Gare pilotate, arrestato sindaco Trani. «Qua comandiamo noi»

54378

www.lagazzettadelmezzogiorno.it 

Qui comandiamo noi, si fa quello che diciamo noi“. Non usavano certo la diplomazia per pilotare gli appalti e per imporre assunzioni nelle società comunali i sei presunti componenti del comitato politico-affaristico arrestati stamattina dalla Digos di Bari su disposizione della magistratura tranese. Gli appalti venivano pilotati in cambio di richieste di denaro (dai 5.000 ai 10.000 euro) e posti di lavoro. Le assunzioni nelle società comunali erano invece imposte per sistemare anche amici e parenti dei consiglieri di opposizione e per guadagnarsi il loro appoggio incondizionato in Consiglio comunale. Se qualcuno, poi, faceva opposizione, spuntava subito la minaccia dei licenziamento o il mancato rinnovo del contratto a termine.

A capo del comitato politico-affaristico – secondo l’accusa – c’era il sindaco di Trani, Luigi Nicola Riserbato (centrodestra) finito agli arresti assieme ad altre cinque persone. Oltre a Riserbato, eletto nel 2009 consigliere provinciale della Bat con la ‘Puglia prima di tutto’, il partito fondato all’ex ministro Raffaele Fitto (Fi), ai domiciliari è finito il funzionario comunale Edoardo Savoiardo. Sono stati invece portati in carcere l’ex vicesindaco Giuseppe Di Marzio (Fi), il consigliere comunale Nicola Damascelli (movimento Schittulli), l’ex consigliere Maurizio Musci (Fi) e l’ex amministratore unico dell’ex municipalizzata Amiu, Antonello Ruggiero.
Pesanti le accuse contestate a vario titolo: associazione per delinquere, concussione, corruzione e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente.

Le indagini del pm di Trani, Michele Ruggiero, ruotano attorno ad un appalto di oltre due milioni di euro per la vigilanza degli immobili comunali aggiudicato nel 2013 – secondo l’accusa – in modo illecito alla società palermitana Sicurcenter. Dopo che era stata bandita la gara, secondo alcuni testimoni, cominciarono le richieste di danaro a varie ditte che avevano manifestato interesse al bando, ma non vi è prova che le ‘mazzettè siano mai state versate. Dagli accertamenti sarebbe invece poi emersa l’esistenza di un vasto sistema corruttivo che vedrebbe coinvolti politici, dirigenti e amministratori del Comune di Trani.

Gli arresti – ha detto il procuratore Carlo Maria Capristo – costituiscono “una prima e urgente risposta ad un diffuso e insidioso sistema di condizionamenti e interferenze illeciti nella gestione di appalti e, più in generale, della cosa pubblica nel Comune di Trani“, organizzato da un “comitato politico affaristico che comandava in città“.
Secondo Capristo, il sistema di illegalità ha pervaso “la vita politica della amministrazione cittadina”. Venivano imposte assunzioni – ha spiegato il magistrato – presso società operanti per il Comune in base a logiche clientelari di scambio o asservimento ad una specifica parte politica, dietro la minaccia di ritorsioni; veniva sollecitato il pagamento di tangenti in cambio di aggiudicazioni; la dialettica politica era governata da intimidazioni, ritorsioni e minacce di licenziamenti; le gare dei pubblici appalti erano pilotate. Oltre ai sei arrestati, vi sono sei indagati a piede libero. Per quattro di essi – i componenti della commissione aggiudicatrice degli appalti – la procura ha chiesto al gip l’interdizione dai pubblici uffici. Si tratta dell’ex segretario comunale Pasquale Mazzone, dell’ex dirigente dell’ufficio tecnico Claudio Laricchia (ora in forza al Comune di Bari); dell’ex dirigente alle Finanze Yanko Tedeschi e della poliziotta municipale Elsa Coppola. Sono indagati anche i responsabili della Sicurcenter Francesco Lupo, Massimo Aletta e Nicola Lisi. Lunedì cominceranno gli interrogatori.

Così agiva la banda del fittiano di ferro

Trani, sindaco arrestato per associazione a delinquere. Altri 5 arresti e sette indagati

Appalti e assunzioni, bufera a Trani. Arrestato il sindaco e altre 5 persone

Legge stabilità: altri 10 milioni al porto del senatore Azzollini. Ma è già finanziato

di Mario Portanova – www.ilfattoquotidiano.it

Nella legge di stabilità dei tagli ai ministeri e gli enti locali, c’è un Comune che si vede arrivare uno stanziamento di dieci milioni di euro non richiesto e di cui non sa neppure bene che cosa fare. Il Comune è quello di Molfetta, 60mila abitanti, in provincia di Bari, guidato fino all’anno scorso da Antonio Azzollini (nella foto, a sinistra), attuale presidente Ncd della Commissione bilancio del Senato, indagato per truffa ai danni dello Stato e altri reati dalla Procura di Trani nell’inchiesta sulla costruzione del nuovo porto cittadino. E proprio al progetto del porto sono legati i dieci milioni stanziati dalla manovra economica approvata la notte scorsa. Peccato che il porto sia già interamente finanziato, che il cantiere sia sotto sequestro dal 7 ottobre dell’anno scorso e che i lavori, a quella data, fossero già sostanzialmente fermi per la presenza in mare di migliaia di ordigni bellici che impedivano il dragaggio del fondale. E proprio l’utilizzo dei fondi per la costruzione del nuovo bacino – oltre 170 milioni di euro dal 2001 a oggi, di cui al 2012 ne risultavano incassati circa 60 – è al centro delle accuse dei pm di Trani, secondo i quali l’amministrazione Azzollini ha sistematicamente dirottato milioni di euro arrivati per la grande opera su altre voci del bilancio comunale, compresi incentivi ai dirigenti e persino 111.526 euro in “cancelleria e stampa”, si legge negli atti dell’inchiesta. In questo modo, accusano i magistrati, il Comune di Molfetta per diversi anni ha raggiunto un “fittizio equilibrio economico” e attestato “falsamente” il rispetto del patto di stabilità. Tra le contestazioni più gravi ad Azzollini e la sua amministrazione, quella di aver convenuto con il consorzio di imprese appaltatrici, guidato dalla coop rossa Cmc di Ravenna, una transazione da 7,8 milioni di euro a titolo di compensazione per lo stop dei lavori dovuto alla presenza degli ordigni.

Nonostante questo quadro, nella legge di stabilità appena approvata si annida un articolo inintellegibile ai più, beffardamente inserito alla voce “Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia finanziaria e tributaria”. Per scovare i 10 milioni bisogna cercare (trattenendo il fiato) il riferimento all’articolo 11 quaterdecies comma 20 del decreto legge 203/2005 convertito dalla legge 248/2005. Che rimanda, a sua volta, alla legge 174/2002 sugli stanziamenti per il “completamento della diga foranea di Molfetta”.

Completamento che, peraltro, doveva avvenire entro il 2012, quindi prima del sequestro della magistratura. Oggi i lavori, appaltati alla Cmc, i cui vertici sono indagati, sono realizzati soltanto al 60%. Il finanziamento in questione è entrato nella legge di stabilità dalla porta principale, nel testo preparato dal governo, e quando è stato svelato in Commissione lavori pubblici del Senato ha provocato le proteste del Movimento 5 stelle, ma pare aver lasciato “sbalordito” anche qualche parlamementre Pd. Lo stesso Pd che ha vissuto con parecchi mal di pancia il “salvataggio” di Azzollini in Senato, lo scorso 8 ottobre, dalla richiesta di utilizzo di alcune intercettazioni telefoniche avanzata dalla Procura di Trani, salvataggio per il quale i voti del partito di Matteo Renzi sono risultati determinanti.

Oggi al Municipio di Molfetta siede la nuova giunta di centrosinistra guidata dall’indipendente Paola Natalicchio, che nel giugno del 2013, quando l’inchiesta sul porto era in corso ma non ancora esplosa con la notizia dei due arresti e dei 60 indagati, ha strappato il ballottaggio al candidato di Azzollini, che non poteva più ripresentarsi per raggiunto il limite massimo di mandati. Certo, a caval donato (con i soldi dei contribuenti, s’intende) non si guarda in bocca, e i progetti da finanziare non mancano, ma negli uffici comunali confermano che l’attuale amministrazione non ha fatto alcuna pressione per ottenere questo nuovo stanziamento e che il completamento della “diga foranea”, a cui la legge di stabilità rimanda, non richiede allo stato altri fondi.

Attende soltanto il dissequestro del cantiere e, soprattutto, il completamento della rimozione degli ordigni bellici, a cui lavora dal 2009 lo Sdai (Servizio difesa antimezzi insidiosi) della Marina militare. In più, quando si è insediata, la nuova giunta ha avuto un bel da fare a rimettere ordine nel bilancio, per non correre il rischio di finire a sua volta sotto inchiesta: per esempio un appalto per la costruzione di nuovi marciapiedi, già in corso, è stato annullato e poi rifinanaziato da zero con altre risorse perché anche questo poggiava sui finanzamenti ottenuti per la grande opera portuale. Ma dal cielo di Roma i nuovi fondi della grande opera voluta dal potente senatore Azzollini sono piovuti lo stesso.

L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Comunicato stampa

L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Lunedì 1 Dicembre u.s. si è tenuta presso la sala stampa di Palazzo Giovene, a cura del COMITATO BONIFICA MARINA (CBM), una conferenza stampa sulle diverse criticità che minacciano la salute del nostro mare e sullo stato dell’arte delle attività di bonifica.

A fare da ponte con la precedente conferenza pubblica del CBM, tenutasi presso la Sala Finocchiaro l’8 aprile 2014, sono state una serie di clips-video estrapolate dall’intervento del nostro Sindaco Paola Natalicchio tenuto in quella occasione.

Il primo cittadino, allora, invitò la cittadinanza attiva a collaborare con le istituzioni sulle tematiche della bonifica del porto e di Torre Gavetone, nonché sulla necessità di costituire un osservatorio epidemiologico comunale di monitoraggio sugli effetti dell’alga tossica (Ostreopsis ovata). Tutti gli impegni presi pubblicamente dalla amministrazione sono stati tutti completamente disattesi.

Tutte le interpellanze, e successivi solleciti, presentate dal CBM all’amministrazione comunale non hanno mai avuto risposte. Questo atteggiamento poco rassicurante è ancora più inaccettabile dal momento che la nostra comunità è inserita nel circuito delle CITTÀ SANE.

A rappresentare la marineria molfettese Vitantonio Tedesco (Vice Presidente del CBM) che ha delineato un quadro, a dir poco preoccupante, sullo stato di salute del comparto della pesca, flagellato appunto anche dalla presenza di ordigni bellici inesplosi e dalla presenza di anomale masse di mucillagini marine. A tal proposito è stato proiettato un documento filmato di Daniele Marzella e prodotto dal Nucleo Sub Molfetta, in collaborazione del Comitato Bonifica Molfetta, a testimoniare le più importanti criticità del nostro mare; gli ordigni, l’alga tossica e gli scarichi delle acque degli impianti di depurazione.

A fine conferenza è stata illustrata la petizione che il CBM promuoverà nei prossimi giorni in città per :

- l’istituzione di una commissione comunale di studio tecnico-scientifico sull’esposizione cronica alle tossine dell’Ostreopsis ovata (alga tossica);

-   la creazione di un osservatorio che rilevi le ricadute della stessa sull’ecosistema;

- la convocazione di un “Forum cittadino” permanente di comunicazione e informazione sulle problematiche inerenti l’alga tossica.

     Molfetta, 20.12.2014

                                                                                 Comitato Bonifica Molfetta

 

 

Medico Asl con doppio lavoro, Gdf sequestra 40mila euro

35773

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Aveva firmato con l’A.S.L. di Bari un contratto di “esclusività” impegnandosi a non esercitare la libera professione se non all’interno dell’azienda ospedaliera di appartenenza (c.d. regime intramoenia) oppure, all’esterno, rispettando determinate condizioni imposte dalla legge (c.d. intramoenia allargata), godendo, per questo, delle indennità incentivanti previste per i dirigenti sanitari pubblici.

In realtà, attraverso complesse e minuziose indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Trani, durante le quali sono stati sentiti in atti ben 150 pazienti, le Fiamme Gialle di Molfetta (BA) hanno smascherato il dipendente pubblico “infedele” che, con una partita IVA attiva da più di dieci anni (la cui comunicazione era stata omessa all’A.S.L. di appartenenza), esercitava, di fatto, attività in regime di “extramoenia”, visitando centinaia di pazienti presso il suo studio privato di Molfetta.

Nello specifico, è stato accertato che il medico, oltre ad usufruire indebitamente dei cospicui benefici economici previsti per gli “esclusivisti”, aveva effettuato visite “private” anche nei periodi in cui risultava assente dall’ospedale per malattia o corsi di aggiornamento, incassando le parcelle dai suoi clienti, con un ingiusto profitto a danno del S.S.N..

Al termine delle indagini, il professionista è stato denunciato per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e falsità ideologica. Inoltre, il P.M. inquirente, condividendo il quadro accusatorio delineato dai finanzieri di Molfetta, chiedeva ed otteneva dal gip del Tribunale di Trani il sequestro preventivo “per equivalente” dell’importo di circa 40 mila euro, pari alle indennità indebitamente riscosse, già eseguito su alcuni c/c bancari nella sua disponibilità.

La posizione del dirigente pubblico è stata segnalata anche alla Corte dei Conti di Bari per gli eventuali profili di responsabilità contabile e amministrativa in termini di “danno erariale”.

ARCHIVIO – Visite a nero in ospedale, sospeso cardiologo incastrato da «Striscia»

Bari, sospeso il cardiologo incastrato da «Striscia». Prendeva soldi dai pazienti

Schermata 2014-12-20 a 16.30.34

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

E’ stato sospeso in via cautelare per un mese il cardiologo dell’ospedale Di Venere, incastrato da un servizio di Striscia la Notizia mentre intascava i soldi dai pazienti (senza rilasciare ricevuta) che, per evitare lunghe liste di attesa, si sottoponevano a visite private a pagamento all’interno dello stesso ospedale. In pratica, il dottor G.I. diceva di effettuare visite in intramoenia – sistema che consente di svolgere attività professionale al di fuori del normale orario di servizio – ma in realtà non versava un euro al Cup dell’ospedale che per regolamento è l’unica struttura preposta a ricevere denaro e rilasciare ricevute. Quindi, incassava questi soldi tutti esentasse.

I ganci di Striscia la Notizia si sono presentati in ben due occasioni diverse per sottoporsi a visite cardiologiche ed elettrocardiogramma, e hanno pagato 40 euro, un prezzo “scontato” come emerge dalle dichiarazioni del cardiologo intercettate dalle telecamere nascoste.

Il medico è sfuggito ancher all’incursione di Mingo che intendeva consgenargli simpaticamente un salvadanaio con su sdcritto “Cup” per ricordargli l’obbligo di versare i soldi al Cup dell’ospedale Di Venere.

Il direttore generale facente funzioni dell’Asl Bari, Massimo Mancini, al quale Mingo ha mostrato in anteprima le immagini girate dalle telecamerine nascoste, ha espresso «disagio e vergogna» ed è andato giù duro annunciando un esposto alla Procura della Repubblica ipotizzando il reato di truffa aggravata. Il direttore generale ha chiarito innanzitutto che tale procedura non è comunque regolare, e cioè che i soldi devono essere versati prima al Cip che rlascia la ricevuta e fissa la prenotazione (d’intesa con il professionista), questo perchè una parte degli introiti – circa il 30 per cento – va versato all’azienda sanitaria per le spese della struttura, delle attrezzature e del personale infernieristico visto che la prestazione avviene all’interno dello stesso ospedale in cui il medico lavora.

Dal punto di vista disciplinare, l’ufficio procedimenti dell’Asl ha già aperto una indagine che ha comportato la sospensione cautelare dal servizio. Al termine dell’istruttoria – che sarà rapida – l’azienda sanitaria dovrà decidere l’eventuale sanzione da comminare al medico. In tal caso, oltre all’allontanamento dal servizio sarà prevista anche una riduzione dello stipendio. Il dott. Mancini, intanto, ha firmato la lettera di sospensione cautelare. Da quanto si è appreso, lo stesso cardiologo – un mese fa- sarebbe stato destinatario di un altro provvedimento di sospensione per aver aggredito una sua collega del pronto soccorso.

Intanto, la vicenda ha già allertato i Carabinieri del Nas che si sono attivati per acquisire dalla Asl ogni tipo di elemento utile per mandare una dettagliata informativa alla Procura trattandosi di ipotesi di reato perseguibile d’ufficio. E’ evidente che gli investigatori dovranno acquisuire dal tg satirico di Antonio Ricci le immagini andate in onda e probabilmente i filmati integrali, ovvero il materiale non utilizzato.

Parcelle in nero, sigilli al tesoro da 2,6 milioni del primario di neurologia del Policlinico di Bari

131239807-205c4415-106f-4ed0-8769-f65cc656cd75

di GABRIELLA DE MATTEIS – bari.repubblica.it

I finanzieri del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Bari, a seguito di complesse indagini patrimoniali e in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, hanno posto sotto sequestro un appartamento in zona residenziale di Bari e disponibilità finanziarie per un valore complessivo pari ad oltre 2.600.000 euro.

Il provvedimento di sequestro scaturisce da una attività investigativa che, da un lato, ha ricostruito il reale volume d’affari del noto professionista barese Vito Covelli, neurologo al Policlinico, e, dall’altro, ha messo in luce articolate condotte illecite, poste in essere da familiari dell’indagato, tese a riciclare i cospicui proventi derivanti dall’evasione fiscale.

Nello specifico, l’attività investigativa ha consentito di tracciare l’esecuzione di versamenti di denaro contante per oltre 750.000 euro su un rapporto di conto intestato a un familiare del medico, pensionato pubblico, nettamente sproporzionati rispetto alla sua capacità economica, successivamente investiti in prodotti finanziari. E tutto ciò avveniva con la illecita compiacenza del direttore della filiale che avrebbe dovuto segnalare le operazioni palesemente sospette.

Il denaro di illecita provenienza è stato riciclato anche ricorrendo a modalità più sofisticate, quali l’accensione di un mutuo per l’acquisto di un immobile e il conseguente pagamento delle relative rate mensili (oltre tremila euro al mese) tramite versamenti periodici sul conto corrente del pensionato di denaro di provenienza illecita.

Le indagini patrimoniali condotte sul conto dei familiari del professionista, responsabili delle condotte di riciclaggio, hanno portato a dimostrare che i due indagati, dal 1999 al 2014, a fronte di redditi leciti per 327.000 euro hanno sostenuto spese ed investimenti per 2.330.000 euro.

Chemical city, guai a inalare quei fumi…

armi1

di Daniele Camilli – www.tusciaweb.eu

Finita la guerra, della Chemical City non si seppe più niente fino al gennaio del 1996 quando una “nuvoletta” sfuggì al controllo nel corso dell’operazione “Coscienza pulita” investendo in pieno un ciclista che stava passando proprio da quelle parti mandandolo dritto dritto in ospedale.

04

Lago di Vico – “Passavamo accanto a magazzini aperti, senza porte. Dentro c’erano fusti in orizzontale sopra ad assi di ferro. E’ da quei fusti che usciva un materiale visibile anche di notte, che da terra evaporava. Dovevamo stare attenti a non inalarlo…”.

Andrea, nome di fantasia per garantirgli l’anonimato, ha fatto il militare di leva, tra il ’92 e il ’93, nella Chemical City del lago di Vico. La zona militare voluta dal fascismo nella seconda metà degli anni ’30 per produrre iprite, fosgene e altre armi chimiche per sterminare il nemico.

Durante la prima bonifica della zona militare del lago di Vico – a breve ne seguirà un’altra – vennero trovate “almeno 150 tonnellate di iprite del tipo più micidiale, mescolata con arsenico.

“In più – evidenzia Di Feo nel libro Veleni di Stato – c’erano oltre mille tonnellate di admsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E oltre 40 mila proiettili di tutti i calibri”.

Dal terreno sono poi sbucate “60 cisterne di fosgene assassino, ciascuna lunga quattro metri; tutte in pessime condizioni, con evidenti lesioni e tracce di ruggine”.

Molto si è scritto sulla Chemical City e molto è stato fatto grazie alla collaborazione tra associazioni, Legambiente, istituzioni e militari per disinnescare definitivamente una bomba chimica situata a poche decine di metri dal lago di Vico e al confine con una delle più importanti riserve naturali della regione Lazio. Poco si sa della vita quotidiana all’interno della zona militare prima dell’incidente del ’96. Ora sembra aprirsi uno spiraglio.

armi3

Quali erano i vostri incarichi all’interno della zona militare del Lago di Vico?
“Facevamo dei pattugliamenti, giorno e notte. Svolgevamo un servizio di guardia armata con la possibilità di sparare a vista e dovevamo stare molto attenti ai giornalisti. Il pattugliamento consisteva in un percorso, che effettuavamo prevalentemente di notte. Passavamo accanto a dei magazzini privi di porte. Erano completamente aperti. E al loro interno c’erano dei fusti messi in orizzontale sopra delle assi di ferro che li tenevano alzati da terra. E dai fusti usciva del materiale visibile anche di notte. Il materiale che usciva formava poi dei ruscelletti che si infiltravano nel terreno. Inoltre, dai ruscelletti veniva su anche del fumo. Come se quel materiale stesse evaporando. E dovevamo stare molto attenti a non inalare questi fumi”.

Erano previste delle protezioni per i soldati di pattuglia?
“Sì. Avevamo delle maschere antigas. Però non le indossavamo mai. Quando passavamo davanti ai magazzini che contenevano i fusti… trattenevamo il fiato”.

Quale era la distanza tra voi e i magazzini?
“Circa una ventina di metri”.

Perché non indossavate le maschere antigas?
“Perché eravamo giovani e ingenui. Ovviamente il maresciallo ci diceva di indossarle, soprattutto se vedevamo fuoriuscire del fumo”.

Sapeva che i fusti contenevano sostanze chimiche?
“No. Ne eravamo completamente all’oscuro. Tant’è vero che il nome Chemical City l’abbiamo scoperto dopo. Noi la chiamavamo la “Polveriera”. L’unica cosa che ci avevano detto era che dovevamo fare i pattugliamenti”.

Quanti fusti ci saranno stati?
“Non ricordo bene, probabilmente oltre cento a magazzino”.

Come si strutturava la zona militare del Lago di Vico?
“C’era una casa a due piani, dove si trovava il reparto e da dove partivamo per i pattugliamenti. Al pian terreno si mangiava e al primo piano si trovavano i dormitori. Lì sotto c’era una garitta che puntava direttamente verso il cancello. Quando eravamo di pattuglia si passava in mezzo al bosco dove si trovava un sentiero che si avvicinava sempre di più ai magazzini. Saranno stati in tutti 5 capannoni, gli ultimi due pieni di maschere antigas e casse chiuse. Dopodiché c’era una villetta. Lì era vietato arrivare. L’ordine era di passare ad almeno 200 metri di distanza perché – ci dicevano – potevamo entrare a contatto con delle radiazioni. Subito dopo si scendeva a valle e il percorso ‘costeggiava’ il lago fino a ritornare al punto di partenza”.

01

Quanti eravate all’interno della zona militare?
“Se non sbaglio, eravamo in tutto dalle 12 alle 14 persone. C’erano anche delle guardie giurate”.

Da quante persone era composta la pattuglia?
“Due persone che si alternavano con altre due ogni tre ore”.

Ci sono mai state delle persone che sono svenute?
“Uno di noi si è sentito male. Anche io ho avuto dei giramenti di testa. Ma nessuno di noi ha ricollegato il malore alla fuoriuscita di materiale dai fusti”.

Lei si è mai avvicinato ai fusti?
“Sì, una volta l’ho fatto. Trattenendo il respiro. Il fusto era lacerato e usciva del materiale”.

Daniele Camilli

Tratteneva somme dalle tasse: sequestrati 1,8 milioni alla società di riscossione

bari.repubblica.it

La Guardia di Finanza di Bari ha sequestrato beni per un milione e 860mila euro nei confronti della società Censum spa di Rutigliano, che opera nel settore della riscossione dei tributi, in persona del suo legale rappresentate Gianfranco Di Pierro (sigilli a tre immobili), e nei confronti della dirigente del settore finanziario del Comune di Terlizzi, Francesca Panzini (due conti correnti).

Il sequestro conservativo dei beni è stato disposto sulla base di indagini dei finanzieri di Molfetta coordinate dalla Procura di Trani, e di ulteriori indagini patrimoniali da parte della Sezione Accertamenti danni erariali del Nucleo di polizia tributaria di Bari, dirette dalla Procura regionale della Corte dei Conti di Bari. A chiedere il sequestro è stata proprio la magistratura contabile con la finalità di “conservare la garanzia patrimoniale a favore del Comune di Terlizzi – si legge in una nota della Guardia di finanza – per il risarcimento del danno erariale causato dalla società e dalla dirigente pubblica”.

Dalle indagini sarebbero infatti emerse diverse irregolarità, tra le quali il mancato riversamento di notevoli somme a favore delle casse comunali di Terlizzi. Nell’ambito della stessa inchiesta, nel maggio 2013 la dirigente Panzini finì agli arresti domiciliari insieme con altri indagati.