Diciotto domande al Sindaco Paola Natalicchio

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In qualità di portavoce dei proprietari terrieri sottoposti a procedure di esproprio per presunta utilità pubblica, il sottoscritto Dott. Guglielmo Facchini ha ricevuto l’incarico di rivolgere alla amministrazione corrente le seguenti  nuove diciotto domande, con l’aggravante che le precedenti quindici domande già rivoltegli , sono rimaste tutte senza risposta .

1)     Perché il Comune di Molfetta non contesta il progetto in itinere delle inidonee ed illecite opere di mitigazione del rischio idraulico proposte dal consorzio ASI, che vede un inabile ed infantile progetto letteralmente campato in aria senza alcuna valenza scientifica e , anzi,  realizzerebbe addirittura canali di scolo delle acque di Lama Marcinase in salita verso le ripe di Lama Scorbeto concretizzando, in caso di malaugurata realizzazione, uno scempio paesaggistico senza eguali in tutta Italia, oltre ad innumerevoli illeciti e reati ?

2)     Perché gli interessi  privati di “amici” ben noti alla cittadinanza, le cui aziende agricole e non, risiedono nelle aree di Lama Marcinase, ovvero, nelle aree dove le leggi idrauliche ed amministrative prevedono che sia realizzata l’opera di scolo delle acque di questa Lama, impediscono il rispetto delle leggi e la realizzazione di un canale idoneo e legale in tale luogo ?

3)     Perché il Comune di Molfetta non stralcia le aree inedificabili del III PIP e non vieta lo scempio delle nuove costruzioni del consorzio ASI che continuano indisturbate ad essere realizzate in zone vietate dalle leggi  ?

4)     Perché il Comune di Molfetta non ha ancora un piano di mitigazione del rischio idraulico del suo abitato ?

5)     Perché non esiste ancora un piano di protezione civile valido, per l’intero abitato di Molfetta e per la sua zona PIP – ASI ?

6)     Perché gli asili nido, gli asili, le case, le scuole, edificati nell’ alveo di Lama Cupa, di Lama Scotella e di Lama Sedelle, non sono importanti come invece lo sono gli interessi di pochi della zona ASI, tristemente famosa ormai perché divenuta in barba a tutte le leggi urbanistiche che disciplinano tali aree, anziché zona ASI , area di parchi giochi , cinema, supermercati , ristoranti, ecc. ecc. ? Dove  sarebbe l’utilità pubblica ? Nelle tasche di pochi “ amici “ della passata  e presente amministrazione ?

7)     Perché il Comune di Molfetta non ha inoltrato ancora la domanda di rifacimento di un nuovo PAI alla AdB, visto la ininterrotta urbanizzazione selvaggia che in questi ultimi anni ha ormai reso il PAI vigente superato  ( di cui la delibera AdB n . 20 del 20/04/2009 che è ancora oggi contestata! SIC! ) e pertanto anche il progetto del canale di mitigazione del rischio idraulico in itinere è completamente superato in quanto viene  realizzato su cartografia del 2006 e di conseguenza  a Molfetta, in tutto il suo abitato e in tutto il suo agro, a causa della ininterrotta e continua urbanizzazione barbara, continuata indisturbata fino ad oggi, esiste ora un nuovo ben più grave e disastroso rischio idraulico per i suoi manufatti  e per la vita dei suoi cittadini rispetto al 2006 ?

8)     Perché il Comune di Molfetta non si oppone alla sventurata delibera della Provincia  di Bari che vede per la tutela degli interessi del partito dei palazzinari locali, la riduzione dell’area inedificabile dell’oasi di protezione avifaunistica di Torre Calderina, in aperta violazione di innumerevoli dispositivi di legge civili e penali non solo di ordine paesaggistico ed idraulico?

9)     Perché il Comune di Molfetta non si oppone alla illecita costruzione del canale delle acque reflue della fogna dei Comuni di Bisceglie, Ruvo, Terlizzi, Corato, Molfetta, nell’area  di tale oasi e del sito SIC denominata Parco Nazionale della Posidonia Oceanica San Vito di Barletta che porterà alla distruzione dell’intero habitat marino e della sua catena alimentare già gravemente compromessa dalle opera di “ bonifica ambientale” del nuovo porto ?

10)Perché il Sig. Sindaco Paola Natalicchio  e l’assessore Rosalba Gadaleta non raccontano la verità ai cittadini riguardante il depuratore delle acque fognarie di Molfetta che ancora oggi, ininterrottamente, continua a scaricare in tale area SIC, liquami fortemente inquinanti assolutamente non trattati ?

11)Perché la amministrazione corrente non si adopera a redigere un nuovo piano regolatore che rispetti i criteri di sicurezza di legalità e di fattibilità previsti dalle leggi?

12)Perché il Comune di Molfetta è prigioniero del famelico e catastrofico partito dei palazzinari e nei fatti, sta portando avanti il vecchio piano regolatore con la realizzazione di comparti ed urbanizzazioni come a suo tempo ha fatto la precedente amministrazione, nonostante le innumerevoli denunce penali a suo carico in pieno corso procedurale?

13)Perche la zona di ampliamento ASI di Molfetta, Giovinazzo, Bitonto, realizza , se mai venisse concretizzata, gli stessi scempi di quella di Molfetta e gli stessi innumerevoli illeciti e reati ? Forse perché non vi sono altre aree legali ed idonee dove realizzare tale ampliamento ?

14)Perché la amministrazione corrente vuole portare avanti la realizzazione del presunto nuovo porto commerciale così come è nel progetto, ossia  palesemente errata,  che vedrà inevitabilmente la distruzione del vecchio porto con tutte le imbarcazioni ivi attraccate e la distruzione dello stesso nuovo porto in caso di una normale mareggiata e non provvede invece alla sua correzione come invece gli è già stato consigliato dalle associazioni di categoria ?

15)Perché la amministrazione corrente non ha alcun piano di ripopolamento per la pianta Posidonia Oceanica  (distrutta totalmente dalla fogna del depuratore di Molfetta e dalla bonifica del nuovo porto commerciale ) nell’area del sito Sic denominato San Vito di Barletta, con programmi di finanziamento per la semina dei suoi frutti ( olive )  sui fondali di tale area, al fine di ricreare l’ambiente marino che permetta di nuovo lo sviluppo della flora e della fauna  marina oggi totalmente scomparsa?

16)Perché il Comune di Molfetta si rifiuta di ricevere chi ha, carte alla mano,  la soluzione dei suoi problemi, ma invece si nasconde dietro al dito ?

17)Per quali interessi “nascosti”, ormai ben noti alla cittadinanza, non vengono ancora rispettate le innumerevoli leggi urbanistiche violate dalla vecchia amministrazione?

18)Perché l’amministrazione del Comune di Molfetta si rifiuta di ricevere chi ha finanziamenti legali e piani di sviluppo e di occupazione reali per i suoi cittadini?

Guglielmo Facchini 

Molfetta, quattro indagati per i due operai morti nel pozzo. “Con la crisi tagli alla sicurezza”

{}bari.repubblica.it

Sono quattro gli indagati per l’ultima tragedia sul lavoro avvenuta a Molfetta, la morte di due operai - padre e figlio – avvenuta lo scorso 8 aprile nel pozzo-cisterna dell’azienda Di Dio che avrebbero dovuto pulire con il loro autospurgo. Si tratta dei quattro responsabili della sicurezza dell’impresa: nel fascicolo aperto dalla procura di Trani ci sarebbero rilievi di irregolarità in tutta la procedura di smaltimento dei rifiuti.

“Il problema delle morti sul lavoro si è ripresentato perché si è trascurata molto la questione della sicurezza e perché in questi tempi di grande crisi gli imprenditori, non tutti ma una buona parte, tagliano i costi della sicurezza perché non ce la fanno ad andare avanti”. Lo ha detto il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, al termine del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato dal prefetto di Bari, Antonio Nunziante, dopo la morte dei due operai annegati.

Per l’incidente – si è appreso oggi – il numero delle persone indagate per omicidio colposo è salito da due a quattro, tra responsabili della sicurezza e rappresentanti legali della Di Dio ed il pm inquirente, Antonio Savasta, ha finora accertato la mancanza di autorizzazioni igienico-sanitarie nella gestione dei liquami della ‘Di Dio’, azienda che resta sotto sequestro. Proprio a Molfetta, il 3 marzo 2008, ci fu un altro grave incidente sul lavoro: morirono 5 operai nella cisterna che stavano pulendo.

“La riunione – ha detto il procuratore – è stata molto proficua”. “Il problema (degli incidenti sul lavoro, ndr) rischia di diventare davvero molto serio nei prossimi mesi, nei prossimi anni – ha aggiunto – se non cambia l’aspetto della cultura della sicurezza sulla quale sia io sia il prefetto abbiamo molto insistito oggi. Con le forze di polizia che si occupano di sicurezza e di lavoro nero ci sarà un coordinamento a livello regionale da parte della prefettura di Bari con la collaborazione della magistratura, in questo caso della procura di Trani: vogliamo evitare di piangere altri morti”. Capristo ha rilevato di aver ricevuto “grande collaborazione dai sindaci di Molfetta e Bitonto che si stanno attivando per un controllo sul territorio: ricordate – ha fatto osservare ai cronisti – che su Molfetta ci sono cinquemila aziende”.

“Speriamo di non dover piangere altri morti, come ha detto il procuratore – ha concluso il prefetto – su questo c’è una forte volontà perché la vita è una cosa sacra. Faremo controlli mirati”.

Bari, tre auto in fiamme nella notte al quartiere Madonnella. Opera di un piromane?

 

Gianluca Lomuto - bari.ilquotidianoitaliano.it

Nella notte tra domenica 20 e lunedì 21 aprile, ovvero tra Pasqua e pasquetta, tre auto hanno preso fuoco nel quartiere Madonnella di Bari, nei paraggi della sede regionale della Rai poco prima dell’una. Due di queste erano parcheggiate in via Di Vagno, esattamente al di sotto del così detto “ponte di Japigia”, una terza invece poco distante nei pressi di piazza Gramsci. Le immagini del video si riferiscono alla smart e al suv che si trovavano al di sotto del ponte. Sul posto sono intervenuti Carabinieri e Vigili del Fuoco, che sono riusci a domare tempestivamente le fiamme, evitando che incendiassero le altre auto parcheggiate. A giudicare dalla posizione dei due veicoli, l’ipotesi che il fuoco si sia propagato da un’auto all’altra appare decisamente poco probabile, ipotesi resa ancora meno plausibile dalla terza macchina che contemporaneamente andava a fuoco poco distante.

         

 

In città non è il primo episodio del genere, poco più di un mese fa un’altra auto si è incendiata sempre nel quartiere Madonnella, anche se in questo caso i Vigili del Fuoco sembra non abbiano trovato tracce di liquidi infiammabili o che comunque possano far pensare a un episodio di natura dolosa. Nella notte tra venerdì 18 e sabato 19 aprile, appena pochi giorni prima dell’ultimo caso quindi, un’altra auto è andata a fuoco in via Tridente all’una di notte circa.

Tornando alle tre auto, i Carabinieri provvederanno a visionare i filmati delle telecamere installate nella zona per cercare di capire cosa c’è dietro, se si tratta una improbabile serie di coincidenze o piuttosto l’opera della criminalità.

Pesci deformi nel Tirreno cosentino

Pesci con malformazioni alla colonna vertebrale e contaminati. Non è un film horror ma quello che è stato scoperto a mare lungo il Tirreno cosentino. Due pescatori amatoriali, durante una battuta al largo di Fiumefreddo Bruzio, nel settembre scorso, hanno catturato alcuni esemplari di tonnetti alletterati (una specie di tonno molto diffusa nel Mediterraneo e caratterizzata dalla colorazione azzurro-bluastra del dorso screziato) che, si è scoperto in seguito, presentavano anomalie scheletriche. Da qui l’allarme generato soprattutto dalla circostanza che su dieci animali catturati ben quattro presentavano una strana malformazione: la spina dorsale bifida. Un allarme che ha portato a far analizzare i resti di due degli esemplari pescati e a scoprire che nella lisca erano presenti dei contaminanti. Il valore più elevato riguarda gli Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), ritenuti da molti ricercatori tra i responsabili di mutamenti genetici negli animali. Ma anche pericoloso per la stessa salute dell’uomo visto che è stato accertato il suo effetto cancerogeno. Inoltre, dalle analisi effettuate da un laboratorio privato, nella spina dorsale dei due animali sono emersi parametri al di sopra della norma di tre policlorobifenili (Pcb), composti organici considerati altamente nocivi per la salute dell’uomo. Un caso – allo stato attuale isolato in Calabria – che, però, solleva non pochi timori sulla qualità della salute dei mari italiani e che ricorda quanto sta avvenendo in altre parti del Mediterraneo. Infatti, nel corso degli anni, in altre parti del Paese sono stati trovati esemplari malformati simili a quelli catturati a Fiumefreddo. Episodi verificatisi in particolare nella rada di Augusta. Da tempo al largo della costa siracusana – soprattutto dopo le operazioni di pulizia del porto che nel 1989 avrebbero comportato lo sversamento in mare di sostanze, molte delle quali tossiche, presenti nell’infrastruttura – si registrano, da parte di pescatori, di ristoratori ma anche di semplici cittadini della zona, decine di segnalazioni di esemplari di varie specie ittiche con anomalie scheletriche. Soprattutto alla colonna vertebrale. Una circostanza che porterebbe a far ritenere che proprio da quella parte del Tirreno meridionale provenissero anche i tonnetti catturati al largo di Fiumefreddo Bruzio. Vista la relativa distanza dalla Sicilia e soprattutto perché gli animali catturati nel Cosentino fanno parte di una specie definita pelagica e cioè capace di percorrere anche centinaia di chilometri dal loro luogo di nascita. Inoltre, essendo animali predatori, presentano livelli di concentrazione di sostanze chimiche elevati. Il tonnetto, infatti, cibandosi di altri pesci funge da bioaccumulatore delle sostanze contenute negli animali di cui si ciba. Un aspetto che ripropone con forza la necessità di monitorare attentamente l’intero bacino del Mediterraneo.

IL RACCONTO 
«Siamo andati come al solito, a pescare molto presto. Intorno alle 6 del mattino e per diverse ore non abbiamo catturato nessun pesce. Fino a quando, intorno alle 11, uno dopo l’altro i tonnetti hanno abboccato alle nostre esche». Valerio Beatino, un 23enne di Amantea, studente di ingegneria ambientale, racconta quella che in seguito diventerà più di una semplice battuta di pesca. Al largo di Fiumefreddo Bruzio Valerio, assieme allo zio, nel settembre scorso cattura dieci tonnetti alletterati, con una peculiarità: quattro di questi esemplari presentano una strana malformazione. «Ce ne siamo resi conto a casa – spiega – solo dopo del averli cucinati. Mentre stavamo per mangiarli, e dopo averli ripuliti, ho notato qualcosa di strano: la spina dorsale del pesce presentava una forma diversa dalle altre». Una sorta di biforcazione che dalla coda procedeva lungo il dorso dell’esemplare. «Dapprima avevo pensato a una protuberanza della carne – dice il 23enne che è anche attivista del Comitato “Natale De Grazia” di Amantea – ma pulendo meglio la lisca ho visto che si trattava di una vera e propria malformazione». Così Valerio passa ad esaminare l’esemplare che stava mangiando la sorella e si accorge che anche questo tonnetto presenta la stessa anomalia. Come gli altri due pesci che erano stati congelati per essere mangiati nei giorni successivi. «Abbiamo cotto gli altri esemplari – spiega – per procedere poi alla pulizia e capire se anche gli altri due avevano questa malformazione. Ebbene, anche questi tonnetti avevano la stessa identica anomalia scheletrica: la spina dorsale bifida». Un’anomalia che, a questo punto, porta il giovane laureando in ingegneria ambientale a consegnare le lische degli ultimi due esemplari esaminati a un esperto del campo. E dopo aver affidato a un laboratorio privato i reperti, è emerso il responso: nelle lische è stata rinvenuta la presenza di Ipa e Pcb al di sopra della norma.

Questo servizio è stato pubblicato sull’edizione n. 141 del Corriere della Calabria distribuita in edicola fino al 13 marzo del 2014

Roberto De Santo - www.corrieredellacalabria.it

“Un altro orizzonte” o “un nuovo orizzonte” ? Lettera aperta al Maestro Hidetoshi Nagasawa


Illustrissimo Maestro Hidetoshi Nagasawa,

mi rivolgo direttamente a lei, come semplice cittadino, per comprendere alcuni recenti accadimenti. Premetto di apprezzare le sue opere e in particolare le ultime presentate nel Torrione Passari di Molfetta. Ed è proprio di una di queste ultime che vorrei parlarle.

In una recente intervista di Antonella Marino, si parlava delle sue opere come una sfida alle leggi della statica, che instaurano enigmatici equilibri nello spazio. Per realizzare quelle opere enormi travi in legno, e barre in ferro, sono state recuperate da cantieri vicini e forgiate in loco, per andare a comporre incastri “magici” che reinterpretano la struttura architettonica amplificandone le suggestioni del contesto ambientale. Poi lei aggiunge che sicuramente è stato fondamentale conoscere il posto e la storia del Torrione Passari, una struttura a cupola, che prima era una fortezza, uno spazio bello già di per sé. E proprio competere con la sua bellezza, è stata la vera sfida per lei. Insomma queste le premesse che hanno sostenuto la creazione dell’opera site-specific “Un altro orizzonte”.

  Prima installazione

Una lunga trave di legno orizzontale, unita ad un’altra trave verticale incuneata tra il pavimento e il soffitto, regge all’estremità due cubi di ferro 80x80cm. La pesante trave lunga 7 metri, è incastrata in un grande anello in ferro intorno alla trave verticale, e si sostiene mediante un gioco di spinte. L’opera dichiara subito un mondo strutturato da elementi interdipendenti, dove l’interdipendenza è consentita e garantita dal fatto che gli elementi sono privi di presenza autonoma, e scorrono tra polarità opposte e complementari”.

Nella stessa intervista dichiara, una sacrosanta verità, e cioè che lei lavora rapportandosi ai luoghi e in un luogo diverso sarebbe venuto fuori un’opera diversa; nel paesaggio locale ha percepito un’aura metafisica e in qualche modo ha cercato di trasmetterla. E poi spiega, in maniera analitica, la filosofia che regge la lettura de “Un altro orizzonte” (video -Prima installazione)

Dietro a questi incastri c’è un preciso calcolo matematico, unito però a delle sensazioni. La trave sospesa ad esempio è di sette metri, doveva essere proprio di quella misura, ma ricorda anche un braccio alzato. Dove s’incrociano la trave orizzontale e la trave verticale c’è un anello di ferro su cui si scaricano venti tonnellate di forza. Per ottenere un equilibrio bisogna calcolare il diametro di questa trave orizzontale, il peso del pavimento e del soffitto. Se i loro materiali fossero leggeri, la mia struttura non reggerebbe”.

Nel momento in cui le scrivo la sua mostra è stata chiusa e la sua opera, “Un altro orizzonte”, è stata smantellata creando un vuoto incolmabile in quella stanza del Torrione Passari. Un nostro dirigente comunale, ha deciso di far continuare a vivere la sua opera in una piazza cittadina inaugurata al pubblico il 12 aprile scorso. Ho osservato da vicino e da lontano la sua vecchia-nuova opera che ha lo stesso titolo e mi sono chiesto se fosse la stessa da lei creata tra le mura del T.Passari.

Troppi gli elementi stridenti. La sua prima installazione aveva senso perchè rapportata al luogo in cui era nata e lei ha spiegato il perché; la sua unicità e irripetibilità, nel tempo e nello spazio, rappresentava la grandezza stessa dell’opera. Pertanto rivederla in un altro spazio, perde la sua forza e la sua unicità. Sono cambiate le forme, le contrapposizioni di forze e gli equilibri meccanici. Non più i cunei (foto. 2-3) a vigilare sugli equilibri instabili, ma piastre di ferro saldate e bullonate; il grande anello in ferro intorno alla trave verticale (foto.4-5), che sosteneva mediante un gioco di spinte la trave orrizzontale è stato trafitto da due bulloni passanti (foto. 8);

2.                                                           3.   

4.     5. 

6.    7.  

 8.

e poi la trave verticale (foto. 6-7), più lunga che nel torrione, che si reggeva sotto la spinta del pavimento e del soffitto, è stata impalata nel terreno (speriamo non cementata); gli equilibri, non più gli stessi, sono creati e controllati dal vento di tramontana (foto. 9-10-11).

9.     10. 

11.

12.

Caro Maestro, la sua opera prima non esiste più e se è vero, come è vero, che lei lavora rapportandosi ai luoghi e in un luogo diverso sarebbe venuto fuori un’opera diversa, questa nuova installazione non può più chiamarsi “Un altro orizzonte” (foto.12), perché è un’opera diversa dalla prima, anche la data della targa andrebbe cambiata (Video – seconda installazione).

Pertanto le chiedo umilmente di farci sapere se lei ha condiviso questa operazione di trasformazione della sua opera d’arte-installazione, oppure altri l’hanno dissacrata usandola come mero oggetto di marketing politico-turistico. Spero di non averla offesa, Maestro, rivolgendomi a lei in modo diretto e se ho sbagliato nell’interpretare la sua arte, mi perdoni; in tal caso la prego di contribuire, nelle sue possibilità, all’educazione del popolo (ed io umilmente ne faccio parte) alla lettura, alla comprensione e al rispetto dell’opera d’arte.

Cordiali saluti, Matteo d’Ingeo

              Seconda installazione

 

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Palermo, ecco come il boss dal carcere ordina al fratello una nuova faida di mafia

Meridiana Notizie

Il video shock girato all’interno del carcere durante un normale colloquio concesso ai detenuti, il boss continuava a dare ordini ai propri affiliati, e tra questi anche quello di compiere omicidi. L’obiettivo era quello di scatenare una nuova guerra di mafia per ridefinire gli equilibri e il timone del comando mafioso nel mandamento di Porta Nuova a Palermo.

Dopo l’omicidio del boss Di Giacomo, il commando di P.zza San Francesco di Paola, bloccato poco prima che entrasse in azione, lo stato fa sentire la propria presenza, arrestando otto presunti boss del mandamento e di fatto azzerando i vertici della cupola locale. L’operazione, messa a segno dai carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale, ha consentito, probabilmente, di scongiurare l’inizio di una faida tra famiglie mafiose del mandamento, in contrasto tra di loro per la leadership della cosca.
Nomi di spicco tra gli arrestati. Finiscono in manette anche Nunzio Milano, 64 anni, e Tommaso Lo Presti, 39 anni, entrambi liberi dopo la scarcerazione. I presunti boss del mandamento mafioso di Porta Nuova sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso.

 Gli Arrestati

Marcello Di Giacomo, 46 anni (nato a Palermo il 30.11.1967, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova)

Vittorio Emanuele Lipari, 53 anni (nato a Palermo il 27.06.1961, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova)

-Onofrio Lipari detto Tony, 24 anni (nato a Palermo il 14.05.1990, reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova)

Nunzio Milano, 55 anni (nato a Palermo il 26.08.1949, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Porta Nuova)

Stefano Comandè, 28 anni (nato a Palermo il 15.04.1986, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova)

Francesco Zizza, 32 anni (nato a Palermo il 01.06.1982, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova)

Salvatore Gioeli, 47 anni (nato a Palermo il 01.09.1966, reggente della famiglia mafiosa di Palermo Centro)

Tommaso Lo Presti, 39 anni (nato a Palermo il 22.10.1975, reggente della famiglia mafiosa di Palermo Centro dopo Salvatore Gioeli)

Operazione Iago, progetti di morte e di vendetta

‘Ndrangheta, Gratteri: “teniamo i capi delle ‘ndrine fuori dalle processioni”

www.strettoweb.com

Le mafie si nutrono di consenso popolare. Per esistere, cercano la gente: sono presenti li’ dove c’e’ da gestire denaro e potere e dove ci sono grandi folle, come nelle manifestazioni sportive ma soprattutto nelle e vicino alle processioni religiose”.

In un colloquio con l’Adnkronos, il procuratore aggiunto presso il tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, torna a lanciare l’allarme infiltrazioni delle ‘ndrine nei riti della Settimana Santa. ” E’ importante -rimarca il magistrato antimafia- in questi giorni pasquali vigilare, soprattutto in Calabria, contro ogni tentativo di infiltrazioni mafiose, perche’ per i capi della ‘ndrine la processione e’ una vetrina: amano farsi vedere vicino a santi e preti”. ”Bisogna intervenire per prevenire strumentalizzazioni -ribadisce il procuratore- come ha fatto il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Vibo Valentia”, presieduto dal prefetto Giovanni Bruno, intervendo sulle processioni dell’Affruntata di Stefanaconi e Sant’Onofrio, nel vibonese, che si svolgono la mattina della domenica di Pasqua. Quest’anno, scrive infatti il ‘Quotidiano dellaCalabria’, i portatori del Cristo Risorto, della Madonna e di San Giovanni, non saranno sorteggiati: li scegliera’ la Protezione civile tra i propri volontari. Una decisione concertata con il vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, mons. Luigi Renzo.

Il 14 aprile scorso, nel corso della sua audizione in commissione Antimafia, Gratteri aveva sottolineato che gli ndranghetistisono molto legati alla Madonna di Polsi, custodiscono immagini di S. Michele Arcangelo e -new entry negli ultimi anni- nei blitz messi a segno nei covi dei latitanti abbiamo trovato immagini di Padre Pio”.

Sant’Onofrio, annullata la cerimonia dell’Affruntata. Il vescovo Renzo: “Comunità ferita” - 

Sant’Onofrio, la processione commissariata per ‘ndrangheta. Ma il paese si ribella: annullata

www.repubblica.it

SANT’ONOFRIO (VIBO VALENTIA) - E’ stata annullata la processione dell’Affruntata di Sant’Onofrio perché in paese non è stata accettata di buon grado la notizia che le statue dovevano essere portate dai volontari della protezione civile. A darne notizia è il Vescovo di Mileto, monsignor Luigi Renzo, che domani celebrerà messa a Sant’Onofrio. La stessa decisione è stata presa per la processione di un altro paese in provincia di Vibo Valentia, Stefanaconi.

Monsignor Renzo fa sapere che “la popolazione si è ribellata all’imposizione che fosse la protezione civile a portare le statue. E proprio perchè il paese è in fermento si è deciso di non fare la processione ed io mi recherò a celebrare la messa di Pasqua”. “Dopo la riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica – ha aggiunto – a me è stata comunicata la decisione. Ma in realtà su queste cose le decisioni spettano a noi ed invece sono stato completamente bypassato. Non tutte le persone sono mafiose e per questo motivo ho cercato di mediare cercando di trovare una soluzione. Ma rispetto ad una decisione irremovibile da parte delle autorità civili la popolazione di Sant’Onofrio ha deciso di annullare la processione”.

“Da anni – ha concluso – stiamo cercando di tenere fuori la criminalità organizzata dai riti religiosi tanto che per la processione ora procediamo all’estrazione a sorte di coloro che portano le statue. Ecco perchè le decisioni dell’autorità civile hanno innescato un meccanismo di forte malumore tra la gente. E proprio per paura che si possono verificare problemi ho deciso di celebrare messa domani a Sant’Onofrio”.

Già quattro anni fa la processione venne sospesa e poi rinviata dopo la decisione dello stesso vescovo Luigi Renzo di tenere fuori dai protagonisti dell’Affruntata “persone discusse”. Decisione che provocò l’ira delle ‘ndrine locali, tanto da prendere clamorosamente a pistolettate la casa del priore della confraternita responsabile della scelta dei portatori. La processione si tenne poi qualche giorno dopo iun un clima di tensione.

La Chiesa deve vigilare e deve stare attenta per evitare strumentalizzazioni“,avverte il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo. E spiega: “Bisogna stare attenti per evitare che manifestazioni religiose non diventino iniziative solo di folclore per lanciare segnali da parte della ‘ndrangheta. In questi anni, anche attraverso le indagini che abbiamo compiuto, è emerso che nel Vibonese riveste particolare importanza le processioni di Pasqua, mentre in altre zone le cosche guardano con attenzione a quelle dei Santi patroni“.

La Via Crucis e la famiglia Agate a Mazara. L’intervento del Vescovo Mogavero (15.4.2014)

La famiglia Agate e la Via Crucis a Mazara. Il prete: “Non mi occupo di mafia” (12.4.2014)

A Mazara la Via Crucis la organizza la nipote del boss Mariano Agate      (10.4.2014)

Una voragine sottomarina profonda mille metri: è il ”Canyon di Bari”

C’è un abisso di fronte a Bari: una voragine sottomarina profonda mille metri che è stata battezzata “Canyon di Bari”. Si estende per 30 km dal capoluogo pugliese sino a Mola e dista solo una ventina di chilometri dalla costa, dove normalmente la profondità del mare al massimo raggiunge i 400 metri. (Nell’immagine, corrisponde alla zona più scura)

Il Canyon è stata scoperto una decina di anni fa (dopo indagini scientifiche nazionali e internazionali) e ora è oggetto di studio da parte del team “Ecologia” dell’Università di Bari. Gianfranco D’Onghia e Roberto Carlucci, sono i docenti di Ecologia e Biologia Marina che stanno dirigendo il lavoro. Li abbiamo intervistati.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Che cos’è il “Canyon di Bari”? 

Si tratta di un canyon sottomarino, formatosi milioni di anni fa, quando il Mar Mediterraneo subì una fase di essiccamento, una crisi di salinità, durante la quale quasi tutta l’acqua evaporò. Il Mediterraneo all’epoca era chiuso, non esisteva lo Stretto di Gibilterra. Così i fiumi hanno potuto scavare delle profonde fosse con la loro azione erosiva. E il Canyon è una di queste.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

In che modo è possibile studiare fondali così profondi? 

Lo studio degli organismi marini è stato realizzato con strumentazioni a bassissimo impatto ambientale, così da evitare di danneggiare ciò che si vuole analizzare e preservare. In particolare il nostro team ha sviluppato uno strumento per il rilevamento della fauna e dei parametri fisico-chimici dell’ambiente. Si chiama  Lander “Memo”: riesce a raggiungere mille metri di profondità rimanendo autonomo per 48 ore di fila, grazie a speciali batterie. E’ lui che fornisce un’istantanea dello stato di salute di quell’habitat.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Perché è importante questa scoperta?

Per la ricchezza di organismi e per la diversità di specie che presenta il Canyon, molte delle quali ancora poco conosciute (vedi foto galleria).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ad esempio?

Il “corallo bianco”. La conformazione morfologica del fondale marino permette alle correnti dell’Adriatico di produrre il fenomeno delle “cascate” di acqua fredda nelle fosse batiali del Canyon. Queste, essendo cariche di materia organica e sostanze nutrienti, in concomitanza con la complessità strutturale dei fondali favoriscono la presenza del corallo bianco, che solitamente vive nell’Oceano Atlantico, le cui acque sono molto più fredde di quelle del Mediterraneo. Quindi il Canyon rappresenta una grande eccezione. Si consideri che nel Mediterraneo sono presenti solo 14 zone di diffusione di questo tipo di corallo, molte delle quali si trovano proprio nel Canyon di Bari.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Qual è la funzione del “corallo bianco”?

E’ un biocostruttore: costruisce scogliere e barriere in ambiente marino, rendendo più rigoglioso e ricco l’habitat e permettendo a molte specie di svilupparsi e crescere. Parliamo di spugne, briozoi, organismi detritivori, anellidi, ma anche gronghi, naselli, pagelli, squali, paramole e crostacei.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Non si corre il rischio che questa “oasi” sia bersagliata dai pescatori?

Il rischio c’è, poiché con le varie tecniche di pesca utilizzate come quelle del palangaro o della pesca a strascico, potrebbero essere danneggiate le formazioni di corallo bianco o l’ecosistema stesso di questa zona. Tuttavia  le elevate profondità e la particolare conformazione del fondale che il Canyon presenta, sono un grosso ostacolo per la pesca. E quindi questo “abisso” diventa un vero e proprio rifugio naturale dove vegetali e animali possono riprodursi tranquillamente, senza la minaccia continua da parte dell’uomo.

Attentati e l’ombra della mafia, sciolto il Comune di Cellino

Cellino San Marco come Castel Volturno o Bagheria: consiglio comunale sciolto per infiltrazioni mafiose. La decisione del Consiglio dei ministri è arrivata dopo un lungo iter fatto di indagini, valutazioni e vertici delle forze dell’ordine presieduti dal prefetto Nicola Prete, culminate nella decisione partorita a Palazzo Chigi e sintetizzata in poche righe dai portavoce del Governo: “Al fine di consentire il risanamento delle istituzioni locali nelle quali sono state accertate forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata, il Consiglio ha deliberato, su proposta del Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, lo scioglimento del Consiglio comunale di Cellino San Marco (Brindisi)”.

L’azione amministrativa dell’ente capeggiato dal sindaco Francesco Cascione sarebbe stata dunque condizionata dalla Sacra corona unita, è l’ipotesi sulla quale stanno lavorando la Direzione distrettuale antimafia di Lecce e i carabinieri di Brindisi, qualche cosa di più secondo il governo che invece parla di “accertate forme di condizionamento“. In cosa si siano concretizzati questi condizionamenti non è dato sapere, fintanto che la magistratura non avrà tratto le sue, di conclusioni.

Quel che è certo intanto è la lunga teoria di agguati subiti dal sindaco a capo di una coalizione di centrodestra. L’avvocato penalista, al quale l’ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano contestò apertamente di aver assunto la difesa di numerosi imputati per 416 bis, è stato vittima di ben cinque attentati in tre anni, fra ville di famiglia e auto bruciate. (lo stesso sindaco Cascione, l’assessore Gabriele Elia, entrambi di Forza Italia), e dipendenti comunali, e da una campagna di accuse anonime condotta con misteriosi volantini e manifesti. Stessi attacchi subiti dall’assessore ai Servizi sociali Gabriele Elia, residente nelle Tenute Carrisi di proprietà del cantante Al Bano, al quale sono state bruciate due auto. Attentati con appendice di volantini anonimi fatti circolare in paese carichi di minacce, insinuazioni e veleni indirizzati agli amministratori.  Tanto Cascione quanto Elia hanno personalmente e più volte sollecitato l’intervento del prefetto, ma nessuno dei due ha mai rinunciato al ruolo occupato a palazzo di città.

I lavori della commissione ministeriale composta da Maria Filomena Dabbicco della prefettura di Bari, dal dirigente del servizio economico-finanziario della prefettura di Brindisi Michele Albertini e da Giuseppe Lorenzo, tenente della Guardia di Finanza di Brindisi, sono cominciati qualche mese dopo il 4 febbraio 2013, quando i carabinieri acquisirono presso il Comune numerosi faldoni riguardanti gare d’appalto, nomine di consulenti esterni all’ente e non solo. La commissione istituita dal prefetto Prete ha lavorato in due tempi, prima da luglio a settembre, poi in proroga da ottobre a dicembre. Le conclusioni della commissione sono dunque state trasmesse al Viminale, e hanno evidentemente determinato la decisione del Governo in carica.

Il provvedimento che ha colpito il Comune di Cellino è il primo nella storia della provincia brindisina, l’ottavo in Puglia, preceduto da vicende gemelle nei Comuni di Gallipoli, Gioia del Colle, Modugno, MonopoliSurbo, Terlizzi e Trani. Per capire quali siano le attenzioni che hanno ingessato l’azione di governo a Cellino e con quali esiti, lo dirà la magistratura. Nel frattempo si attende l’arrivo del commissario prefettizio, che dovrebbe insediarsi in tempi rapidissimi, e dopo subito elezioni.