolare coordinava il dispositivo di blocco navale delle imbarcazioni mercantili italiane. I servizi segreti hanno consegnato i documenti, «privi tuttavia del nominativo di copertura, occultato, della fonte fiduciaria di quella divisione»: la Procura non li ha potuti interrogare, e dunque quelle informazioni non sono utilizzabili. L’inchiesta giudica tuttavia «inverosimile» il movente indicato fin dall’inizio dai servizi segreti, cioè la circostanza secondo cui il Francesco Padre trasportasse «armi ed esplosivo di provenienza russa» e dunque sarebbe stato affondato «perché non avrebbe rispettato gli accordi finanziari, relativi al carico, stipulati con funzionari governativi montenegrini». Un traffico che, sempre secondo i servizi italiani, sarebbe stato gestito direttamente dall’allora primo ministro Milo Djukanovic, già coinvolto in Italia in processi per contrabbando.

LA MINA – Terza e ultima ipotesi, quella di una mina accidentalmente impigliata nelle reti. Ma che richiede un ulteriore passo avanti rispetto all’inchiesta precedente, secondo cui al momento della tragedia l’equipaggio del Francesco Padre dormiva, tranne Mario de Nicolo (l’unico di cui è stato recuperato il corpo) che era al timone. Secondo la Procura, invece, in quei minuti l’equipaggio era intento in operazioni di pesca a strascico, in un tratto «che i pescatori di Molfetta chiamavano e chiamano Tramontana». De Nicolo, invece, non era al timone, perché altrimenti avrebbe dovuto avere «le spalle rivolte alla fonte dell’esplosione»: invece le ustioni rilevate sul suo corpo erano sulla parte anteriore del tronco. E anche gli altri marinai non erano sottocoperta, «tanto da essere scaraventati al di fuori del “Francesco Padre” esploso». In più, osserva la Procura, «la zona di mare teatro del tragico affondamento era anche all’epoca, ed è a tutt’oggi, una vera e propria pattumiera di ordigni bellici, residuati della Seconda guerra mondiale, un vero e proprio deposito occulto di esplosivi, anche di notevole potenziale, a disposizione della criminalità organizzata del Nord-Barese, come dichiarato il 30 luglio 1993 dal collaboratore di giustizia tranese Salvatore Annacondia alla Commissione parlamentare antimafia». Ma come si spiegherebbe allora la mancanza di schegge sui pochi reperti recuperati? Con il fatto che l’esplosione potrebbe essere stata causata da «una mina con involucro plastico», come sostenuto dal consulente tecnico del Comune di Molfetta, Alfieri Fontana. O in realtà le schegge ci sarebbero: lo dice la nuova relazione dei Ris, secondo cui sul tirante dell’albero di poppa (incredibilmente smarrito) ci sono «fori sospetti», uno dei quali «compatibile» con l’ipotesi della scheggia. Schegge che potrebbero essere «state trattenute dalle parti metalliche e dalle altre parti del relitto sommerso».

Moby Prince, cade l’ultima bugia: la sala dov’erano i corpi non era punto emergenze

di  – www.ilfattoquotidiano.it

Giornalisti, pubblici ministeri, avvocati, politici, persino consulenti tecnici: molti dei protagonisti della storia tragica del Moby Prince – la sciagura del mare del 10 aprile 1991, 140 morti – hanno contribuito a scolpirne nella memoria collettiva un racconto distorto, ma che è riuscito a superare i dati tecnici verificati. E forse basterebbe fermarsi all’ultima pronuncia della magistratura italiana sulla sciagura, cioè la richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis poi accolta alla fine del 2010. Secondo i pm il comando del traghetto, sorpreso da un banco di nebbia calato all’improvviso sulla sola petroliera Agip Abruzzo, decise di autoaccecarsi con l’accensione di due fari alogeni usati per illuminare il ponte di prua e speronò una cisterna semi-vuota di petrolio da raffinare, dalla quale si alzava immediatamente una palla di fuoco che in mezz’ora risultò letale per le 140 persone a bordo del traghetto, ma non per i membri della petroliera, e tantomeno per l’unico superstite del Moby, Alessio Bertrand: il mozzo fu infatti recuperato un’ora e venticinque minuti dopo la collisione senza un’ustione addosso

Video a cura di studio di ingegneria forense Bardazza di Milano 

Molti tasselli di una narrazione “meno impossibile” sono già noti, mentre altri stanno emergendo grazie alla ricerca condotta da quattro anni dallo studio di ingegneria forense Bardazza di Milano in collaborazione con una squadra di volontari e familiari delle vittime. Di certo, però, in questo percorso i falsi miti – poi sfatati – sono stati duri a morire. Per 23 anni.

“Il salone de lux era il punto di ritrovo”. Falso
L’ultimo di questi pare due volte incredibile: il cosiddetto “salone de lux” del Moby Prince dove – tra dentro e prossimità all’ingresso – trovarono la morte 91 delle 140 vittime della strage, non era la cosiddetta muster station del traghetto. Ovvero non era il punto di riunione in caso di emergenza a bordo. Il tribunale di Livorno nella sentenza di primo grado scrive che la presenza di così tante vittime nel salone principale era dovuta al fatto che in pochi minuti i passeggeri hanno cercato di raggiungere i prefissati luoghi di riunione”. Quindi il salone de lux era, per i giudici, la muster station. La ricerca dello studio Bardazza evidenzia invece che le muster station del Moby Prince erano sul ponte imbarcazioni, nel piano superiore a quello del salone, precisamente negli spazi ristorante e self service. Un’informazione contenuta nella planimetria del traghetto, allegata all’inchiesta sommaria della Capitaneria di porto di Livorno (conclusa alla fine di aprile 1991) e confermata da due documenti audiovisivi: il video amatoriale girato da un passeggero sul Moby Prince il 26 marzo 1991 (15 giorni prima della tragedia) e il video amatoriale di Angelo Canu, uno dei passeggeri del Moby, recuperato in parte intatto nonostante fiamme e calore.

“Sono morti tutti in massimo mezz’ora”. Impossibile
La notizia del punto di riunione è l’ennesimo elemento che pone ulteriori dubbi, come minimo, sulla tesi della morte rapida sostenuta dalla Procura di Livorno sia nella prima inchiesta sia nella seconda, conclusa nel 2010. La maggior parte delle 139 persone che persero la vita sul Moby Prince (la 140esima vittima, Francesco Esposito, si buttò in mare e la sentenza ne dichiarò l’annegamento quasi istantaneo) potrebbe infatti aver avuto il tempo di salire sul ponte imbarcazioni, sostarvi in attesa di soccorso e, solo quando le condizioni di vivibilità divennero insostenibili, essere guidate al ponte inferiore per accedere all’ultima area salubre capace di ospitarle tutte: il salone de lux.

In precedenza un altro aspetto aveva gettato nuova luce sui tempi di sopravvivenza a bordo:l’esame del video dei vigili del fuoco, come già raccontato nel 2013 da ilfattoquotidiano.it, certifica infatti che le persone che lasciarono le manate sulle auto in uno dei garage del traghetto erano stati i passeggeri o i membri dell’equipaggio del Moby Prince. La tesi per cui sono “morti tutti in 20-30 minuti al massimo” risulta così impossibile.

“Guardavano la partita di calcio in tv”. Un’invenzione
Il primo fu Giulio Borrelli: l’11 aprile 1991, durante il Tg1 dell’ora di pranzo, annunciò che in corrispondenza della collisione “si giocava Barcellona-Juventus e questo potrebbe aver favorito una disattenzione generale che purtroppo è stata pagata con la vita da molti”. Altri giornalisti fecero la domanda al comandante dei vigili del fuoco, Fabrizio Ceccherini, che rispose: “Deduco che possa essere così”. La magistratura si chiuse dentro un “dobbiamo indagare”. Eppure smentire la diceria (visto che di prove non ce ne potevano essere) sarebbe stato facile. Infatti basta un passaggio della deposizione del nostromo del Moby Prince Ciro Di Lauro, che quella sera non era a bordo, sentito dai pm di Livorno nel corso dell’inchiesta bis: “Nel 1990 quando abbiamo fatto i mondiali [...] l’Italia è uscita con l’Argentina, dopo tre giorni il comandante Ugo Chessa mi ha detto ‘Nostro’, ma c’amm’ fatt’ con l’Argentina?’. Proprio di calcio non capiva niente, ma niente niente [...] e quale comandante in uscita del porto di Livorno dice ‘Guaglio’ miett’ l’automatico e iamm a vere’ ‘a partita…’. Ma siamo pazzi!”.

“C’era la nebbia”. O vapore?
La Procura di Livorno è sempre stata chiara: “la nebbia” è la principale concausa dell’evento. La sera stessa, d’altronde, lo dissero i vertici della Capitaneria. E anni dopo lo confermerà la Corte d’appello di Firenze definendo però la nebbia “strana”, “inusuale”, che “copriva la sola petroliera”. E c’è chi giura tra i testimoni che fosse simile a vapore. O a fumo. C’è un video realizzato dalla costa 5 minuti dopo l’impatto che mostra che non c’è nebbia. C’è il comandante della Agip Napoli, altra petroliera presente quella sera nella rada del porto di Livorno, che grida alla radio nei confronti della Capitaneria: “Io sono a un miglio e mezzo e sto vedendo quello che succede là eh!”. Un miglio e mezzo: quasi 3 chilometri.

Eppure gli stessi consulenti dei magistrati (due ammiragli di Marina) sostengono che il dubbio doveva essere non se la nebbia ci fosse o non ci fosse, ma di cosa fosse quella che era stata definita nebbia, ma anche vapore, “nebbia strana” e via dicendo. Forse, cioè, quanto ricoprì la sola Agip Abruzzo – secondo i due ammiragli – era il prodotto di un “banale” incidente a un tubo vaporizzatore rotto dell’impianto caldaie, il cuore energetico della petroliera.

“Il traffico d’armi, Ilaria Alpi e la 21 Oktobar II”. Gli scenari suggestivi
Un ulteriore “mito” sulla vicenda collega dinamica della collisione e ritardo dei soccorsi all’ipotesi secondo cui il Moby Prince si sia trovato nelle circostanze di un traffico illegale di armi che coinvolgeva alcune navi statunitensi, militari e militarizzate, di ritorno dalla prima guerra del Golfo ed effettivamente ancorate in rada a Livorno quella notte.  Sostenuta dal libro inchiesta di Enrico Fedrighini (Moby Prince. Un caso ancora aperto, Edizioni Paoline 2006) e ripreso dall’istanza di riapertura delle indagini a firma dell’ex pm antimafia Carlo Palermo, questa tesi si poggia soprattutto sulla presenza accertata nel Porto di Livorno di un peschereccio d’altura, il 21 Oktobar II. Il peschereccio, donato dalla cooperazione italiana alla compagnia somala Shifco, balzò alle cronache perché filmato da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia, durante una movimentazione di armi, anziché di pesce, pochi mesi prima del disastro. L’imbarcazione era ormeggiata alla Calata Magnale del porto di Livorno dal 15 marzo 1991, ufficialmente per interventi di manutenzione e vi rimarrà fino al giugno 1991. Ad alimentare il dubbio di un suo coinvolgimento bastò la testimonianza della moglie di un ufficiale della Capitaneria, residente in una palazzina rivolta verso la banchina, che dichiarò di non aver visto l’imbarcazione la sera del 10 aprile per poi ritrovarla la mattina dopo di fronte alla finestra. Interrogata nuovamente sul caso nel 2010 la testimone invertì gli eventi: la sera del 10 aprile aveva ritenuto di vedere le antenne del peschereccio per poi non trovarlo la mattina seguente. Poco attendibile? La seconda testimonianza chiave della tesi fu quella offerta in dibattimento dall’allora tenente della Guardia di Finanza in forza al reparto aeronavale, Cesare Gentile. Gentile – che uscì in mare con un mezzo delle fiamme gialle – dichiarò di aver visto nella zona nord – quindi opposta a quella dove ci fu la collisione – una “nave che imbarcava armi”. Questa affermazione fu interpretata da alcuni come equivalente a “impegnata in quel momento a caricare armi”. Errore. Lo stesso Gentile, sentito dai magistrati nel novembre 2006, chiarì: “Siccome il giorno prima ho visto che imbarcavano le chiatte (con le armi, ndr)” allora aveva identificato quella nave come “quella che imbarcava le armi”. Le imbarcava di solito, non allora. Tutta colpa del tempo verbale? Pare di sì. 

“I soccorritori hanno fatto tutto il possibile”. Falso
La stessa Procura di Livorno dice che i soccorsi non furono coordinati dalla Capitaneria di Porto, ente preposto al ruolo, ma dagli armatori dei mezzi: chi a bordo, chi via radio dalla propria centrale operativa. “Una baraonda straordinaria” la definì il procuratore capo Francesco De Leo. Una volta trovato il traghetto, un’ora e venti minuti dopo la collisione, e messo in salvo tutto l’equipaggio della petroliera Agip Abruzzo, non fu dato il comando di rivolgere al traghetto tutte le attenzioni. I vigili del fuoco ispezionarono tutto il Moby Prince solo il 12 aprile, due giorni dopo la collisione. Sul Moby, disse il comandante dei vigili del fuocoFabrizio Ceccherini “non si poteva salire”. Eppure ci salì senza protezioni un marinaio, Giovanni Veneruso, alle 3 del mattino dell’11 aprile 1991, meno di 5 ore dopo l’inizio dell’incendio. Fu lui a legare un cavo d’acciaio ad una bitta a poppa per trascinare in porto il traghetto.

“Nessuno dell’Agip ha mai visto che era un traghetto”. Falso
Nel 2012 Valentino Rolla, terzo ufficiale di guardia della petroliera, unico condannato (prescritto) del primo processo, durante un’intervista per la preparazione di un libro, raccontò a chi scrive che una volta andato in coperta lui vide il traghetto e lo segnalò a chi era rimasto in plancia. Un ricordo doloroso, ma inedito: “Fui io a dire inizialmente al comandante che era una bettolina, perché così, dall’alto con quei fari accesi, mi era sembrata una bettolina. Poi però quando sono andato giù io l’ho visto il traghetto e l’ho detto al anche al comandante che era un traghetto. Si vedevano le fiamme dietro le vetrate, una cosa veramente terribile…”.

“Su quella nave funzionava tutto”. Falso.
Il Moby Prince aveva delle carenze. Carenze di struttura e di personale. Viaggiava con un unico radar attivo su tre, il mozzo dell’elica di destra da cambiare, la stazione radio RT che aveva problemi forse al microfono (il segnale emesso era debolissimo) e, dicono i magistrati, l’impianto sprinkler (gli “spruzzatori” di acqua interni) disattivato. Quanto al personale la notte tra il 10 e l’11 aprile 1991 il Moby Prince viaggiò senza il nostromo, capo drappello antincendio, rimasto a terra per una licenza a pochi giorni dall’inizio della navigazione stagionale. Effetti di un sistema di gestione dei dipendenti che Navarma (società “madre” di Moby) curava contro le indicazioni dei comandanti d’armamento.

“E’ una storia chiusa”. Falso
L’ultimo mito: il Moby Prince è una storia chiusa. Falso. Il 26 marzo scorso tre deputati di Sel hanno depositato il disegno di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta dedicata al disastro di 23 anni fa, così come auspicato anche dal presidente del Senato Piero Grasso. E infatti stessa iniziativa è stata presa anche a Palazzo Madama dal Movimento 5 Stelle. Se le due proposte arrivassero a una sintesi si otterrebbe una commissione bicamerale che resisterebbe anche all’eventuale fine della legislatura. Gli elementi tecnici e storici ci sono tutti, le opportunità legislative pure. Forse la fine di questa lunga storia non è così lontana.

LA STRAGE NATO DEL FRANCESCO PADRE: ECCO “SHARP GUARD”, L’ULTIMA PROVA UFFICIALE UNITED STATES OF AMERICA

di Gianni Lannes – sulatestagiannilannes.blogspot.it

Le ferite insanguinate dopo 20 anni sono ancora aperte. Il diritto alla giustizia non va in prescrizione mai, specie dopo una strage di Stato a stelle e strisce in tempo di pace. La notte fra il 3 il 4 novembre 1994 nel Mare Adriatico furono assassinati cinque pescatori e il loro cane Leone. Erano lavoratori onesti, padri di famiglia, persone umili, esseri umani, cittadini a cui lo Stato italiano ha impedito addirittura la sepoltura in terra, pur di non far venire a galla la verità indicibile, coperta dalla ragione di Stato. La verità è stata seppellita insieme alle vittime innocenti in carte ancora oggi top secret:

 “Exercise Nato in Adriatic Maritime Operation in the Adratic. Operation Deny Flight was conducted from 12  april 1993 to 20 december 1995”. Ne avevo già scritto nel 2009 prove alla mano nel libro NATO: COLPITO E AFFONDATO. La magistratura italiana nel febbraio 2010 aveva riaperto le indagini ed inoltrato una rogatoria al Governo USA che aveva risposto di non saperne niente. I documenti ufficiali seguenti smentiscono definitivamente il Governo di Washington: alla voce “Sharp Guard”. 
La verità non si può imprigionare per sempre dentro una menzogna grande quanto due Stati alleati, anzi complici.

A sparare senza un motivo contro il peschereccio di Molfetta, due unità da guerra a stelle e strisce, durante l’operazione “Sharp Guard”: USS YORKTOWN e USS RIVER.

L’Italia è un Paese a sovranità inesistente da 70 anni: dalla strage di Portella della Ginestra, alla strage di Ustica, dalle stragi di piazze e banche alle stragi nei treni, dalla strage del Moby Prince, alla strage del Cermis. I cosiddetti “Alleati” grazie alla tacita connivenza di governanti italidioti telecomandati, hanno ridotto al contempo lo Stivale in una discarica chimica e in una portarerei nucleare. Nel 1995 l’ammiraglio Umberto Guarnieri, sottocapo di Stato Maggiore della Marina Militare, in un rapporto alla Procura di Trani in relazione al Francesco Padre, brutalizzando impunemente i fatti, fa riferimento a un “naufragio”.
L’inchiesta giornalistica ha consentito di appurare che invece nell’area dove è stata fulmineamente colata a picco la motobarca italiana, stazionavano una dozzina di unità aeronavali della Nato. Infatti, a bordo della Baleares, una fregata spagnola, vi era il comandante in capo dell’operazione, ovvero il vice ammiraglio José A. Martines Sainz-Rosas (mai interrogato dai magistrati italiani). La versione ufficiale dell’accaduto è stata fornita in prima battuta da un aereo pattugliatore marittimo (P 3 C Orion) nordamericano decollato dalla base di bellica di Sigonella (in Sicilia).
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Moby Prince, commissione d’inchiesta: M5s e Sel presentano disegni di legge

di Redazione Il Fatto Quotidiano

Dalle parole ai fatti. Forse per la prima volta dopo 23 anni. Sinistra Ecologia e Libertà e Movimento Cinque Stelle annunciano di avere pronti i loro disegni di legge per la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro del Moby Prince, il traghetto che la sera del 10 aprile 1991, nella rada del porto di Livorno, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo e si incendiò a causa del greggio uscito dalla nave Snam. Morirono 140 persone, una sola (il mozzo Alessio Bertrand) riuscì a salvarsi. ”Già nel 1997 furono presentate alcune proposte di inchiesta parlamentare sulla vicenda Moby Prince, ma non ebbero seguito” ricorda il gruppo dei Cinque Stelle al Senato. “Riteniamo un atto doveroso la richiesta di istituire una commissione d’inchiesta bicamerale – continuano i senatori del Movimento – per far luce su quanto avvenuto quella notte”. “Esigenze di verità – ha dichiarato la senatrice Sara Paglini – che sono proprie non solo dei familiari delle vittime, né della sola città di Livorno, ma di tutta la collettività”. ”Sulla morte di 140 persone – aggiunge il deputato Michele Piras che ha presentato la proposta di Sel insieme ai colleghi Martina Nardi e Marisa Nicchi – non è mai stata fatta piena chiarezza, lasciando ammantato da una nebulosa di mezze verità il diritto a giustizia e verità dei familiari delle vittime”.

L’incontro con la Cancellieri
Il percorso per arrivare a un interessamento fattivo della politica a quella che è stata definita “l’Ustica del mare” – già travagliato nel corso di questi 23 anni – è stato difficile. Basti pensare all’incidente “diplomatico” che ha visto coinvolto l’ex ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. L’allora guardasigilli rispose a un’interrogazione dello stesso Piras con una nota di sole 15 righe. Poi tutto è rientrato: a Sassari la Cancellieri ha incontrato i rappresentanti delle associazioni e ha ricevuto un dossier che ha messo insieme tutti i punti ancora controversi della tragedia del 1991. Ma al percorso ha partecipato anche il Pd. Tra i promotori dell’incontro di Sassari c’è anche il senatore del Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani di Palazzo Madama. Un iter che quindi non pare aver subito interruzioni nonostante crisi di governo e cambi della guardia in via Arenula: il ministro della Giustizia Andrea Orlando è a conoscenza della strada percorsa fin qui.

Sentenze e archiviazioni
Sulla sciagura sono stati aperti e chiusi, sotto il profilo penale, due processi (di primo grado e d’appello, finito con una condanna prescritta) e un’inchiesta bis conclusa con un’archiviazione. Ma in questa storia sono rimasti punti oscuri, anomalie, contraddizioni. Le associazioni dei familiari delle vittime continuano a chiedere una verità convincente e contestano la permanente assenza – nelle inchieste e nei processi – di alcune figure chiave della vicenda. Ora chiedono – anche attraverso il blog Iosono141 – una commissione d’inchiesta bicamerale.

I punti oscuri
D’altra parte era stato lo stesso presidente del Senato Piero Grasso, proprio un anno fa, a auspicare la costituzione di una commissione parlamentare che faccia luce sugli aspetti ancora controversi che riguardano quella che è la più grave tragedia della marineria civile italiana in tempo di pace e il più grave incidente sul lavoro mai avvenuto in Italia. Altri elementi sono emersi anche dopo la chiusura dell’inchiesta bis, alcuni dei quali sono stati già raccontati nei mesi scorsi dal fattoquotidiano.ita partire dalle contraddizioni sui tempi di sopravvivenza a bordo: secondo sentenze e inchieste morirono tutti in poco meno di 40 minuti, ma diversi dati direbbero che al contrario sulla nave passeggeri e equipaggio riuscirono a resistere anche per ore.

Le associazioni: “Chi sa, parli: è ancora in tempo. Ogni nuovo elemento è fondamentale”
E ora le associazioni dei familiari hanno lanciato una nuova campagna. Parlare della tragedia di Livorno, infatti, porta ciclicamente nuovi testimoni, nuove dichiarazioni, nuovi documenti (immagini, video, scritti) che possono essere fondamentali per ottenere una ricostruzione. Così ora si riparte: “Chi sa parli” ha ripetuto per anni Loris Rispoli, presidente dell’associazione 140. “Chi ha fotografato, filmato, semplicemente annotato qualcosa e finora lo ha tenuto per sé deve sentire che è ancora in tempo per dare il suo contributo”. Attraverso il blog #iosono141 ecco l’appello: “Ci rivolgiamo a chiunque abbia fotografie o filmati del 10 e 11 aprile 1991 che ritraggono la rada di Livorno (incluse quelle precedenti la collisione), fotografie o filmati riguardanti la vicenda e le sue molteplici declinazioni, racconti inediti sulla vicenda, ovvero testimonianze non ancora pervenute all’autorità giudiziaria”. Chiunque abbia questo materiale può inviarlo all’indirizzo email [email protected] (anche in forma anonima) oppure agli indirizzi di due associazioni dei familiari delle vittime: “Associazione 140, Via Terreni, 1 57128 Livorno” e “Associazione 10 aprile Scali Luigi Bettarini, 15 – 57123 Livorno”. “Abbiamo bisogno di te – concludono le associazioni – Aiutaci a mettere la parola fine su questa vicenda, #seiancoraintempo!”.

“Forse siamo sulla strada giusta, circola aria di rinnovamento nella politica”
Ottimista Luchino Chessa: “In 23 anni di sofferenze, delusioni per come si sono svolte le vicende giudiziarie, aspettative deluse – scrive in una nota – sentiamo che forse siamo sulla strada giusta. Negli anni abbiano avuto numerosi contatti con parlamentari e senatori, ma ogni volta è stato un nulla di fatto Il momento attuale sembra trovare varie congiunture favorevoli: un Parlamento e un Senato rappresentati da volti nuovi, giovani, che hanno voglia di cambiare, e Michele Piras, uno dei promotori della proposta di legge, ne è un esempio concreto, un’aria di rinnovamento che circola un po’ ovunque, sia nei ‘palazzi’ che nelle ‘piazze’”.

Poi certo c’è la forza delle due associazioni: “C’è’ la nostra forza, la forza di noi familiari delle vittime che non si è indebolita, anzi si è rafforzata con il cammino comune delle due associazioni unite nella battaglia comune, l’Associazione 10 Aprile e l’Associazione 140 – si legge nel comunicato di Chessa – La voglia di lottare non ci manca e sentiamo concreta la speranza di un nuovo corso. Sentiamo il supporto di una buona parte della stampa e della società civile che tutti i giorni nei vari modi possibili ci sostiene, e anche questo e’ un segno che finalmente nel nostro paese qualcosa si muove. Il 10 aprile si avvicina e questo anniversario sarà per noi un momento di sintesi di un anno pieno di novità, ma anche il punto da cui partire per avere finalmente giustizia”.

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In memoria del Francesco Padre

FRANCESCO PADRE / Ti vengo a prendere – un piccolo film di Donatella Altieri, una canzone degli Os Argonautas.
Il DVD è stato presentato a Molfetta presso l’Auditorium “Madonna della Rosa” sabato 15 marzo alle ore 19.

“Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1994 morirono in mare cinque uomini e un cane. Erano lavoratori del mare che, come tutte le notti, pescavano nelle acquee dell’alto Adriatico. Di diverso dalle altre notti c’era solo uno scenario di guerra che circondava quel peschereccio: era l’operazione “Sharp Guard” sotto l’egida della NATO.

Sono state percorse molte strade per raggiungere la verità: la strada del dolore, quella della giustizia, la strada della politica, quella dell’inchiesta. Dopo 20 anni tutto è fermo a quella notte. Un silenzio assordante si ode nella coscienza di chi ancora cerca la verità e non si rassegna ad aver perso cinque uomini, un cane e la loro verità.

Il DVD che “Digressione” ha realizzato, è un atto di verità e solidarietà alla causa di cinque uomini e un cane usciti in mare e mai più tornati.
La canzone scritta dagli Os Argonautas, il piccolo film girato da Donatella Altieri ed il libro scritto da Gianni Lannes, sono la testimonianza convinta e sincera di chi non si rassegna.

È il disperato bisogno di dare sepoltura ai loro corpi che, deliberatamente abbandonati in mare, continuano a chiedere Giustizia per una verità nascosta e negata dall’arroganza del potere.
Questo piccolo documento non ha la forza delle armi, né il peso del potere.
Non è in grado di condizionare i percorsi della giustizia, né di determinarne le scelte.
È soltanto una carezza allo sguardo di Leone, cane fedele e generoso, che non ha voluto abbandonare nemmeno nella morte i suoi padroni.
È un piccolo bacio d’addio ai cinque uomini, lavoratori silenziosi del mare, che vagano invisibili nell’immensità delle acque.
È un abbraccio tenero ai loro familiari che hanno impietrito i loro ricordi per paura di cancellare la loro presenza.
È un triste lamento sussurrato alla coscienza di chi può, di chi sa e di chi deve”. GIROLAMO SAMARELLI

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di Gianni Lannes – sulatestagiannilannes.blogspot.it

Si tratta di un crimine documentato a livello ufficiale, commesso ingiustificatamente dalle forze armate e dai governi di Washington e Londra, contro il popolo italiano a danno perpetuo del Mare Mediterraneo. Infatti, al termine della seconda guerra mondiale, i sedicenti “alleati” hanno inabissato nei nostri mari su bassi fondali a ridosso delle aree costiere, in particolare dell’Adriatico e del Tirreno circa 1 milione di ordigni, gran parte dei quali caricati con aggressivi  chimici vietati dalla Convenzione di Ginevra del 1925. Gli involucri delle bombe a causa della corrosione marina hanno ceduto i loro veleni, prevalentemente arsenico e mercurio, contaminando la catena biologica.

Tra l’altro proprio l’Air Force britannica ha utilizzato l’isola di Pianosa nell’arcipelago delle Tremiti (Parco nazionale dal 1989: il cuore della riserva marina) per affondare bombe al fosforo inesplose e mai bonificate. Presso l’Archivio di Stato di Bari, esistono rapporti ufficiali della Questura del capoluogo regionale che documentano l’affondamento da parte delle forze armate britanniche di zatteroni colmi di bombe proibite.Non a caso, gli inglesi hanno avuto il controllo dei porti italiani durante il secondo conflitto mondiale, e anche dopo. Inoltre, a ridosso dell’isola sono state affondate a metà degli anni ’80 ben due navi di veleni.
Più recentemente – nel 2012 – in risposta all’interrogazione numero 4/15092 (legislatura 16) il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola ha precisato che:
«i residuati bellici a caricamento chimico si trovano in uno stato di conservazione pessimo, a seguito della prolungata azione della corrosione marina: ciò determina ulteriori difficoltà di rimozione ed elevati rischi per gli operatori, oltre a richiedere l’impiego di mezzi tecnologicamente avanzati, con conseguente aumento dei costi».
Senza contare le bombe all’uranio impoverito affondate in tutto l’Adriatico, da Caorle ad Otranto, dal 1994 al 1999 dai velivoli della Nato di ritorno dalle missioni di bombardamento della Jugoslavia. Nonostante le promesse della UE (Solana) e di D’Alema, i fondali marini non sono mai stati bonificati. E noi tutti ne paghiamo le conseguenze, così come le generazioni future.
Ecco cosa ha attestato il biologo marino Ezio Amato che ha coordinato la ricerca in mare per conto del ministero dell’Ambiente ed in seguito della Commissione Europea (progetto Red Code):
 «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all’insorgenza di tumori, subiscono danni all’apparato riproduttivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi».
L’Icram, oggi Ispra ha documentato a livello scientifico l’ecatombe già nel 1999, ma tutti i governi tricolore hanno fatto finta di niente. Soltanto nella Daunia, dopo aver bombardato l’inerme città di Foggia e massacrato più di 22 mila civili inermi (allora su 67 mila residenti) distruggendo il 75 per cento delle abitazioni (come hanno documentato i vigili del fuoco), furono ammassate nei campi di aviazione utili a bombardare l’Italia del Nord e la Germania, ben 200 mila ordigni chimici, poi affondati tra il 1945 ed il 1946, in gran segreto, a ridosso del golfo di Manfredonia. Per la cronaca invisibile ai libri di storia: sugli abitanti della città Foggia, senza alcuna ragione se non l’azione terroristica di annientamento della popolazione locale, con reiterate azioni  sono state scaricate dagli angloamericani bombe al fosforo. Foggia è la Dresda italiana: lo Stato se l’è cavata elargendo due medaglie d’oro al valor civile. Tanti non sanno e molti hanno dimenticato quel bombardamento su case, scuole e abitazioni. Nonostante la città – com’è noto – non avese opposto alcuna resistenza è stata bombardata dagli “Alleati” anche dopo l’8 settembre 1943. Qualcuno forse rammenterà le direttive assassine contro la popolazione, emanate dal generale Harris, a capo della Raf.
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