Francesco Padre, un’altra Ustica. Il peschereccio colpito 25 anni fa. Resta il mistero sui responsabili.

Ho conosciuto la storia del Francesco Padre nel 2009. Eppure era accaduta il 4 novembre del 1994 quando nell’Adriatico orientale il peschereccio affondò insieme a cinque uomini e il cane Leone. Le cause dell’affondamento nel 2009 erano gelate da una archiviazione che non rendeva giustizia alla verità, lasciava il sospetto di contrabbandieri sui 5 marinai, isolava le famiglie nel dolore, marchiava l’intera marineria molfettese. Nel 2009 se a Molfetta chiedevi del Francesco Padre, si percepiva una ferita profonda e il silenzio a cui molti ricorrono quando la Giustizia chiude i casi trasformando in colpa il diritto di conoscere la verità.

La proposta editoriale che arrivò sulla mia scrivania, diceva una verità evidente già nelle prove a disposizione della Magistratura e dei periti da subito. La notte tra il 3 e 4 novembre, nelle acque do- ve il Francesco Padre pescava, era in corso l’operazione della Nato «Sharp Guard». Il testo ipotizzava che il peschereccio, colpito da raffiche di fuoco, era poi affondato. Il peschereccio non doveva essere lì. Chi doveva impedire ai pescherecci italiani di arrivare in quelle acque, non lo aveva fatto. Perché?

Nel 2009 la scelta di pubblicare l’inchiesta di Gianni Lannes l’abbiamo sentita, in casa editrice, come un gesto di responsabilità: un libro per rimettere in moto un processo collettivo che rende solidali le comunità nella ricerca della verità. Un patto stretto con Maria Pansini, la figlia del comandante, l’autore del libro Gianni Lannes, l’avvocato Nicki Persico e gli altri familiari.

L’uscita del libro fu accompagnata da una presentazione partecipata da una comunità numerosa. Tra il pubblico c’era il magistrato Giuseppe Maralfa che approfondì gli atti e convinse l’allora Procuratore di Trani, Carlo Capristo, a riaprire il caso. Maria Pansini e gli altri familiari diedero vita al Comitato Francesco Padre. La città tornò a parlarne. Le indagini ripartirono sino a fare la cosa da tutti auspicata: andare giù in fondo al mare e cercare le prove. La Marina militare italiana con le navi Anteo e il Cacciamine Viareggio, con fondi messi a disposizione dal Comune e dalla Regione, in due missioni mandò palombari giù in fondo al mare alla ricerca di reperti. E il reperto finalmente si trova: un fascio del peschereccio con un foro di proiettile che smentisce le ipotesi della prima archiviazione: lo scoppio dall’esterno e non dall’interno del peschereccio. Non erano pescatori e trafficanti di armi. Le indagini balistiche sul foro danno un nome di serie al proiettile permettendo di determinare che era in uso alla Nato. Partono le rogatorie internazionali.

Finalmente una verità provata e acclarata dalla giustizia ma ancora una archiviazione arrivata l’11 novembre 2014 . L’ultima: la verità ora c’è. La giustizia no. Alle rogatorie internazionali non c’è stata risposta. Sarebbero servite a sapere da quale nave partirono i colpi, chi sparò, chi ha dato l’ordine di affondare il peschereccio, perché non si è prestato soccorso a degli uomini mentre il peschereccio colava a picco, chi e perché ha depistato le indagini.

Qualcuno ha definito il Francesco Padre un’altra Ustica. Il che significa ammettere il senso di sconfitta di fronte alla Giustizia che acclara la verità e nega i colpevoli.

Con una Messa e una corona deposta nel porto di Molfetta il Comitato e l’Amministrazione della città farà memoria quest’anno. E che resti la memoria in una comunità ferita è un valore che dà senso al dolore insensato delle tante Ustica a cui pensiamo ogni volta che giustizia e verità, per mano degli uomini, non si incontrano.

Fonte: Elvira Zaccagnini – corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari

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