In attesa del nuovo campeggio abusivo di ferragosto?

Caro vicario, hai ordinato lo sgombero dei marocchini dalla banchina san Domenico, entro tre giorni dall’avviso, e loro sono andati via solo perchè c’erano i concerti della Fondazione Valente… hai ordinato lo sgombero degli abusivi nella zona portuale (mentre l’anno scorso gli hai fatto fare una settimana di campeggio abusivo) e i soliti noti sono ancora piazzati nello stesso posto ( dall’8 giugno 2014) pronti a promuovere lo stesso campeggio abusivo dell’anno scorso… allora, come la mettiamo?

Il campeggio abusivo di ferragosto ancora senza colpevoli e senza risposte. Viva la trasparenza e la legalità.

Dopo il campeggio abusivo chi pulisce? Il vicesindaco?

Appello alle famiglie distratte che dimenticano frigoriferi e rifiuti

Dopo il mancato “piano B”, c’è stato anche il “piano-bar” abusivo, ma lo sgombero annunciato mai

Campeggio abusivo Valtur? No, “dietro al molo”

Il “campeggio diffuso” tollerato dalla Capitaneria, sarà smantellato dalla Polizia Municipale?

Già 22 anni fa le auto bruciavano su “commissione”, ma la causa era “corto circuito”

Ormai siamo assuefatti ai falò notturni, ma non accetteremo mai l’idea che si tratti di incendi causati da “autocombustione” o da “corto circuito”. A confermare le nostre tesi ci sono documenti processuali di indagini importanti che hanno cambiato la storia di questa città che raccontano altre verità. Nelle carte processuali della “ Operazione RESET “, che portò all’arresto e condanna di oltre 100 persone per detenzione e spaccio di droga, abbiamo trovato le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che svela i retroscena di un incendio doloso di auto nel quartiere Madonna dei Martiri, che viene derubricato a “incendio per corto circuito”.

DURANTE IL PROCESSO VIENE ASCOLTATO IL PENTITO PIETRO FACCHINI

…omissis…

…Vi è un altro riferimento cronologico sulla vicenda qui in esame: il Facchini afferma che  nel 1992 il Lasecchia e sua moglie furono tratti in arresto e in quello stesso periodo egli fu contattato direttamente dal Manganelli Giuseppe e invitato a compiere, per suo conto, un attentato incendiario a due autovetture, una Lancia Prisma ed una Renault Clio, parcheggiate in ora notturna nello stesso quartiere ove abitava il mandante (Rione Madonna dei Martiri).

Durante il controesame della difesa il collaboratore ha dichiarato di non ricordare con precisione le date e di ricordare vagamente che forse l’episodio era avvenuto d’estate.

In realtà, l’attentato è del 1993, sia pure del mese di gennaio (giorno 31, come vedremo più oltre), per cui è ragionevole pensare che gli episodi narrati dal collaboratore vadano spostati nel tempo di almeno un anno rispetto a quello che è l’odierno ricordo cronologico di costui, essendo logico ritenere che il Manganelli si sia fidato del Facchini proprio in quanto nei giorni immediatamente precedenti la proposta criminosa (sicuramente coincidenti con quelli della dimora nei pressi del bar Cubana) aveva avuto modo di conoscerlo e incontrarlo spesso presso l’abitazione del socio Lasecchia.

Quanto alle modalità dell’attentato, il chiamante in correità narra che fu il Manganelli Giuseppe ad accompagnarlo, con la sua potente e sportiva auto Ford, presso un distributore di Bisceglie per il prelievo di una tanica di benzina necessaria per l’attentato ed a riaccompagnarlo nella zona Madonna dei Martiri.

Il Facchini riuscì ad incendiare solo la Lancia Prisma – che sapeva appartenere a tale “Nuccio”, fratello di quel Brattoli Cristoforo che un tempo si era reso responsabile dell’omicidio del Sindaco di Molfetta - mentre non poté procedere ad analogo gesto criminoso contro la Clio per motivi logistici.

Ad “operazione” compiuta il Manganelli compensò il dichiarante in natura, con un grammo di eroina del valore commerciale di circa 140/170 mila lire.

Tra l’altro, il danneggiato è il padre dell’imputato Brattoli Antonio, delle cui attività delinquenziali per gli anni successivi all’operazione Primavera il Facchini dichiara di nulla sapere, ma che in epoche precedenti aveva spacciato droga con un gruppo composto da Tota Ignazio, Parisi Michele e Parisi Giuseppe nonché da tale Salinetti non imputato nel presente procedimento.

Nella fase delle indagini preliminari il chiamante in correità affermò anche, come gli ha contestato il P.M., che il Brattoli vendeva droga per conto del “Tarantino” (Lasecchia Cosimo, che vedremo inseparabile socio del Tota Ignazio nel 1996), ma il Facchini non ha confermato la circostanza in dibattimento, dichiarando di non ricordarla con chiarezza……

…..Il Lasecchia consegnava i “pacchi” di eroina da custodire che, al momento della vendita, venivano prelevati da un corriere a nome “Tommasino u Négre” (il Nero), mentre i tre soci del gruppo, Lasecchia, Sciancalepore e Valente Domenico (il quale, dopo gli arresti dell’operazione Primavera sarebbe uscito dalla società per aggregarsi ai Parisi) si trattenevano, all’epoca, in strada e offrivano direttamente lo stupefacente ai potenziali acquirenti.

Questa, dunque, era la situazione al momento in cui l’organizzazione fu sconvolta dagli arresti dell’operazione Primavera: il 22 aprile del 1994 finirono in manette Sciancalepore Mauro e Valente Domenico, mentre il Lasecchia Cosimo, il Manganelli Giuseppe ed il Manganelli Michele varcarono la soglia del carcere il successivo 5 maggio, al punto che al “povero” Albanese Gaetano, scarcerato il 24 giugno ‘94 dopo una detenzione non riguardante l’operazione Primavera, non rimase altro da fare che mettersi a spacciare hascisc per Sette Carlo.

Si deve, purtroppo, constatare che la maggior preoccupazione degli arrestati non fu quella di iniziare un percorso rieducativo, bensì il pensiero del come provvedere, per interposte persone, ad esitare le scorte di eroina rimaste invendute ed occultate al momento del “blitz”, onde proseguire senza soluzione di continuità l’illecito commercio… omissis

 Il teste a prova contraria

Per screditare l’attendibilità del Facchini Pietro, contestando la veridicità dell’attentato incendiario ad un’autovettura, la difesa dei Manganelli ha mostrato al collaboratore, in successione, tre fotografie a colori raffiguranti coppie di sposi ripresi insieme ad alcuni invitati ai festeggiamenti per le nozze, tra i quali il proprietario del veicolo distrutto, Brattoli Carlo.

Nella prima foto il dichiarante ha riconosciuto lo sposo in Manganelli Michele ed uno degli invitati nel nominato Brattoli, da lui chiamato “Nuccio”,  nella seconda lo stesso soggetto ritratto insieme allo sposo Manganelli Giuseppe e, nella terza, sempre il Brattoli in compagnia di una sposa che il Facchini afferma di non conoscere e la difesa sostiene essere Manganelli Carmela, sorella dei primi due.

Il difensore ha, altresì, prodotto certificati anagrafici dai quali risulta che il Manganelli Michele contrasse matrimonio in data 1.8.95, il fratello Giuseppe in data 1.12.95 e la sorella Carmela il 4.9.93.

Su richiesta della difesa è stato inoltre acquisito al fascicolo per il dibattimento, al solo fine di comprovare il fatto storico dell’avvenuta presentazione, il verbale di denuncia orale di incendio di autovettura sporta da Brattoli Carlo ai Carabinieri di Molfetta in data 31 gennaio 1993 e si è disposta la citazione del denunciante al fine di chiarire, tramite la sua testimonianza, lo svolgimento dei fatti.

Presentatosi in dibattimento, il danneggiatoavvertito della facoltà di non testimoniare in quanto padre del coimputato Brattoli Antoniosi è dichiarato disposto a deporre e, sui fatti, ha asserito di ritenere che probabilmente l’incendio della propria autovettura Lancia Prisma, avvenuto intorno alla mezzanotte (Facchini ricorda di averlo provocato più o meno intorno a mezzanotte, mezzanotte e mezzo, comunque in nottata), sia stato accidentale, presumibilmente dovuto a corto circuito nell’impianto elettrico.

Dagli elementi sopra descritti, oltre che dalla circostanza che il teste risieda in Rione Madonna dei Martiri n. 18, proprio nella palazzina vicina al civico n.19, residenza della famiglia Manganelli, si dovrebbe trarre la conclusione che i rapporti tra le due famiglie siano sempre stati così stretti e cordiali da escludere, come ha fatto il Brattoli Carlo nel corso della sua testimonianza, che vi siano mai stati motivi di astio o di vendetta nei suoi confronti, tali da portare addirittura ad un attentato.

Tuttavia, la deposizione del citato teste è apparsa inquinata da una eccessiva e sospetta prontezza nel riferire argomenti favorevoli al Manganelli, come dimostra il seguente passo del verbale di udienza:

Pubblico Ministero: ” Senta, lei è stato invitato da alcuni matrimoni della famiglia… “.

Teste: “  Sì “.(da rilevare che qui il teste ha interrotto il P.M. rispondendo prima che la domanda fosse finita)

Pubblico Ministero: ” Di quale famiglia? “.

Teste: ” Di Manganelli “.

Pubblico Ministero: ” L’ha intuito che io volessi chiederle dei matrimoni della  famiglia Manganelli? “.

 Teste: ” Della famiglia Manganelli “… …

Presidente: ” Scusi, lei ha detto subito sì, senza sapere neanche di quali matrimoni le doveva chiedere Il Pubblico Ministero. Come ha fatto ad indovinare? “.

Teste: ” Io perché li ho fatti tutti i matrimoni, perché li ho visti nascere questi bambini “… …

Pubblico Ministero: ” Ma lei ha partecipato ai matrimoni di tutti quelli che si sono sposati a Molfetta? “.

Teste: ” Nossignore “.

Pubblico Ministero: ” Allora a tutti i matrimoni che cosa significa? “.

Teste: ” Della famiglia Manganelli perché si è sposato… “.

Pubblico Ministero: ” Sì, però io le ho chiesto: come faceva lei a sapere che io le avrei chiesto dei matrimoni della famiglia Manganelli? “.

Teste: ” Perché me lo sta chiedendo lei dei… “.

 Pubblico Ministero: ” No, io non gliel’ho chiesto, signor Brattoli. >>

La pressione del controesaminante sul teste, chiaramente in difficoltà nello spiegare il suo comportamento processuale, è stata sviata da un irrituale intervento dell’imputato Manganelli Giuseppe che, dalla sua gabbia e lontano dal microfono, ha cominciato a profferire parole delle quali non è stato possibile comprendere il significato, persistendo in tale scorretto comportamento nonostante la decisa diffida a non interferire nello svolgimento dell’atto processuale per non influenzare il teste.

L’incidente processuale ha dimostrato in maniera lampante che la deposizione dibattimentale del Brattoli Carlo, lungi dall’essere spontanea, era stata accuratamente preparata, al punto che, quando qualcosa non è andata per il verso giusto a causa di una troppo frettolosa risposta del teste alle domande del P.M., è intervenuto personalmente l’imputato Manganelli Giuseppe a “proteggere” il “suo” teste dalla supposta invadenza della pubblica accusa.

Se ne trae il convincimento che il Brattoli subisca la preminente personalità delinquenziale di tale imputato, sì che, a questo punto, appare tutt’altro che inverosimile l’ipotesi che l’attentato, ormai risalente nel tempo, sia stato il metodo, di stampo mafioso, utilizzato per ridurre alla ragione costui e la sua famiglia, evidentemente un tempo non così proni alla volontà dei vicini di casa.

Sta di fatto che risulta provato in atti che il 31 gennaio 1993 i Vigili del Fuoco dovettero intervenire per domare l’incendio dell’autovettura “Lancia Prisma” di proprietà del Brattoli e parcheggiata proprio nel posto descritto dal Facchini Pietro nelle sue dichiarazioni.

L’invito della vittima al primo matrimonio della famiglia Manganelli – quello celebratosi nel settembre del 1993 – è posteriore di parecchi mesi all’attentato e non prova, pertanto, con certezza che i rapporti col Brattoli siano stati sempre idilliaci, anzi è in accordo anche con l’ipotesi che quest’ultimo si sia sottomesso ai Manganelli dopo l’inequivocabile “avvertimento”.

In conclusione, dalle fonti proposte a prova contraria dalla difesa emergono più elementi di riscontro che elementi di contrasto con le affermazioni del Facchini Pietro, anche su argomenti non direttamente interessanti le imputazioni oggetto del presente giudizio…

..omissis

Per questo e tanti altri motivi non accetteremo mai l’ipotesi dei corto circuiti e chiediamo che si apra un fascicolo unico d’indagine su tutti gli incendi d’auto avvenuti in questi anni e che potrebbero esserci ancora, includendo gli attentati dinamitardi o esplosioni di bombe carta.

Rifiuti nel falso olio «bio», arrestate 16 persone sequestrate 15 imprese

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

La commercializzazione di olio di oliva comunitario come falso olio extravergine di oliva biologico 100% Made in Italy era “il vero core business” della trentina di persone indagate – 16 delle quali arrestate oggi – nell’indagine della Guardia di Finanza di Andria che ha portato anche al sequestro di 16 aziende tra la Puglia e la Calabria.

L’attività delittuosa era – secondo quanto emerge dagli atti della Gdf – “il vero core business” degli indagati che “in barba a qualsivoglia forma deontologica antepongono i propri interessi personali a quelli della collettività, il tutto con gravi pregiudizi riscontrabili non solo nell’ottica del consumatore finale e della tutela della salute pubblica ma anche in quella dell’intero mercato autoctono dell’olio extravergine di oliva che, come appare sempre più frequentemente dalle cronache degli ultimi anni, risulta costellato da continue fluttuazioni al ribasso”. La frode – secondo gli investigatori – ha permesso agli indagati di ottenere “un vantaggio competitivo imprenditoriale altamente remunerativo”.

Le tre associazione per delinquere smantellate erano – secondo la procura – capeggiate due dall’imprenditore andriese Nicola Di Palma (dell’azienda olearia San Vincenzo), la terza da Antonio Cassetta (gestore di fatto della Sago srl di Andria). Entrambi sono stati arrestati. Di Palma avrebbe capeggiato due gruppi criminali: il primo aveva rapporti con aziende calabresi di Cassano allo Ionio (Cosenza) e di Petitia Policastro (Crotone), l’altro con aziende di Copertino (Lecce); Cassetta invece gestiva un’altro gruppo criminale: nella sua azienda di Andria, la Sago, è stata riscontrata la presenza di oli di oliva lampanti adulterati con oli di semi e/o grassi estranei all’olio d’oliva.

Le misure cautelari sono state emesse dal gip di Trani Angela Schiralli su richiesta del pm Antonio Savasta e del procuratore Carlo Maria Capristo.

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«IN QUELLE BOTTIGLIE C’ERANO RIFIUTI»
Le analisi chimiche e organolettiche compiute su campioni di olio d’oliva venduti come biologico extravergine Made in Italy, hanno dimostrato che in quelle bottiglie, in alcuni casi, non vi era nulla che potesse essere definito neppure olio lampante, addirittura che possa essere definito commestibile, trattandosi di oli esausti, residui di frittura, ossia rifiuti che, anzichè essere smaltiti erano venduti e finivano sulle tavole di consumatori “. Lo ha detto il responsabile dell’ispettorato repressione frodi di Bari, Luca Veglia, nel corso della conferenza stampa che si è svolta nella procura di Trani sull’operazione che ha portato a 16 arresti e al sequestro preventivo di 16 aziende e di 400 tonnellate di olio di oliva scadente o contaminato.
Si tratta di sostanze cancerogene e dannose per la salute degli ignari consumatori – ha aggiunto il pm Antonio Savasta – che invece hanno il diritto di sapere cosa c’è in quello che comprano e di scegliere i prodotti in base alle loro reali caratteristiche“.

Ecco gli arrestati e tutti gli indagati

Ecco l’elenco delle persone destinatarie dell’ordinanza applicativa della custodia in carcere (e ai domiciliari) emessa dal gip di Trani. Complessivamente sono 23 gli indagati.

Sono finiti in carcere: Nicola De Palma (54 anni, Andria) e Antonio Cassetta (Andria, 50 anni).

Ai domiciliari: Mario Cuda (52 anni, Catanzaro), Giuseppe Orlando Chiera (52 anni, Locri), Mario Vincenzo Brogna (Cassano dello Ionio, 56 anni), Antonio Di Gregorio (Andria, 45 anni), Giovanni Angelo Petito (46 anni, Copertino), Anna Paola Mariano (46 anni, Copertino), Luigi Michele Petito (50 anni, Copertino), Mauro Luigi Giuseppe Petito (50 anni, Copertino), Giuseppe Petito (23 anni, Copertino), Domenico Cassetta (47 anni, Andria), Leonardo Giovanni Papaianni (Corigliano Calabro, 43 anni), Giuseppe Di Bari (Andria, 48 anni), Domenico Locantore (Andria, 62 anni), Lazzaro Luciano Fusiello (Andria, 53 anni)

Il giudice ha rigettato la richeista di arresto per altre cinque persone. Grazia Pomo (47 anni, Andria, Rosaria Viteritti (Corigliano Calabro, 59 anni), Antonio Luzzi (34 anni, Rossano Calabro), Anna Maria Teresa Bianco (38 anni, Mesagne) e Giuseppe Monteleone (51 anni, Bari).

Locantore olii Andria

Le aziende pugliesi coinvolte, e interessate dal provvedimento di sequestro del gip sono:
Minolio (Andria), Agripetito (Copertino), Azienda agricola olearia San Vincenzo (Andria), Borgo Salento (Erchie), Meridex olli (Bitonto), Olisol (Barletta), Full Commerce (Andria), S Agg (Andria)

  1.  Ecco indagati e aziende coinvolte
  2.  Il plauso del ministro Martina
  3.  Coldiretti: da inizio crisi +300% frodi
  4.  Unaprol: i controlli funzionano

 

Olio ‘taroccato’ e dalla Spagna spacciato per biologico Made in Italy: 16 arresti in Puglia, chiuse le aziende

bari.repubblica.it

ANDRIA - Altro che ‘olio 100% italiano biologico’: un’indagine della Guardia di Finanza di Adria ha portato oggi allo smantellamento di tre associazioni per delinquere che gestivano un giro d’affari illecito stimato in 30 milioni di euro. Sono state arrestate 16 imprenditori pugliesi, ma nell’inchiesta ci sono anche altri indagati. La magistratura di Trani ha ordinato anche il sequestro preventivo di 16 imprese coinvolte.

Coldiretti: “Ecco spiegato l’aumento delle esportazioni”

L’olio veniva etichettato come ’100% italiano biologico’ quando la provenienza era in realtà comunitaria e sfruttava sul mercato il valore aggiunto delle menzioni riservate ai prodotti ‘Made in Italy’ e biologico. L’indagine ha permesso anche di apporre i sigilli a circa 400 tonnellate di olio dalle qualità organolettiche scadenti o contaminate. L’olio sequestrato era miscelato con grassi di diversa natura, contenenti fondami ed impurezze imputabili al circuito della raccolta degli oli esausti della ristorazione, nonché di provenienza furtiva, oppure scortati da documenti di accompagnamento indicanti natura e qualità diversi da quelli reali.

Le tre associazione per delinquere smantellate erano – secondo la procura – capeggiate due dall’imprenditore andriese Nicola Di Palma (dell’azienda olearia San Vincenzo), la terza da Antonio Cassetta (gestore di fatto della Sago srl di Andria).
Entrambi sono stati arrestati. Di Palma avrebbe capeggiato due gruppi criminali: il primo aveva rapporti con aziende calabresi di Cassano allo Ionio (Cosenza) e di Petitia Policastro (Crotone), l’altro con aziende di Copertino (Lecce); Cassetta invece gestiva un’altro gruppo criminale: nella sua azienda di Andria, la Sago, è stata riscontrata la presenza di oli di oliva lampanti adulterati con oli di semi e/o grassi estranei all’olio d’oliva.

L’inchiesta ha accertato che le tre presunte organizzazioni criminali pugliesi – due delle quali facevano capo ad uno stesso imprenditore andriese – si sono avvalse della complicità di imprese che commercializzano olio di oliva in Puglia e in diverse città della Calabria. A queste imprese era affidato il compito – secondo il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, e il pm inquirente Antonio Savasta – di fornire false fatture attestanti fittizi approvvigionamenti di olio extravergine di oliva prodotto in Italia necessari ‘cartolarmente’ a legittimare ingenti acquisti di olio proveniente, in realtà, dalla Spagna.

All’indagine della Gdf hanno partecipato uomini dell’ispettorato repressione frodi di Roma e Bari del ministero delle politiche agricole e dell’Agenzia delle Dogane. Grande la soddisfazione del ministro Maurizio Martina. “Voglio ringraziare – ha detto
– tutto l’Ispettorato anti frode per il grande lavoro fatto a protezione di un prodotto simbolo del Made in Italy come l’olio d’oliva. L’operazione di oggi dimostra l’efficacia del sistema dei controlli e il concreto rafforzamento del coordinamento che abbiamo voluto con decisione. Azioni di contrasto come quella di oggi si inseriscono in un piano di azione contro l’illegalità, a tutela della sicurezza degli alimenti, della fiducia del consumatore e dei tantissimi produttori che con fatica e passione portano avanti il proprio lavoro rispettando le regole. Proprio sul settore dell’olio

 – ha concluso Martina – stiamo portando avanti un lavoro importante di controlli e di analisi, tanto nella fase d’ingresso dall’estero quanto negli stabilimenti di lavorazione in Italia, per proteggere una filiera che vale quasi un miliardo e mezzo di euro solo di export”.

“Diabolik”, 2,3 milioni di beni sequestrati a Fabrizio Piscitelli: capo ultrà della Lazio

di Redazione Il Fatto Quotidiano 

Auto, immobili di lusso, partecipazioni societarie. E’ questo il patrimonio da 2,3 milioni di euro sequestrato dal Gico della Guardia di Finanza di Roma a Fabrizio Piscitelli, conosciuto come “Diabolik”, lo storico capo ultrà degli Irriducibili della Lazio, dal 24 settembre in carcere a Rebibbia per traffico di droga e coinvolto in passato in altre vicende criminali.

Il sequestro preventivo disposto dal Tribunale di Roma in dettaglio ha riguardato: un patrimonio aziendale e beni di una società, con sede a Roma, per il commercio all’ingrosso di abbigliamento e accessori; fondo comune e un intero patrimonio di un’associazione culturale di Roma gestita con altre figure di spicco della frangia estrema della tifoseria laziale per fini culturali e ricreativi; quote societarie di una società di Roma per la produzione nei settori della stampa, della editoria e della grafica; due immobili di grandi dimensioni e valore a Grottaferrata (Roma); tre auto; oltre che a rapporti bancari, postali, assicurativi e azioni. Il tutto per un valore di oltre 2.300.000 euro.

“Diabolik” è già sottoposto a sorveglianza speciale per tre anni con obbligo di soggiorno nel comune di residenza. Nel 2013 venne arrestato dalla Finanza come promotore, finanziatore e organizzatore dell’acquisto di grossi quantitativi di hashish dalla Spagna, introdotti in Italia tramite corrieri.

Piscicelli ha avuto rapporti tra il 1991 ed il 1992 con il boss della camorra trapiantato a Roma Michele Senese, che attraverso “Diabolik” e il fratello Gennaro Senese aveva stretto accordi con il clan Abate, all’epoca egemone nell’area di San Giorgio a Cremano (Napoli). Accordi finalizzati all’approvvigionamento di eroina dalla Turchia, via Germania e di hashish dalla Spagna. In tempi più recenti Piscicelli è stato coinvolto nel processo sulla tentata scalata alla Lazio con capitali criminali e in molti episodi di violenza negli stadi.

Dal comitato per la psoriasi a quello per gli stalloni, ecco i 116 enti mai chiusi

Comitati, consorzi, commissioni, tavoli tecnici, gruppi di coordinamento, collegi, società partecipate. Il potere politico in Puglia è come un iceberg. La parte visibile è rappresentata dal gruppo ristretto di istituzioni che mandano avanti la macchina amministrativa. Poi però c’è la parte più consistente dell’iceberg, quella meno visibile, formata da piccole e grandi centrali di potere.

Soltanto le società partecipate sono poco meno di 400 in tutta la Puglia, gestiscono un esercito di 7mila dipendenti e secondo la Corte dei conti sono quasi tutte in perdita. Accanto a queste ci sono gli organismi collegiali regionali con funzioni consultive o tecnico- amministrative. Nel luglio scorso, su proposta del consigliere regionale del Pd Fabiano Amati, la Regione ha approvato una legge per riordinare questi enti, selezionando quelli inutili e salvaguardando gli organismi indispensabili. La norma prevede una ricognizione ogni fine anno “per recuperare efficienza nei tempi dei procedimenti amministrativi e conseguire risparmi di spesa”.

La prima ricognizione conclusa il 21 febbraio, però, non è andata benissimo. Su 120 enti individuati vengono aboliti solo 4, tra questi il Tavolo permanente per la sanità elettronica e due comitati tecnici sul turismo. Gli altri 116 sono giudicati “indispensabili  -  secondo la Regione  -  perché “svolgono comportamenti fondamentali per i fini istituzionali dell’amministrazione regionale”. “Servirebbe uno psicanalista per capire i motivi per cui la politica faccia così tanta difficoltà nel combattere la burocrazia  -  afferma Amati  -  pur con le migliori intenzioni, il mondo politico si rende ostaggio di alcuni apparati di vertice. Ci sono dei comitati che non costano nulla in termini economici, ma che gestiscono documenti e pratiche e quindi costano molto in termini di perdita di tempo. Ed anche il tempo ha un valore economico”.

Frugando tra i documenti regionali si scopre che tra i 116 organi assolutamente fondamentali per il prosieguo dell’attività amministrativa regionale ci sono tra gli altri anche il Comitato regionale per la Protezione civile, la Commissione trattamento psoriasi con farmaci sistemici, il gruppo coordinamento regionale sul fenomeno dell’alga ostreopis ovata nelle acque pugliesi. Indispensabile è anche il tavolo tecnico sul monitoraggio della mobilità sanitaria extraregionale. Quante volte si è riunito e che fine ha fatto? È l’interrogazione presentata ieri dal vicepresidente del Consiglio regionale, Nino Marmo: “Continua ad aumentare la mobilità passiva  -  scrive il consigliere di Forza Italia  -  che fine ha fatto il tavolo tecnico istituito nel 2011 per ridurla?”.

Tra gli enti indispensabili figurano anche il consorzio Carso (centro di addestramento alla ricerca scientifica di base in campo oncologico) a Valenzano, organo che la stessa Regione nell’opera di monitoraggio definisce “non obbligatoriamente previsto da alcuna norma di legge nazionale o regionale “, e il Comitato tecnico consultivo e di indirizzo dell’area finanza. Del comitato fanno parte una decina di persone che partecipano alle riunioni in maniera gratuita, mentre per i rimborsi spese la Regione specifica che l’ammontare “non potrà essere superiore a 45mila euro”. A quanto pare è indispensabile anche l’Osservatorio sulla salute delle donne. Quante volte si è riunito? Primo dell’arrivo dell’ex assessore Elena Gentile, solo quattro volte in quattro anni. Dopo ha cambiato nome, ma le riunioni dell’Osservatorio si contano lo stesso sulle dita di una mano.

Tra i 116 organi fondamentali ce ne sono però alcuni che destano particolare sorpresa. L’area politiche sviluppo rurale non spiega i motivi per i quali ritiene fondamentali le attività svolte dalla Commissione tecnica per la salvaguardia del patrimonio genetico dell’asino di Martina Franca, dalla Commissione per l’approvazione stalloni di interesse locale o dalla Commissione tecnica centrale “Registro anagrafico delle razze equine e asinine a limitata diffusione”.

 ”E pensare  -  dice il consigliere Fabiano Amati  -  che gran parte delle funzioni in capo a questi organismi dovrebbero essere svolte dal personale interno agli assessorati. In questo modo non si fa altro che duplicare le fonti di potere senza ragionevolezza”.

Marijuana coltivata tra pomodori e ulivi in una villetta di Terlizzi

Marijuana coltivata tra pomodori e ulivi in una villetta di Terlizzi

bari.repubblica.it

All’esterno appariva come un normale “orticello” di una villetta di campagna con piante di pomodoro, basilico e ulivi ma all’interno era una sorta di serra di marijuana. I tanti alberi e arbusti sistemati lungo a recinzione servivano infatti a coprire la piantagione più importante, quella di marijuana. I Finanzieri della tenenza di Molfetta dopo indagini ed appostamenti hanno effettuato la perquisizionedella villetta di campagna a Terlizzi, in uso a un pregiudicato terlizzese di 45 anni, rinvenendo così30 piante di marijuana dell’altezza media di 160cm, da cui l’uomo avrebbe ricavato oltre 1000 dosi per un valore sul mercato di circa 10.000 euro. All’interno della villetta è stato trovato anche mezzo chilogrammo di semi pronti per essere piantati. La “coltivazione domestica” dello stupefacente eraabilmente nascosta da teli ombreggianti o da pannelli in plastica ondulati che ne impedivano la visione all’esterno e astutamente mescolata tra numerose piante di ulivo e coltivazioni di ortaggi, frutta e verdura. Il micro-clima favorevole della zona rendeva un ulteriore contributo per la crescita rigogliosa delle piante per la cui cura venivano utilizzati fertilizzanti e prodotti chimici specifici. Le piante, dopo essere state estirpate, unitamente ai semi, sono state sequestrate e l’utilizzatore del fondo, che si è assunto la responsabilità dei fatti, è stato arrestato in flagranza per coltivazione illecita di sostanza stupefacente e sottoposto al regime degli arresti domiciliari.

Ancora abbondante la presenza dell’alga tossica tra Molfetta e Bisceglie

Nel primo pomeriggio l’ARPA Puglia ha diffuso i dati riguardanti il monitoraggio dell’ “Ostreopsis ovata” nella prima quindicina del mese di Luglio, allo scopo di verificare eventuali fenomeni di fioritura della microalga, potenzialmente tossica. Permane la preoccupazioni del dato riguardante il punto a “500mt sud fogna citt.na Bisceglie” con 6.156.045 cellule, in acque fondo, e 41.120 cellule, in acque colonna.

I dati precedenti erano di 6.318.531 cellulle, in acque fondo, e 398.140 cellule, in acque colonna. Tenendo conto che il  limite è di 10.000 cellule/litro in colonna d’acqua per l’insorgenza di un eventuale rischio sanitario l’allerta rimane sempre alta.

Il dato rimane critico ed enigmatico, sempre in considerazione che in quel tratto di mare dal 2008 al 2013, nello stesso periodo e fino alla prima quindicina di luglio, i parametri erano di “zero” cellule. Pertanto ancora una volta chiediamo alle autorità preposte e ai sindaci delle due città cosa stia accadendo di grave in quel territorio, anche alla luce delle dichiarazioni del sindaco di Molfetta che ipotizzava la possibile confluenza di scarichi industriali anomali sversati nella fogna cittadina senza alcun trattamento.

I “depositi temporanei” di amianto, segnalati dal Liberatorio, erano stati creati dal Comune

Il 14 Luglio scorso avevamo segnalato la presenza di tre grossi involucrcontenenti amianto,  all’altezza del sottopasso della A14.  Ieri il responsabile della Protezione Civile, della Polizia Municipale, ci informava verbalmente che quegli involucri costituivano un “deposito temporaneo” del nucleo ambientale della Polizia Municipale che sta bonificando le strade rurali del nostro territorio.

I siti bonificati sono:
1.Contrada San Leonardo, altezza sottopasso Autostrada;
2. Contrada San Leonardo, altezza ponte;
3. Contrada Coda della Volpe, altezza impianto ASM;
4. Via Bitonto, altezza ponte S.S. 16/bis;
5. Contrada Mino, altezza ponte S.S. 16/bis;
6. Largo Paul Harris;
7. Strada vicinale Sant’Alessio;
8. Via Vecchia Madonna delle Rose, altezza ponte Schivazzappa;
9. Via Spadolini angolo via Vecchia Madonna delle Rose;
10. Zona Porto, molo Pennello;
11. Via Bisceglie;
12. Cala San Giacomo;
13. Contrada Chiusa della Nepta;
14. Contrada Schiffo;
15. Complanare S.S. 16/bis, altezza via Ruvo sia a monte che a valle;
16. Zona Pulo;
17. Prolungamento Caduti sul lavoro;
18. Viale Margherita, altezza oleificio privato;
19. Contrada Samarelle-Fondo Don Carluccio;
20. Strada vicinale Fondo Favale;
21. Strada vicinale Pezza Malonga;
22. Contrada Marcinase;
23. Contrada Collicello;
24. Via Terlizzi, altezza contrada Piscina d’Isonz.

Noi rispondiamo dicendo di avere seri dubbi su questa modalità di bonificare. Non crediamo sia normale e legale lasciare per le strade di campagna certi “depositi temporanei” per oltre dieci giorni sotto il sole e i temporali con la reale probabilità di deterioramento degli stessi involucri contenenti l’amianto con la dispersione delle stesse fibre nell’ambiente. Pertanto si chiede di rimuovere subito i rifiuti pericolosi come la legge prevede senza stoccarli per strada