I “depositi temporanei” di amianto, segnalati dal Liberatorio, erano stati creati dal Comune

Il 14 Luglio scorso avevamo segnalato la presenza di tre grossi involucrcontenenti amianto,  all’altezza del sottopasso della A14.  Ieri il responsabile della Protezione Civile, della Polizia Municipale, ci informava verbalmente che quegli involucri costituivano un “deposito temporaneo” del nucleo ambientale della Polizia Municipale che sta bonificando le strade rurali del nostro territorio.

I siti bonificati sono:
1.Contrada San Leonardo, altezza sottopasso Autostrada;
2. Contrada San Leonardo, altezza ponte;
3. Contrada Coda della Volpe, altezza impianto ASM;
4. Via Bitonto, altezza ponte S.S. 16/bis;
5. Contrada Mino, altezza ponte S.S. 16/bis;
6. Largo Paul Harris;
7. Strada vicinale Sant’Alessio;
8. Via Vecchia Madonna delle Rose, altezza ponte Schivazzappa;
9. Via Spadolini angolo via Vecchia Madonna delle Rose;
10. Zona Porto, molo Pennello;
11. Via Bisceglie;
12. Cala San Giacomo;
13. Contrada Chiusa della Nepta;
14. Contrada Schiffo;
15. Complanare S.S. 16/bis, altezza via Ruvo sia a monte che a valle;
16. Zona Pulo;
17. Prolungamento Caduti sul lavoro;
18. Viale Margherita, altezza oleificio privato;
19. Contrada Samarelle-Fondo Don Carluccio;
20. Strada vicinale Fondo Favale;
21. Strada vicinale Pezza Malonga;
22. Contrada Marcinase;
23. Contrada Collicello;
24. Via Terlizzi, altezza contrada Piscina d’Isonz.

Noi rispondiamo dicendo di avere seri dubbi su questa modalità di bonificare. Non crediamo sia normale e legale lasciare per le strade di campagna certi “depositi temporanei” per oltre dieci giorni sotto il sole e i temporali con la reale probabilità di deterioramento degli stessi involucri contenenti l’amianto con la dispersione delle stesse fibre nell’ambiente. Pertanto si chiede di rimuovere subito i rifiuti pericolosi come la legge prevede senza stoccarli per strada

 

“Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero”

www.antimafiaduemila.com

L’intervento in via d’Amelio di Nino Di Matteo

Prendere oggi la parola, in questo luogo e nella stessa ora della strage di ventidue anni fa, è per me un grande onore ed una grande responsabilità alla quale non ho voluto sottrarmi con la precisa consapevolezza che le commemorazioni di oggi avranno un senso solo se sostenute dall’impegno, dalla passione civile, dal coraggio che dobbiamo dimostrare da domani.
Non ho voluto sottrarmi alla profonda emozione che vivo in questo momento perché innanzitutto sento il bisogno di ringraziare, da cittadino, quei cittadini che, come tanti di voi, continuano a dare quotidiana testimonianza di essere innamorati della Giustizia, della Democrazia, della Costituzione, del nostro Paese. Per questo, riconoscendo in Paolo Borsellino l’incarnazione di quei sentimenti di amore e libertà, cercano di conservarne e tramandarne la memoria. Per questo si pongono a scudo di quei sacrosanti valori contro i tanti che anche oggi, anche nelle Istituzioni e nella Politica, continuano a calpestarli ed offenderli con l’arroganza dei prepotenti e degli impuniti.
Voglio ringraziare i tanti cittadini che, nella semplicità e spontaneità delle loro espressioni di solidarietà, hanno saputo riconoscere coloro i quali ancora si battono per la verità, dimostrando di volerli proteggere non solo dalle insidie della violenza mafiosa ma ancor prima dal muro di gomma della indifferenza istituzionale, dal pericolo di quel tipo di delegittimazione ed isolamento che si nutre, oggi come ieri, di silenzi colpevoli, insinuazioni meschine, ostacoli e tranelli costantemente ed abilmente predisposti per arginare  quell’ansia di verità che è rimasta patrimonio di pochi. Quei pochi che ancora non sono annegati nella palude del conformismo, del quieto vivere, dell’opportunismo più bieco sempre più spesso mascherato dalla  invocata  opportunità politica.

Sono qui per dirvi che voi avete il sacrosanto diritto di continuare a chiedere tutta la verità sulla strage di via D’Amelio e noi magistrati  il dovere etico e morale di continuare a cercarla anche nei momenti in cui, come questo che stiamo vivendo,  ci rendiamo conto  di quanto quel cammino costi, sempre più, lacrime e sangue a chi non ha paura di percorrerlo anche quando finisce per incrociare il labirinto del potere.
Per continuare a ricercare la verità è però innanzitutto necessario, con  grande onestà intellettuale, rispettare la verità e non avere mai paura a declamarla anche quando ciò può apparire impopolare o sconveniente.
Paolo Borsellino ci ha insegnato a non avere mai paura della verità. Non dobbiamo avere allora paura  a ricordare  che  affermano il falso i tanti che per ignoranza, superficialità o strumentale interesse ripetono che i processi celebratisi a Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio hanno portato ad un nulla di fatto. Ignorano o fingono di ignorare che ventidue persone sono state definitivamente condannate per concorso in strage; ignorano, o fingono di ignorare che proprio quel lavoro di tanti magistrati ha consentito che venissero già allora  alla luce i tanti e concreti elementi che oggi ci portano a ritenere  che quella di via D’Amelio non fu soltanto una strage di mafia e che il movente non era certamente esclusivamente legato ad una vendetta mafiosa nei confronti del Giudice.
Dobbiamo imparare il rispetto della verità ed il coraggio della sua affermazione ad ogni costo.
Non è vero ciò che tutti indistintamente affermano, e falsamente rivendicano, sulla volontà di fare piena luce sulle stragi. La realtà è un’altra. Questo intendimento è rimasto patrimonio di pochi, spesso isolati e malvisti, servitori dello Stato.
Dal progredire delle nostre indagini sappiamo che in molti, anche all’interno delle istituzioni, sanno  ma continuano a preferire il silenzio, certi che quel silenzio, quella vera e propria omertà di Stato, continuerà, esattamente come è avvenuto fino ad ora, a  pagare ,con l’evoluzione di splendide carriere e con posizioni di sempre maggior potere acquisite proprio per il merito di aver taciuto, quando non anche sullo squallido ricatto di chi sa  e utilizza il suo sapere per piegare le Istituzioni alle proprie esigenze.
Dobbiamo sempre avere il coraggio di rispettare la verità e gridare la nostra rabbia perché ancora nel nostro Paese il cammino di liberazione dalla Mafia è rimasto a metà del guado. Incisivo, efficace, giustamente rigoroso nel contrasto ai livelli operativi più bassi (quelli della manovalanza mafiosa); timoroso, incerto, con le armi spuntate nei confronti di quei fenomeni, sempre più gravi e diffusi, di penetrazione mafiosa delle Istituzioni, della Politica e della Economia. Verso quel pericolosissimo dilagare della mentalità mafiosa che inevitabilmente si intreccia con una corruzione diffusa che, solo a parole, si dice di voler combattere, mentre ancora, nei fatti si assicura ai ladri, ai corrotti, agli affamatori del popolo la sostanziale impunità.
Non si può ricordare Paolo Borsellino e restare silenti a fronte di ciò che sta accadendo nel nostro Paese  e che rappresenta l’ennesima mortificazione di quei valori per tutelare i quali il Giudice Borsellino è andato  serenamente incontro al suo destino con la fierezza e la dignità di un uomo dalla schiena dritta. Non si può ricordare Paolo Borsellino ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto  (dalla riforma già attuata dell’Ordinamento Giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso  sempre più numerose e discutibili prese di posizione del C.S.M.) finalizzate a ridurre l’indipendenza della Magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l’autonomia del singolo Pubblico Ministero ed il concetto di potere diffuso  in capo a tutti i rappresentanti di quell’Ufficio. Non si può assistere in silenzio all’ormai evidente tentativo di trasformare il Magistrato Inquirente in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all’arbitrio, del proprio capo; di quei Dirigenti degli Uffici sempre più spesso nominati da un C.S.M. che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più stringenti del suo Presidente.
Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero e il suo sentimento; il suo concetto, alto e nobile, dell’autonomia del Magistrato  come garanzia di libertà ed eguaglianza per tutti. Poco prima di essere ucciso il Giudice Borsellino, intervenendo ad un incontro con gli studenti sull’annoso problema dei rapporti mafia-politica, stigmatizzava l’inveterata prassi del ceto politico di ripararsi, per giustificare la mancata attivazione dei necessari meccanismi di responsabilità politica, dietro il comodo paravento dell’attesa  della definitività dell’accertamento giudiziario, nell’attesa quindi del passaggio in giudicato delle sentenze penali.
Oggi, a distanza di ventidue anni da quelle amare riflessioni di Paolo Borsellino, qualcosa è cambiato, ma non certamente in meglio. In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di Governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto  da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati) discute, con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge Elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro. E’ necessario non perdere la capacità di indignarsi e trovare, ciascuno nel suo ruolo  e sempre nell’osservanza delle regole, la forza di reagire. Tutti  abbiamo il dovere di evitare che anche da morto Paolo Borsellino debba subire l’onta di veder calpestato il suo sogno di Giustizia. Quel meraviglioso ideale che condivideva con Giovanni Falcone, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina , Claudio Traina, e tanti altri giusti. Quei giusti la cui memoria non merita inganni, infingimenti, atteggiamenti di pavidità mascherati da prudenza istituzionale. Sono morti perché noi allora non fummo abbastanza vivi, non vigilammo, non ci scandalizzammo all’ingiustizia,ci accontentammo dell’ipocrisia civile, subimmo quel giogo delle mediazioni e degli accomodamenti che anche oggi ammorba l’aria del nostro Paese ed ostacola il lavoro di chi vuole tutta la verità. Noi continueremo a batterci, con umiltà ma altrettanta tenacia e determinazione. Lo faremo nelle aule di Giustizia e, per ciò che ci è consentito, intervenendo nel dibattito pubblico per denunciare i gravi e concreti rischi che incombono sulla indipendenza della Magistratura e, quindi, sul principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Lo faremo mantenendo sempre nel cuore l’esempio dei nostri morti, guidati esclusivamente dalla volontà di applicare i principi della nostra Costituzione e con lo sguardo fisso alla meta della verità, consapevoli che solo la ricerca della verità può legittimarci a commemorare chi è morto dopo aver combattuto la giusta battaglia.

Nino Di Matteo

 

Le mani della Sacra corona unita sulla movida del Salento, quindici arresti

Si estendono sulle attività turistico-balneari i tentacoli del clan Padovano di Gallipoli. Quella che fino a ieri era solo un’ipotesi oggi è realtà, documentata dall’ordinanza di custodia cautelare che ha fatto finire in carcere quindici affiliati al gruppo della Sacra Corona Unita, al termine dell’operazione “Baia Verde“, condotta dal Ros dei carabinieri. Diversi e molto remunerativi i settori di attività degli uomini del clan, che taglieggiavano titolari di lidi e discoteche, imponevano la guardiania e i servizi di parcheggio e non esitavano a fare pressioni sull’amministrazione comunale, presentandosi persino  nell’ufficio del sindaco di Gallipoli, Francesco Errico.

Il gruppo Padovano  -  smembrato da precedenti operazioni – è risorto come l’Araba Fenice dopo l’omicidio del boss storico Salvatore Padovano, ucciso per volontà del fratello Rosario il 6 settembre 2008. Con “Nino Bomba” nella tomba e Rosario in carcere, le redini del gruppo sarebbero state prese dal figlio del primo, Angelo, 25 anni appena ma capace di ragionare come un boss esperto, consapevole del fatto che per fare affari oggi è necessario stringere sodalizi con gli altri clan e agire in maniera poco eclatante per non attrarre l’attenzione delle forze dell’ordine. Da qui la “collaborazione” con il gruppo di Roberto Parlangeli, operante in parte della città di Lecce, e con quello dei Tornese di Monteroni.

Obiettivo: mettere sotto scacco gli imprenditori, arraffando fette enormi della torta dei guadagni legati al turismo, che d’estate piovono sulla Città Bella. Le indagini dei militari, coordinati dal colonnello Paolo Vincenzoni, hanno documentato un’intensa attività illegale iniziata nel 2013, quando il referente di una società napoletana, che si occupava della sicurezza nei locali più in della costa ionica, fu vittima di attentati intimidatori. Il messaggio del clan era forte e talmente chiaro che furono i titolari stessi dei locali a non rinnovare i contratti con la ditta partenopea, preferendo le società del posto. A partire da quella di Fabio Pellegrino, che  -  hanno accertato i carabinieri  -  firmò il contratto con una delle più note discoteche gallipoline proprio alla presenza di Roberto Perlangeli, cognato di Angelo Padovano e considerato dalla Dda “personaggio emergente della criminalità organizzata locale“.  Passando per l’agenzia di sicurezza di Luca Tomasi, vicino al clan Tornese, ingaggiata dai gestori di molti lidi subito dopo la ricezione di messaggi intimidatori.

Proprio le ragioni di “opportunità”, addotte dagli imprenditori per giustificare l’utilizzo di alcune ditte più sicure”, secondo gli inquirenti rappresentano un segnale chiaro e preoccupante del grado di pervasività della Nuova Scu, che riesce ad infiltrarsi nel tessuto economico senza grandi sforzi, forte solo del suo passato e dell’ansia degli operatori di lavorare tranquilli. Per mettere le mani su Gallipoli  -  emerge dall’inchiesta Baia Verde  -  gli affiliati ai Padovano avevano creato anche una cooperativa “Lu rusciu te lu mare”, dedita alla gestione dei parcheggi. E quando il sindaco Francesco Errico non le aveva consentito di lavorare dove voleva, era partita la campagna intimidatoria. Fatta di parole forti e messaggi affatto velati, che Roberto Parlangeli avrebbe recapitato al primo cittadino per strada e anche nel suo ufficio al Comune.  Le accuse, contestate a vario titolo agli indagati, sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsioni aggravate dal metodo mafioso e spaccio di stupefacenti.

Bonifiche, lo schiaffo del Tar al ministero: “La valle del Sacco non è problema solo locale”

Bonifiche, lo schiaffo del Tar al ministero:<br /><br /><br />
'La valle del Sacco non è problema solo locale' Alcune mucche morte nei pressi del rio Santa Maria (foto del 2005)

 

DI PAOLO FANTAUZZI - espresso.repubblica.it

Non solo la Terra dei fuochi, adesso anche la Valle del Sacco. Un altro pezzo della “strategia della tranquillità” cade dal quadro rassicurante dipinto dal dicastero dell’Ambiente in tema di bonifiche. E sotto processo, letteralmente, finisce il decreto ministeriale che a inizio 2013 ha declassificato 18 Sin su 57 (i Siti di interesse nazionale, ovvero i più inquinati) trasformandoli in Sir e affidandone la competenza alle regioni. « Non hanno le caratteristiche per essere classificati di interesse nazionale » la motivazione fornita dal ministero, all’epoca guidato da Corrado Clini. Affermazione che lasciava intendere che l’inquinamento e la pericolosità per la salute non fossero poi così gravi.

Nell’elenco figurava anche la Terra dei fuochi (parte del più ampio Sin “Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano”), in cui la situazione si sarebbe rivelata poi talmente compromessa da spingere il governo Letta, dopo meno di un anno, ad adottare un apposito decreto legge .

Adesso ad assestare un duro colpo al provvedimento è il Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso della Regione contro la decisione di declassificare anche la Valle del Sacco: un’area che si estende per circa 60 chilometri in provincia di Frosinone e contaminata principalmente dal micidiale beta-esaclorocicloesano, un sottoprodotto degli erbicidi prodotti dalle aziende chimiche di Colleferro finito nelle acque del fiume Sacco .

Una decisione che Legambiente e numerose altre associazioni e comitati ecologisti avevano ritenuto assolutamente inspiegabile e ingiustificata. E che adesso trova conferma nel Tribunale amministrativo, che stronca con parole durissime la ratio del decreto: “Il ragionamento del Ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice” si legge nella sentenza depositata lo scorso 16 luglio, perché “la norma applicata sembra ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale”.

Perché un’area continuasse a essere classificata come Sin il ministero aveva infatti stilato una lista di sei requisiti. Alla Valle del Sacco ne mancava uno: la presenza, attualmente o in passato, di raffinerie, impianti chimici integrati o acciaierie. Ma per i giudici del Tar Lazio “il testo normativo non autorizza una lettura tale da indurre a considerare, per la qualificazione di Sin, la presenza di tutte le circostanze” e la lista non può essere considerata “un’elencazione di requisiti che ogni Sin deve possedere”.

Insomma, più di ogni altra considerazione deve contare la pericolosità degli inquinanti presenti, l’impatto sull’ambiente, l’estensione dell’area interessata e il rischio sanitario per la popolazione. Fattori di rischio rispetto ai quali quella fetta di Ciociaria non fa eccezione.

«È una grande vittoria soprattutto giuridica» commenta Francesco Bearzi, coordinatore per la provincia di Frosinone della Rete per la tutela del Valle del Sacco . «Ma tutto questo non porterà necessariamente a un vantaggio, perché ora il ministero dovrà svolgere con competenza quel lavoro che finora non ha eseguito».

Già, perché come ha certificato lo stesso dicastero , sulle bonifiche poco o nulla finora è stato fatto. Al massimo ci si limita ad alzare per decreto i limiti delle sostanze pericolose, come ha denunciato l’Espresso . Intanto, mentre siamo in ritardo di vent’anni sulla tabella di marcia, i veleni restano e le persone continuano ad ammalarsi e morire.

Pesticidi nei concimi, maxi sequestro in Puglia e Sardegna

bari.repubblica.it

Sessantacinque tonnellate di concimi tossici a base di pesticidi stoccate e smerciate nel settore agroalimentare. Sotto inchiesta della Gdf sono finiti P.S, di 49 anni, di Taviano (Lecce), rappresentante legale della ditta Icas di Milano, operante nel settore agroalimentare, che avrebbe conservato nei propri magazzini con sedi anche a Cagliari, Brindisi e Foggia prodotti con principi attivi destinati a entrare in contatto con derrate alimentari non conformi alle legislazione e ritenuti pericolosi per la salute. Indagato anche S.M., di 46, titolare di un magazzino a Decimomannu, in provincia di Cagliari,  in cui nel giugno scorso sono stati sequestrati 10 tonnellate di prodotti nocivi.

Si tratta di concimi che contengono la molecola alcaloide denominata “matrina” considerato un pesticida. Nei magazzini sono stati sequestrati concimi organici ed estratti di alghe che contengono la sostanza. L’operazione “Mela Stregata“, condotta dai militari della Guardia di finanza del Nucleo di polizia tributaria di Cagliari e dell’Ispettorato repressione frodi (Icqrf), è iniziata dopo la segnalazione ricevuta dalla Federbio all’Ispettorato. Le indagini della Gdf dopo il blitz ed il sequestro dei prodotti a Decimomannu si sono quindi estese alla Penisola e in particolare in Puglia.

A Brindisi e Foggia sequestrati ingenti quantitativi di prodotti che contengono “matrina” che sarebbero stati spacciati per fertilizzanti liquidi e solidi. Complessivamente sequestrati 30.500 litri e 25,7 tonnellate di prodotti per un valore complessivo all’ingrosso di oltre un milione di euro ma che al dettaglio avrebbero fruttato 3,5 mln. “I prodotti – hanno spiegato le Fiamme gialle – saranno analizzati dagli specialisti dell’Ispettorato repressione frodi nel laboratorio di Catania per accertare se siano stati ottenuti da estratti vegetali o prodotti derivanti dalle radici della specie ‘Sophora Flascens’ pianta leguminosa diffusa in Cina”. I prodotti sequestrati arrivavano soprattutto da Cina e India e non sono commerciabili sul territorio italiano in quanto esplicano azione neurotossica come il Ddt e sono considerati pericolosi.

A chi era rivolto l’avvertimento della bomba carta del 17 luglio, al parroco o all’imprenditore?

Le ipotesi sono molteplici, nulla è esluso. Potrebbe anche interessare agli investigatori l’attività “sotterranea” che si svolge in assoluta segretezza tra il civico 64 e 62, riconducibili allo stesso “imprenditore” che abita al civico n.66.

               

Dopo le operazioni “Primavera” del ’94 e “Reset” del ’96 torna l’allarme droga

Il 19 marzo 1994, un mese prima dell’operazione antidroga “Primavera“, l’Osservatorio “7 Luglio” sull’illegalità diffusa presentava un dossier sullo spaccio della droga, acquisito poi agli atti processuali. La conferenza pubblica fu preventivamente promossa da  un volantino di cui si riporta di seguito il testo. Rileggendo quel dossier, a distanza di 20 anni, ci sembra che ci siano le stesse condizioni di allora.

 

cliccare sulla foto o QUI per leggere il documento

La Guardia di Finanza su ordine della Procura abbatte i cancelli “abusivi” del passaggio pedonale in via Paniscotti

La Procura di Trani ha anticipato il Comune e con la Guardia di Finanza sta eseguendo l’abbattimento dei due cancelli che hanno chiuso il passaggio pedonale tra via Paniscotti e via Margherita di Savoia. La cittadinanza attiva, che ha affiancato nella battaglia i privati cittadini ha vinto su chi voleva appropriarsi di un bene comune.