NOTA DI “LIBERA” SU APPROVAZIONE 416TER

www.libera.it

L‘approvazione al Senato della modifica del 416ter contiene una buona notizia e un errore da correggere: la buona notizia è l’inserimento, dopo un iter tormentato, delle due parole “altra utilità“, che colpiscono al cuore il voto di scambio politico mafioso, finora limitato  all’erogazione di denaro. Una riforma sostenuta da oltre 475mila cittadini che hanno firmato la petizione della campagna Riparte il futuro, promossa da Libera e Gruppo Abele. Grazie a queste due parole si potrà contrastare in maniera più efficace il “mercato dei voti”, venduti e comprati in cambio di favori, a partire dalle prossime elezioni di maggio, europee e soprattutto amministrative.

L‘errore, su cui Libera ha espresso fin da subito le sue perplessità, è quello della riduzione delle pene, che vanno inserite, invece, in un più generale inasprimento di tutti i reati di mafia, a partire dal 416 bis, oggi sanzionato con condanne inferiori a quelle previste per l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. L’auspicio, già sotttolineato prima del voto di oggi a Palazzo Madama, è che il governo intervenga quanto prima, come suggerito dalla commissione Garofoli, perché siano previste per i reati di mafia sanzioni più severe ed efficaci, nel rispetto del principio della proporzionalità della pena.

Si tratta comunqe solo di un primo passo, anche se importante, e di un doveroso atto politico di trasparenza e bonifica delle istituzioni democratiche. Reati diffusi al punto da diventare costume, chiedono non solo leggi all’altezza ma l’impegno di tutti noi a volerle e sostenerle attraverso le scelte e i comportamenti quotidiani. E’ necessario a questo punto, fare un ulteriore scatto e arrivare prima possibile, a una più generale legge sulla corruzione dotata di quelle misure (confisca dei beni ai corrotti; pene adeguate per “reati civetta” come il falso in bilancio, la disciplina sulla prescrizione, l’autoriciclaggio, l’evasione fiscale) per rendere il nostro Paese una comunità dove l’interesse economico coincida finalmente con l’interesse sociale, con la dignità e la libertà di tutti.

Interrogazione dell’On.Giulio Marcon sulla bonifica bellica a Molfetta

4/04515 : CAMERA – ITER ATTO 16/04/14 17.49

ATTO CAMERA INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/04515

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17 –  Seduta di annuncio: 212 del 15/04/2014

Primo firmatario: MARCON GIULIO Gruppo: SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’

Data firma: 15/04/2014

Destinatari

Ministero destinatario:

MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE MINISTERO DELLA SALUTE, MINISTERO DELLA DIFESA

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE delegato in data 15/04/2014

Stato iter: IN CORSO Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-04515 presentato da MARCON Giulio testo di

Martedì 15 aprile 2014, seduta n. 212

MARCON. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere, premesso che: Molfetta, città di quasi 60 mila abitanti, 25 chilometri a nord di Bari si affaccia sulla costa del mare Adriatico, con il quale ha sempre avuto nella storia un rapporto simbiotico;

il mare davanti a Molfetta, è una delle più grandi discariche di bombe chimiche disseminate di tutto l’occidente. Ancora manca una ricognizione precisa dell’effettiva quantità e della dislocazione sott’acqua, ma una sostanza come l’iprite, caricata in ogive ormai corrose, sta lentamente fuoriuscendo; i pescatori vengono spesso a contatto con queste sostanze nocive quando le reti che tirano su si impigliano in qualche ordigno. «Succede quotidianamente, ci dice il dottor Guglielmo Facchini, che ha in cura molti pescatori». 239 sono i feriti gravemente e 5 i morti accertati ufficialmente dal 1946 alla fine degli anni 90. I numerosi e continui incidenti recenti non sono stati ancora riconosciuti; il nuovo porto commerciale, un vero ecomostro, costruito su un letto pieno di bombe spezza la vista dell’orizzonte prima visibile. In una situazione tale era un progetto del tutto irrealistico che non doveva mai iniziare e non potrà mai finire ha scritto la procura di Trani che nell’ottobre 2014 ha sequestrato la grande opera, non terminata, già costata 70 milioni di euro. Intanto è stato distrutto un panorama unico che era sottoposto a vincolo storico paesaggistico. Ed è sparita un’alga preziosa e rara la posidonia che si trovava in quelle acque, una pianta protetta, soppiantata da un altra, l’alga tossica come ha denunciato Legambiente nel 2009 con un esposto;

con il grande porto nuovo, voluto da Antonio Azzollini, sindaco di Molfetta dal 2006 al maggio 2013, e insieme presidente pro tempore della commissione bilancio del Senato si apriva il «rubinetto-porto» per finanziare qualunque attività e spese correnti come emerge dagli atti della procura di Trani che ha rinviato a giudizio Azzolini per associazione a delinquere, truffa a danno dello Stato, concussione e altri reati l’ottobre 2013. Tra i 63 rinviati a giudizio anche la Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna, per associazione a delinquere, che è anche la maggiore azionista dei lavori per la Tav della Val di Susa. Il 6 marzo a Trani inizierà la procedura probatoria;

Matteo d’Ingeo, coordinatore del movimento civico Liberatorio politico che da anni si batte per un’operazione verità sul porto e sulle bombe chimiche a mare, autore di numerosi esposti, indica le «zone rosse» del cantiere, così chiamate perché particolarmente affollate di bombe tanto da rendere impossibile il lavoro di dragaggio e ancor prima di ricognizione preliminare: il motivo per cui la ditta incaricata di farlo, la Lucatelli di Trieste, ha rimesso l’incarico. Il dragaggio poi ha stuzzicato le bombe disseminate creando una discarica nella discarica, la cosiddetta cassa di colmata dove finivano scarti vari mischiati a ordigni; i lavori di bonifica dello Sdai (nucleo della Marina militare addetto allo sminamento) iniziati nel 2008 si basavano su una ricognizione solo parziale, non sistematica. 15 mila sono stimate le sole bombe caricate di sostanze chimiche come l’iprite, chiamato anche gas mustarda, il fosfogene, la lewisite, gas tossici e vescicanti contenuti in fusti e damigiane – creati per uccidere e per durare –, oltre a decine di migliaia di ordigni convenzionali affondati nel mare davanti a Molfetta; questo arsenale chimico si trovava nelle stive delle 17 navi inglesi e americane che nel 1943 furono sventrate da un feroce bombardamento nazista nel porto di Bari. Fu una notte d’inferno, con la città illuminata a giorno dalle fiamme e invasa da fumi tossici, coperto da un silenzio durato per decenni. Il porto di Bari andava liberato in fretta e le bombe smaltite a largo di Molfetta. Ma, non sempre arrivarono alle tre miglia e a 600 o 800 metri di profondità previsti; affidate a cooperative di pescatori pagati a tratta finirono spesso in acque più vicine; nel basso Adriatico, a Molfetta sono state sganciate anche le bombe Nato della guerra del Kosovo. Nel 2009 l’accordo di programma per la bonifica del basso Adriatico tra Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e regione Puglia riguardava la zona da Vieste a Otranto, ma ha finito per concentrarsi su Molfetta e sulla sola zona del porto; «Bisogna riconoscere Molfetta come zona di disastro ambientale» insiste D’Ingeo: i pescatori, ricattati tra salute e lavoro pagano il prezzo più alto venendo in contatto con le sostanze che avvelenano il mare e i pesci. Questi ultimi vengono dichiarati edibili poiché le tracce di veleno sono state trovate, ma negli organi interni e non nella carne bianca; sono state trovate dai ricercatori dell’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica applicata al mare, oggi Ispra) anche mutazioni genetiche. Il pesce non viene pescato a riva ma a largo, fa presente Matteo d’Ingeo. Come ha dichiarato il professor Amato coordinatore dell’Icram: « I pesci dell’Adriatico sono particolarmente soggetti all’insorgenza tumori, subiscono danni all’apparato riproduttivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che portano a generare esemplari mostruosi». Monitorando un rettangolo di cinque miglia per due al largo di Molfetta gli esperti hanno individuato ben 102 «possibili ordigni». Solo sedici sono stati ispezionati e undici erano proprio bombe all’iprite; il posto più insidioso della costa molfettese è Torre Gavetone, al confine con Giovinazzo. L’acqua color turchese nasconde il più alto concentrato di bombe chimiche. È l’unica spiaggia pubblica di Molfetta, perciò nessuno rispetta lo sbrindellato cartello di divieto di balneazione e di pesca. Mentre le discariche più grandi e pericolose sono segnalate a circa 35 miglia dalla costa; di fronte a Torre Gavetone c’è un cimitero di ordigni imprigionati in una colata di cemento;

mentre a Torre Calderina che si trova dal lato opposto, un’oasi naturale senza cemento, con gli uliveti che arrivano fino a riva, l’acqua è marrone, per via degli scarichi direttamente a mare di Molfetta e paesi limitrofi, in quanto il depuratore è rotto ed è sotto sequestro; si è costituito a Molfetta il « Comitato cittadino per la bonifica marina, a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre». Il comitato chiede «la verità sul tipo di ordigni presenti sui fondali del nostro mare. La bonifica completa dal porto a Torre Gavetone. Un monitoraggio ambientale del mare nelle zone interessate dalla presenza di ordigni a caricamento chimico per verificarne la balneabilità del mare e la commestibilità del pesce. Informazione trasparente e aggiornata da parte di tutte le istituzioni coinvolte nelle attività di bonifica» :

- se non ritengano urgente verificare, per quanto di competenza, lo stato reale dei lavori di bonifica, presentando un’apposita e dettagliata relazione sui siti esposti in premessa in modo da poter chiudere definitivamente una vicenda troppo a lungo sottovalutata e ignorata;

- se non intendano verificare, anche attraverso un monitoraggio, l’esposizione ai rischi della popolazione interessata dai dati dello studio dell’Icram esposto in premessa;

- se non intendano assumere iniziative per istituire, per quanto di competenza, una commissione finalizzata a predisporre, realizzare e completare le bonifiche, anche attraverso lo stanziamento di uomini, mezzi e fondi adeguati, di tutti i siti inquinati;

- quali iniziative intenda intraprendere per prevenire e riconoscere le ricadute sanitarie dell’esposizione ad agenti altamente tossici dispersi in mare sui cittadini esposti a tali fattori di inquinamento ambientale. (4- 04515)

Le vittime del pizzo denunciano, quattro arresti nel clan Lorusso

Le vittime del pizzo denunciano, quattro arresti nel clan Lorusso

bari.repubblica.it

Incastrati dalle vittime: le quattro persone ritenute affiliate al clan “Lorusso” del quartiere San Girolamo a Bari, sono state arrestate perchè determinanti sono state  le denunce delle vittime costrette a pagare il pizzo. Dovranno rispondere di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni, detenzione e porto di armi da fuoco comuni e da guerra e detenzione, ai fini dello spaccio di droga.

Si tratta di Umberto Lorusso, di 36 anni ai domiciliari, ritenuto al vertice del sodalizio criminale, suo fratello Saverio di 37 già detenuto per altra causa, Giacomo Pappagallo, 24 anni già in carcere, e Umberto Loseto 38enne rintracciato a Concorezzo, in Lombardia, che secondo quanto emerso dalle indagini avrebbe avuto il compito di procurare armi e droga al gruppo.

Grazie alle denunce di alcune vittime già a ottobre, gli agenti della squadra Mobile – diretti da Luigi Rinella – fermarono Saverio Lorusso, Sebastiano Armenise, Giacomo Pappagallo e Raffaele Petrone, accusati di fare parte di un giro di estorsioni ai danni dei commercianti del quartiere San Girolamo, ma anche di un’associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni e di violenza privata. Un quartiere in cui la fibrillazione in atto, per il controllo del territorio, era palese da tempo: a dimostrazione di ciò numerosi sono stati i ferimenti e i tentativi di omicidio. A fare la differenza nelle indagini, a quanto appreso, sono stati due collaboratori di giustizia che hanno ammesso la disponibilità di armi all’interno del gruppo provvisto anche di due mitragliette.

Il gruppo avrebbe chiesto un pizzo di 500 euro ai commercianti e 100 euro per ciascuna macchinetta mangiasoldi ospitata negli esercizi commerciali. Alcuni avrebbero anche occupato in modo abusivo abitazioni e avrebbero fatto, in prima persona o lasciando che vi provvedessero mogli e compagne, la spesa gratis in supermercati e macellerie della zona. Benché non fosse di dimensioni ‘estese’, il gruppo sottoponeva i suoi uomini a riti di affiliazione mafiosa.

Truffa Verbatim da 250 mln fondi neri riciclati in Puglia


 

di MASSIMILIANO SCAGLIARINI – lagazzettadelmezzogiorno

In quattro anni, dal 2007 al 2011, avrebbero evaso imposte per 250 milioni di euro. Una montagna di denaro, portata in giro per l’Europa nelle valigie degli spalloni, che proverrebbe da una frode carosello su cd e dvd vergini della Verbatim e che avrebbe dovuto essere reinvestita nelle energie rinnovabili: Sicilia, Calabria e naturalmente Puglia. Un progetto portato avanti solo a metà, perché la Procura di Napoli è arrivata prima: ma è la dimostrazione, l’ennesima, che il fotovoltaico è diventato la patria del riciclaggio. Giovedì la Finanza ha arrestato 14 persone, tra cui i vertici italiani della multinazionale, con l’accusa (tra l’altro) di associazione per delinquere: l’ipotesi è che manager e rivenditori avessero messo su un sistema fraudolento di «cartiere» (società che emettono fatture e poi scompaiono) e di fiduciarie estere per evadere l’Iva e soprattutto l’imposta dovuta alla Siae per ogni singolo cd o dvd venduto. La merce, poi, finiva ugualmente sul mercato italiano a prezzi molto bassi. In questa indagine, nata da un controllo sugli affari dei clan camorristici nella pirateria multimediale, è finito ai domiciliari anche un imprenditore barese, Giovanni Grasso, 54 anni: « Oltre ai supporti audiovisivi ed alle memorie di massa», scrive il gip Giuliana Taglialatela, Grasso «segue anche gli investimenti in energie rinnovabili, in cui l’Airon Group spa sta riciclando i proventi dell’evasione Iva e della Siae».

Airon Group (a sua volta indagata per violazione al decreto 231/2001 sulla responsabilità penale delle persone giuridiche) è una finanziaria fiorentina che fa capo alle due menti della truffa dei dvd, gli imprenditori toscani Luciano e Francesco Meoni, padre e figlio, finiti in carcere. Airon non compare nell’elenco delle centinaia di «sviluppatori» che hanno dato l’assalto al fotovoltaico pugliese, ed il perché lo spiega lo stesso Meoni senior in una delle tante telefonate intercettate dai finanzieri. «Anche per quanto riguarda le 100 società veicolo che tu hai creato», gli dice il commercialista Salvatore Tramontano a proposito di Airon.

E infatti, in Puglia, il braccio operativo di Airon si chiama Selinus. Una «società veicolo», per dirla con le parole del commercialista del gruppo, che a novembre 2010 ha depositato in Regione il progetto per un parco fotovoltaico da 3,5 megawatt ubicato a Noicattaro, su un’area agricola di 5 ettari. Un progetto che, al momento, non risulta ancora essere stato autorizzato.

Gli interessi nelle energie fotovoltaiche della banda del dvd erano piuttosto ambiziosi, come racconta del resto Luciano Meoni al suo referente londinese Filippo Tenderini parlando di investimenti «per un miliardo e mezzo di euro»: «Relativamente all’energia fotovoltaica – annotano i finanzieri -, il progetto prevede la creazione di 4 centrali da 5 Megawatt ciascuna (le prime due sono in Sicilia, la terza è in Calabria, la quarta sarà in Puglia, costeranno 24 milioni di euro ognuna)». Hanno progetti nell’eolico, uno in Calabria, l’altro in Repubblica Dominicana, «sito favorevole dal punto di vista eolico e dove è stato acquistato un terreno per la costruzione di una centrale da 50 Megawatt o oltre», e «un programma a medio-lungo termine nel settore delle bio-masse (biomassa proveniente dalla frutta della Repubblica Dominicana) per la produzione del bio-diesel nel Sud Italia, dove si troverà la fabbrica di trasformazione, sfruttando i contributi del governo italiano». Anche qui, una delle ipotesi era la Puglia.

Il sistema messo su dalla banda – secondo le indagini – produceva centinaia di migliaia di euro a settimana di fondi neri, soldi che venivano trasportati in auto per mezza Europa. E che sono stati usati (anche) per pagare mazzette. Nel 2009, due dei coindagati, Ledo Pacchiarotti e Francesco Barbetta, «trasportano un’ingente somma destinata alla corruzione di pubblici funzionari nell’ambito del progetto fotovoltaico» a Monreale, in Sicilia. Sull’episodio ha aperto un fascicolo la procura di Palermo. I magistrati napoletani (il procuratore aggiunto della Dda, Filippo Beatrice, e il pm Catello Maresca) stanno valutando se trasmettere a Bari gli atti relativi agli affari in Puglia.

L’altro orizzonte… quello dei residenti a Cala sant’Andrea

Mentre era tutto pronto per l’inaugurazione dell’incompiuto approdo di Sant’Andrea, gli inviti spediti ai cittadini con l’immagine dello spazio libero da corpi estranei, scoppia il giallo dell’opera del maestro Hidetoshi Nagasawa, storia ironica e semiseria.

Nottetempo qualcuno ha deciso di trasferire la “grande opera contemporanea” dalle sale espositive del Torrione Passari, nell’area retrostante il Duomo appena ristrutturata (ma non completata). La ristrutturazione di cala Sant’Andrea doveva essere il risultato di un confronto partecipato tra amministrazione comunale e comitato di quartiere, invece fino all’ultimo istante le decisione sono state prese dal Dirigente Pappagallo in collaborazione della Giunta. Ed ecco che qualcuno ha materializzato ”l’altro orizzonte” in Cala Sant’Andrea senza aver consultato e ascoltato i cittadini che abitano nelle case che si affacciano sulla Cala; loro hanno investito in quelle case perchè l’orizzonte sul mare e sul porto era libero, ed oggi non lo è più. Questa amministrazione che ha propagandato la democrazia partecipata, l’ascolto dei cittadini, la costruzione dal basso dei beni comuni, oggi pomeriggio per far bella figura con gli ospiti del meeting della Rete delle Città Sane (ma quale città sane) impone un corpo estraneo, che sarà pure un’opera d’arte, ma sempre corpo estraneo al contesto rimane.

Ora, assessori, dirigenti e sostenitori s’interrogano sul come giustificare l’intruso … osservandolo, studiandolo e classificandolo; ecco le loro riflessioni attraverso la nostra immaginazione…

Assessore Mongelli: “ Questa è un opera straordinaria dobbiamo far comprendere alla gente la sua struttura e il suo significato. L’opera si compone di una lunga trave di legno orizzontale, unita ad un’altra trave verticale che regge all’estremità due cubi di ferro 80x80cm. La pesante trave lunga 7 metri, è incastrata in un grande anello in ferro intorno alla trave verticale, e si sostiene mediante un gioco di spinte, gli elementi sono privi di presenza autonoma, e quasi scorrono tra polarità opposte e complementari.

Dirigente Pappagallo : Mentre guarda il legno, quasi a volerne studiare la struttura molecolare dice: “Ma che dovevo fare, il maestro ha donato l’opera e non sapevo dove metterla. Dovevamo liberare le sale del Torrione Passari e da qualche parte dovevamo sistemarla, non potevo mica portarla giù a casa mia!”

Addetto stampa: “ Bisogna trovare il modo per convincere la gente che non è pericolosa, che gli equilibri sono studiati matematicamente e che non c’è alcun pericolo per chi ci passeggia sotto. Però sinceramente ancora non ho capito come si regge”.

Altri sostenitori cercano, anche loro, di trovare le soluzioni per giustificare l’intrusione; due di loro girano le spalle e “Camminando” dichiarano di non avere colpa di quest’ultima stravagante scelta amministrativa. Mentre lontano dalla piazza il sindaco Natalicchio dichiara: ”Fino a qualche mese fa quella era una grande area parcheggio, invasa dalle macchine. Oggi finalmente Molfetta riscopre l’orgoglio del suo Duomo. Questa non può che essere una bella notizia“.

       


 

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato dei portavoce del Comitato di Quartiere Molfetta Vecchia.

Con preghiera di pubblicazione e ringraziando per la collaborazione

I portavoce del Comitato di quartiere di Molfetta vecchia hanno deciso di disertare l’inaugurazione dell’approdo di sant’Andrea perchè ritengono di essere stati emarginati ingiustamente nel corso delle fasi che hanno riguardato la sistemazione dell’area retrostante il Duomo. L’esclusione subita mina alla base la filosofia del contratto di quartiere stesso, che avrebbe dovuto promuovere momenti di partecipazione dal basso e di progettazione partecipata con i diretti interessati dalle opere di rigenerazione urbana : gli abitanti del quartiere.

Un ‘Amministrazione che fa della trasparenza e del dialogo con i cittadini la sua bandiera, che non ha risposto alla nota del Comitato del 3/3/2014 solo perché venivano sottolineate le difformità dell’esecuzione dal progetto approvato e non ha garantito l’accesso completo agli atti, indica che Essa intende ancora seguire vecchie strade e logiche che speravamo sepolte per sempre.

firmato i portavoce: Biscotti, Bufi, De Tullio, Fusillo, Mezzina

 

 

 

 Dopo 20 anni un ricorso storico…

Spostata dopo qualche anno in periferia….

Marcello Dell’Utri, ordine di cattura per l’ex senatore: ma è latitante in Libano

di Redazione Il Fatto Quotidiano 

Marcello Dell’Utri è latitante in Libano. Ufficialmente dalla sera di giovedì 10 aprile. La terza sezione della Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Raimondo Lo Forti, ha emesso un ordine di custodia cautelare per pericolo di fuga nei suoi confronti, ma la Squadra mobile di Milano non ha potuto eseguirlo, perché non riesce a trovarlo.

La notizia arriva a pochi giorni dalla sentenza definitiva in Cassazione sul concorso esterno in associazione mafiosa – fissata per martedì 15 aprile – reato per il quale è stato condannato a sette anni di carcere (leggi le motivazioni della sentenza). E in vista dell’udienza ha lasciato l’Italia. Secondo gli investigatori, che hanno cercato invano di eseguire la misura e da settimane monitorano le sue mosse, l’ex senatore dal Libano, dove in passato ha intrattenuto rapporti d’affari e ha diversi contatti, sarebbe pronto a spostarsi. L’ex senatore Pdl, amico personale diSilvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia e già numero uno di Publitalia, allo stato sembra introvabile. Sparito proprio nei giorni in cui l’ex premier attende la decisione sull’affidamento ai servizi sociali.

Secondo La Stampa Il Giornale di Sicilia, Dell’Utri poteva essere in Guinea BissauLibano oRepubblica dominicana, Paesi di cui ha il passaporto. E proprio nell’ultimo Stato, ricorda il quotidiano torinese, “si era rifugiato due anni fa, in circostanze analoghe, quando sparì nei giorni in cui la Cassazione doveva decidere la sua sorte”. Polizia e carabinieri però, scrive l’Ansa, smentiscono la notizia del tentativo fallito di recapitare l’ordinanza. ”Non siamo andati a notificare nulla all’ex senatore Dell’Utri”, dicono. Secondo indiscrezioni, tuttavia, gli investigatori milanesi inviati al domicilio di dell’Utri non lo avrebbero effettivamente trovato in casa. Sulla circostanza, però, viene mantenuto il massimo riserbo.

Nei mesi scorsi la Corte d’appello di Palermo aveva respinto per due volte consecutive la richiesta di divieto d’espatrio avanzata dal pg Luigi Patronaggio. Due giorni fa invece la svolta. Accolta la richiesta di arresto per il pericolo di fuga all’estero. All’origine della decisione, oltre agli accertamenti della Dia che da tempo tenevano sotto controllo l’imputato, una intercettazione che risale a novembre, in cui il fratello di Dell’Utri, Alberto, parlando col proprietario del ristoranteAssunta Madre di Roma Vincenzo Mancuso, dice di “accelerare i tempi” e fa riferimento alla Guinea che “concede facilmente i passaporti diplomatici”.

A eseguire l’intercettazione ambientale che aveva allertato gli inquirenti era stata la Procura di Roma, “nell’ambito di una inchiesta per riciclaggio su un’imprenditore calabrese, Gianni Micalusi, l’8 novembre scorso, ed era stata subito trasmessa all’estero”. In risposta Mancuso chiede al fratello dell’ex senatore se non ha mai pensato “di farsi nominare ambasciatore della Guinea”. Un’ipotesi a cui Alberto Dell’Utri rispondeva facendo riferimento a un “retroscena” che aveva a che fare con “un personaggio che ha sposato la figlia del presidente africano”. E sull’ipotesi del Libano spiegava che l’ex parlamentare aveva cenato ” a Roma con un politico importante del Libano, che si candida presidente”.

Destini incrociati quelli dell’ex senatore e dell’ex Cavaliere, che ha sempre difeso l’amico, oggi come ieri. Nelle 447 pagine della condanna di appello dello scorso 5 settembre proprio la terza corte d’appello di Palermo, presieduta da Lo Forti, si mette nero sul bianco come quei destini si fossero anche intrecciati con la mafia: un vero e proprio patto che ha visto sedersi allo stesso tavolo due contraenti d’eccezione: da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra parte Cosa Nostra. Mediatore dell’accordo era Marcello Dell’Utri. Secondo i giudici l’ex premier elargiva somme di denaro ai boss, che in cambio gli avevano assicurato protezione totale, grazie a Vittorio Mangano, non solo lo stalliere di Arcore appassionato di cavalli che divenne eroe di Berlusconi e Dell’Utri, ma soprattutto boss di Porta Nuova spedito a Villa San Martino per fare da bodyguard all’allora imprenditore su mandato della Piovra: “La genesi del rapporto che ha legato l’imprenditore e la mafia con la mediazione di Dell’Utri” scriveva è rappresentata “nell’incontro avvenuto a maggio 1974, cui erano presenti Gaetano Cinà, Dell’Utri, Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Berlusconi”. Un vis-a-vis raccontato per la prima volta dal pentito Francesco Di Carlo, ritenuto provato già in primo grado, e che era stato ritenuto provato anche dai giudici d’appello che lo collocano tra il 16 e il 29 maggio del 1974.

Moby Prince, i video “tagliati” e l’ultima richiesta d’aiuto: “Non ci sente nessuno”

di Diego Pretini  - www.ilfattoquotidiano.it

Video tagliati, audio non sbobinati, manomissioni, documenti scomparsi, testimonianze cambiate nel tempo. Vuoti d’aria riempiti non solo da dubbi e sospetti. Ma anche da ipotesi alternative, suggestive, alcune fantasiose. Tanto che queste ultime hanno finito per allontanare ulteriormente il raggiungimento della verità sulla sciagura del Moby Prince, di cui oggi ricorrono i 22 anni. Un tempo passato senza un solo responsabile, ma con 140 morti a bordo di una nave diventata bara galleggiante dopo essere entrata in collisione con una petroliera ancorata davanti al porto: Livorno “vide con gli occhi” quella tragedia. Quei video tagliati furono solo arretratezza tecnologica? Quegli audio presto archiviati un’indolenza degli inquirenti? Quei documenti scomparsi, cui si aggiungono ora (dice il Corriere) le registrazioni audio del processo di primo grado, sono una banale cialtroneria dei tribunali? E le testimonianze che sono cambiate nel tempo sono state un semplice ritorno di memoria dei personaggi chiamati da pm e giudici? Oppure non è vera nessuna di queste cose?

Scrivono i pm nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis (2010): “La morte prematura e improvvisa è umanamente inaccettabile quando la causa appare banale e assurda, ma individuare a ogni costo e senza elementi probatori processualmente spendibili, determinismi e nessi casuali eclatanti, clamorosi e di ‘alto livello’, oltre a dissipare preziose risorse, avrebbe il solo effetto di riaprire ferite peraltro mai rimarginate, di creare illusioni nei vivi, uccidere una seconda volta i morti, fare molte altre vittime innocenti e costituirebbe un pessimo esercizio del servizio giustizia”. Replica Angelo Chessa, figlio del comandante: “Loro non si sono limitati a dire: non siamo riusciti a trovare elementi in più, non abbiamo trovato altre prove, non possiamo andare oltre quanto già hanno deciso i tribunali. No: loro hanno detto che quanto hanno ricostruito è quanto è successo, dopo indagini che noi stiamo ripercorrendo e si stanno dimostrando quello che sono state”. Il procuratore capo di Livorno, Francesco De Leo, replicando all’ex collega Pietro Grasso, è sicuro: “Noi pensiamo di aver fatto chiarezza, nessun commento su altre dichiarazioni”.

Gli audio: quell’ultima richiesta di aiuto
I due fatti nuovi, per esempio, sono usciti dalla controinchiesta condotta dallo studio di ingegneria forense Bardazza di Milano (su incarico dei figli di Ugo Chessa). Da una parte l’identificazione diTheresala “nave fantasma” che mezz’ora dopo la collisione si allontanò a tutta velocità dall’area dell’incidente. I periti dello studio Bardazza ci sono riusciti semplicemente ottimizzando il suono di registrazioni dei canali di comunicazione del porto che erano lì da 22 anni, che erano lì anche durante le due inchieste. Dall’altra un’ultima comunicazione partita dal Moby e isolata su un canale diverso da quello d’emergenza. “Aspettiamo qui” si sente dire da una voce non concitata, ma nasale, come se chi parlasse si mettesse la mano a chiudere il naso. E ancora: “Non ci sente nessuno” dice la stessa voce, forse sconsolata.

In effetti il Moby Prince non lo sentì nessuno. A partire dall’uscita del traghetto dal porto, subito dopo aver mollato gli ormeggi. Il marconista del traghetto, Giovanni Battista Campus, che 4 mesi prima è uscito indenne dal naufragio di una portacontenitori, alle 22.22 chiama Livorno Radio per effettuare una chiamata telefonica ad un fornitore. Nessuna risposta. Ci riprova un minuto dopo, ma il segnale arriva debolissimo. “Oh Moby Prince da Livorno, proviamo canale 61 – è la risposta – ma ti sento debolissimo eh”. Tanto debole che il mayday delle 22.25 non viene sentito da nessuno: “Mayday mayday Moby Prince, siamo in collisione…”, poi le parole si fanno disturbate. E ancora: “Siamo in collisione prendiamo fuoco! Mayday mayd…”. La parola resta tronca, nessuno risponde. I soccorsi partiranno solo quando arriverà l’sos dell’Agip Abruzzo, un minuto dopo. Nessuno, per ore, cercherà il traghetto appena sfilato davanti alla Terrazza Mascagni, il lungomare di Livorno. Restano solo domande: le inchieste precedenti hanno cercato indizi su tutti i canali radio attivi quella notte? Perché i periti di uno studio di ingegneria sono arrivati laddove potevano arrivare periti e consulenti negli ultimi 22 anni? Perché non sono state acquisite, per esempio, le registrazioni dell’Aeronautica (l’aeroporto di Pisa è a 20 chilometri) che potevano aver captato altre voci?

I video: la tragedia finisce nel video, “ma manca un pezzo”
Le ombre si allungano anche sui video, immagini preziose eppure deteriorate. Non solo dal tempo, non solo da tecnologie che – oggigiorno – sembrano archeologia. Il primo è quello più noto, girato da uno dei passeggeri, Angelo Canu, salito a bordo con la famiglia. Le immagini della sua telecamera – arrivate intonse per miracolo nelle mani degli investigatori – mostrano i Canu nell’attesa della partenza in sala Deluxe, dove mangiano un gelato, e poi la “scoperta” della cuccetta nella quale attenderanno il porto di Olbia. Ilenia (un anno) e Sara (cinque) sorridono. Il video si interrompe bruscamente mentre si sente un boato mai identificato. Ma secondo l’inchiesta bis il nastro non è mai stato tagliato intenzionalmente. In realtà fu necessario tagliarlo perché il reperto era rovinato per via del calore. Furono gli investigatori, insomma, a essere costretti a tagliare il nastro. In ogni caso mancherebbe solo un piccolo fotogramma dopo che il nastro è stato ricongiunto artigianalmente. Non solo, dicono i pm: non è detto che il “pezzo mancante” contenesse immagini significative sulle cause alternative della tragedia. Ma neanche questo, hanno precisato i magistrati, fu un sabotaggio delle indagini.

L’altro video che pare tagliato e rimontato è quello di Nello D’Alesio, un operatore portuale (tra i più importanti a Livorno, commercia petroli e carburanti). Il suo filmato è stato realizzato da terra. Secondo lo studio Bardazza (che sta conducendo una controinchiesta su mandato dei figli del comandante Ugo Chessa) potrebbe indicare che il traghetto abbia infilato la sua prua nella cisterna 7 dell’Agip Abruzzo, mentre la petroliera aveva la prua diretta a sud e non a nord come invece ha sostenuto (confermato) la Procura tre anni fa.

In ogni caso, c’è un passaggio in quel video che dà l’impressione di saltare qualche minuto. D’Alesio ha la telecamera puntata e la radio accesa. Così si sente il dialogo tra il comandante della Agip Napoli (altra petroliera in rada) Vito Cannavina e la Capitaneria. Sono passati 9 minuti (22.35) dopo la collisione: “Avanti pure Agip… Nave Napoli co… Sul canale 13”. Il vhf di D’Alesio si sposta sul 13 e lì si sente solo l’inizio della conversazione con il comandante Cannavina: “Oh buonasera guardi sono il comandante, dunque non so se avete capito il messaggio della Agip Abruzzo!”. E dal porto: “Affermativo sì sì, s’è incendiata credo ad un paio di miglia mi è parso di capire qui in rada, cambio”. Ancora Cannavina: “Evidentemente voi non avete ancora capito la gravità della situazione eh! Perché io ci sono ad un miglio e mezzo e sto vedendo quello che succede là eh! La nave è tutta a fuoco!”. Gli operatori della Capitaneria chiedono maggiori spiegazioni: “Guardi, se può riferirmi con più precisione quello che succede lì fuori, cambio”. La risposta non si sente. Perché se le immagini sembrano non “saltare” (ma in gran parte sono scurissime, perché è ormai notte), l’audio prosegue con la voce di Renato Superina, il capitano della Agip Abruzzo, registrata alle 22.36: “Sembra una bettolina quella che ci è venuta addosso!”. Tanto che il figlio di D’Alesio esclama: “Una bettolina? Ma allora è la nostra!”. Peccato che le due voci non fossero sullo stesso canale perché Superina parlava sul canale 16 (quello d’emergenza) mentre Cannavina sul 13. Cosa vide Cannavina?

I documenti scomparsi: il rapporto della Finanza e il giornale di bordo

E ancora. I documenti scomparsi. Due per tutti. La relazione del capitano Cesare Gentile (ufficiale della Guardia di Finanza impegnato su una motovedetta impegnata nei soccorsi) che davanti ai giudici del tribunale di Livorno, nel processo di primo grado, aveva parlato con precisione delle operazioni di carico e scarico di armi, che erano in corso nel porto da una nave mercantile “militarizzata” (come la Gallant II, cioè Theresa). Quel rapporto scomparve e i pm non ascoltarono né Gentile né gli altri finanzieri sulla sua motovedetta. La Procura è convinta con l’inchiesta bis di aver risolto quel presunto “mistero”. Nessuna sparizione. Ma di questo Carlo Palermo (che rappresenta i Chessa) continua a non essere convinto: i documenti ritrovati hanno una data diversa, sono senza timbro del palazzo di giustizia, non contiene alcuni estratti, ci sono appunti a penna… L’altro documento scomparso ha una storia ancora più facile perché ebbe vita ancora più breve: il giornale di bordo dell’Agip Abruzzo fu lasciato dal comandante, dall’equipaggio e dagli inquirenti sulla petroliera, finché – tre giorni dopo – non fu trovato bruciato dopo una nuova esplosione avvenuta il 13 aprile.

Le parole del mozzo
A esempio delle testimonianze mutate nel tempo quella del mozzo, Alessio Bertrand, l’unico superstite del Moby Prince. All’inizio dell’inchiesta non parlò mai di nebbia. Ma solo dopo un mese. Mentre l’Avvisatore Marittimo – che registra ingressi e uscite dal porto – scriveva: “Condimeteo, ore 22,27: visibilità 5-6 miglia”. Non fu la prima volta. Appena recuperato dall’acqua dopo essersi lanciato dalla poppa del Moby Prince gli ormeggiatori del porto Mauro Valli e Walter Matteigridano alla radio: “CP siamo alla tua sinistra punta sulla nave per favore che c’è altra gente che ci dice questo naufrago che abbiamo raccolto”. Ma dopo un quarto d’ora, in cui avevano fatto notare che la Cp (la vedetta della Capitaneria) stava indugiando, si correggono: “Il naufrago ha detto sono tutti morti bruciati”.

I verbali dei processi
Prima delle registrazioni delle udienze del processo di primo grado erano scomparsi i verbali. Si trovavano insieme a quelli del processo d’appello (che condannò solo il terzo ufficiale dell’Agip Abruzzo) e appartenevano a una delle associazioni dei familiari delle vittime, la “140″, presieduta da Loris Rispoli, fratello di Liana, 29 anni, che lavorava alla boutique di bordo. In tutto sette scatoloni che si trovavano mischiati tra tanti altri faldoni presenti nei magazzini comunali. “Non è un gesto che ha un significato concreto – spiegò Rispoli - Ma è un gesto simile alle inutili manomissioni a bordo del Moby Prince sotto sequestro”.

La manomissione del timone
Appunto. La manomissione al timone sulla quale è stato anche celebrato anche un processo. Il nostromo Ciro Di Lauro si autoaccusò di essersi introdotto nella carcassa del traghetto per danneggiare un pezzo del timone e di aver agito insieme al tecnico alle manutenzioni di Navarma(armatore del Moby di proprietà della famiglia OnoratoPasquale D’Orsi. Lo avrebbero fatto per orientare la leva in sala macchine da manuale ad automatico in modo da addossare l’intera responsabilità della vicenda alla plancia di comando del traghetto. Il pretore di Livorno assolse entrambi: certo, furono loro a manomettere il timone, ma non servì a niente perché i periti non furono mai tratti in inganno. Deprecabile, ma non punibile.

Moby Prince, De Falco sta con i familiari: “Sapere la verità è un diritto. Anche mio”

di Diego Pretini - www.ilfattoquotidiano.it

Il capitano di fregata Gregorio De Falco usa Twitter pochissimo. L’ultima volta era il 13 gennaio 2014, il secondo anniversario del naufragio della Costa Concordia: “13 gennaio 2014… In silenzio”. Oggi il capo della sala operativa della Capitaneria di Livorno ha riaperto il suo account solo per scrivere un hashtag: #iosono141. E’ l’adesione, anticipata dall’Ansa, alla campagna per la costituzione di una commissione d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince, il traghetto che il 10 aprile 1991 (23 anni fa esatti) si schiantò contro la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno: ci furono 140 morti e inchieste e processi hanno fornito ricostruzioni che i familiari delle vittime non hanno mai trovato convincenti. “E io sono a fianco a loro finché non si arriverà alla verità” dice De Falco. Ci mette la faccia proprio il 10 aprile, nel giorno del 23esimo anniversario (“Stasera alle 22,25″ annota). Una faccia – la sua – diventata nota, suo malgrado. Diventò il simbolo dell’Italia che funziona. Perché fece il suo mestiere, cercando di richiamare alle proprie responsabilità un comandante che invece aveva lasciato la nave che stava naufragando. In quel caso – la sciagura della Costa Concordia – la Capitaneria di porto di Livorno riuscì a limitare i contorni di una tragedia che sarebbe potuta essere ancora più grave (ci furono 32 morti). Per giunta – a contrasto con quanto accaduto per il Moby Prince – le ricostruzioni della guardia costiera di Livorno uscita nei 4-5 giorni successivi è stata poi confermata in gran parte in tutte le fasi dell’inchiesta e del processo, dall’incidente probatorio fino al dibattimento di questi mesi (l’imputato è il solo ex comandante Francesco Schettino). Certo, la Capitaneria è cambiata molto, dice De Falco al fattoquotidiano.it. Ma sulla sciagura del Moby Prince il suo sostegno alle famiglie delle 140 vittime vale doppio perché tra le responsabilità eventuali sulla tragedia di quella sera possono essercene anche di chi rappresentava il corpo a cui appartiene. “Siamo cambiati molto in questi 23 anni. Ma io sono anche un cittadino. E anch’io voglio sapere la verità su quella sera”.

Comandante De Falco, perché ha deciso di aderire a #iosono141?
Questa campagna ha un obiettivo molto chiaro. Ieri ho assistito a una rappresentazione teatrale (la lettura del libro Verità privata del Moby Prince, ndr) e ho visto Loris Rispoli, presidente di un’associazione dei familiari, e Angelo Chessa, il figlio del comandante. Questo è un momento importante. Aldilà dei punti di vista su questa vicenda, io credo ci siano gli strumenti di conoscenza per arrivare a una ricostruzione della storia. L’Italia ce li ha quegli strumenti. E con questi si può arrivare alla verità con la stessa forza di un’inchiesta della magistratura. Ci sono state in questi anni tante verità e a volte c’è stata la tendenza a immaginare, a presentare cose strane. Magari in questo caso la vicenda è più banale, più semplice, ma ora è possibile arrivare alla verità.

Spesso le teorie alternative nascono quando ci sono vuoti e afasie nel lavoro di ricostruzione.
Esattamente questo intendevo dire. Stasera alle 22,25 saranno 23 anni da quella tragedia. Non c’è più un problema giudiziario, c’è solo la necessità di arrivare alla verità, per una giustizia anche morale seppure solo minimamente risarcitoria. Tutti i cittadini ne hanno diritto, anche noi. Anch’io ne ho diritto perché anch’io sono un cittadino.

Lei è consapevole che tra i dubbi sollevati dai familiari delle vittime ce ne sono anche sul lavoro dei suoi colleghi di allora, vero?
Ripeto: ora non c’è più un problema giudiziario. E ricostruire ora è ancora più semplice. Il bisogno di verità non è sopprimibile, non lo sarà finché non si arriverà a un punto certo. Io non sono solo un ufficiale della Capitaneria, sono anche un cittadino. Ma conosco l’ambiente della Capitaneria di porto e posso dire che da allora siamo cambiati molto.

Un incidente del genere potrebbe capitare oggi?
Non lo so. Ma posso dire che siamo cambiati molto rispetto a 23 anni fa. Ci addestriamo moltissimo, facciamo moltissime esercitazioni. Non posso rapportarmi ad allora. Ma quando mi sono ritrovato in una situazione d’emergenza ho lavorato al meglio che potevo in quelle circostanze per minimizzare l’entità dell’evento. Ma da allora le Capitanerie sono diventate tutt’altro, posso dire che sono più pronte di allora.

Cosa si sente di dire ai familiari delle vittime del Moby Prince? 
Io sono a fianco a loro per quanto possibile e per quanto utile in questa richiesta di verità perché i cittadini – io compreso – sappiano finalmente la verità. Credo che la richiesta per una commissione bicamerale d’inchiesta debba essere presa in seria considerazione. Io per quanto posso sarò sempre accanto a loro.