Sacchi di terra rossa e rifiuti abbandonati lungo il muro perimetrale dello stadio

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Il 21 gennaio scorso in località Prima Cala nei pressi del cancello secondario del campo sportivo “Paolo Poli”, in corrispondenza del confine con i campi da tennis, sono stati abbandonati, da ignoti, sacchi di materiale di risulta e presunti rifiuti speciali. Abbiamo  segnalato al Comando della Polizia Municipale la discarica abusiva chiedendo la rimozione ed eventualmente l’individuazione di chi ha commesso l’atto deprecabile.  Oggi abbiamo documentato la rimozione dei rifiuti, pertanto ringrazio il Comando della Polizia Municipale sperando che siano stati individuati e multati i responsabili.

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I cento padroni di Palermo

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di Giuseppe Fava (“I Siciliani”, giugno 1983) – www.telejato.it

[…] Ecco: qui diventa perfetta la storia di Piersanti Mattarella, da raccontare tuttavia con umana sincerità affinché ognuno possa capire le cose come veramente accaddero e quindi trarre una ragione, un cifrario per le cose che continuano ad accadere.

Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell’ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito ed a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiederanno un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.
Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amabile parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma, parlava con buona dizione. Era anche un uomo molto gentile ed infine aveva una dote che poteva essere un difetto: era candido. O forse fingeva di esserlo.
Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono tutte le arti della trattativa per cui l’affare politico è sempre diverso da quello che viene, ufficialmente discusso, e si affinano le arti della eloquenza per cui si dice esattamente il contrario di quello che è, anche gli avversari lo sanno e però fanno finta di non saperlo, e quindi l’oratore riesce a farsi perfettamente capire senza destare lo scandalo dei testimoni. Piersanti imparò quanto meno a capire quello che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall’assemblea regionale siciliana, dove in verità – provenendo i deputati da tutte e nove le province dell’isola, le arti sono più grossolane, ci sono anche la cocciutaggine dei nisseni, la imprevedibile fantasia dei catanesi, la finta bonomia dei siracusani, tutto è più facile e difficile, e tuttavia anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Valutava, ascoltava, sorrideva, imparava, giudicava. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo.
Esigere le tasse può sembrare odioso, e tuttavia è necessario, consentito, anzi preteso dalla legge. L’esattore deve essere avido, preciso e implacabile. I Salvo erano perfetti. Il loro impero esattoriale si estendeva da Palermo a Catania, un giro di centinaia di miliardi, forse migliaia. C’era una bizzarra clausola nell’accordo stipulato fra gli esattori Salvo e l’assessore regionale: cioé gli esattori avevano facoltà di scaglionare nel tempo i versamenti. Premesso che la Giustizia impiega magari due anni per riconoscere un’indennità di liquidazione a un povero lavoratore, ma ha una capacità fulminea di intervento contro lo stesso poveraccio che non paga le tasse), gli esattori Salvo avevano il diritto di esigere subito le somme dovute dai contribuenti, epperò la facoltà (detratte le percentuali proprie) di versare a scaglioni le somme dovute alla Regione. Praticamente per qualche tempo avevano la possibilità di tenere in banca, per proprio interesse, somme gigantesche. Non c’era una sola grinza giuridica. Avevano fatto una proposta e la Regione aveva accettato.
Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l’uomo cambiò di colpo. Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.

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Sergio Mattarella: la famiglia a processo sui giornali

Mattarella, quegli otto colpi che cambiarono la vita tranquilla del professore

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di ATTILIO BOLZONI – www.repubblica.it

In questa foto c’è il destino di un uomo. C’è la storia di una famiglia che è l’attraversamento della Sicilia, c’è il confine fra la vita e la morte. Era ancora vivo, respirava ancora il Presidente della Regione Piersanti Mattarella quando suo fratello Sergio lo stava tirando fuori dalla berlina scura dove era rimasto schiacciato qualche istante prima da otto pallottole. Era ancora vivo quando lui cercava di prenderlo per le spalle e gli sorreggeva il capo mentre la moglie Irma gli spingeva le gambe, spingeva e spingeva senza sentire più il dolore per quelle dita spezzate da uno dei proiettili.

Questa è una foto che racconta molto dei Mattarella, padri, figli, fratelli, c’è dentro la Palermo degli Anni Ottanta, c’è dentro la paura, il prima e il dopo, c’è soprattutto l’attimo in cui cambia per sempre l’esistenza di un tranquillo professore universitario che ha fra le braccia il fratello morente e raccoglie l’eredità di una stirpe politica che con orme assai diverse ha profondamente segnato la vicenda siciliana fin dal dopoguerra. Proprio in qualche secondo è cambiato tutto per il professore Sergio Mattarella, fra le 12,30 e le 13 del giorno dell’Epifania del 1980. Strade quasi deserte dalla Statua fino al teatro Politeama, sole, chiese, campane e spari. Spari nella città dove si faceva politica con la pistola.

Ero lì, quella mattina del 6 gennaio. C’era qualcosa di informe fra quell’auto e l’asfalto, sembrava un manichino ma io – per non volere vedere un altro corpo massacrato di Palermo (capita ai giovani cronisti di «nera») – non distoglievo lo sguardo dalle dita di quella donna, la moglie Irma Chiazzese, l’indice e il pollice della mano sinistra frantumati, i tendini lacerati. Il fratello Sergio aveva la faccia più bianca dei suoi capelli, la figlia Maria si disperava sul sedile posteriore della Fiat 132 coprendosi il volto, il figlio Bernardo era immobile vicino al cancello.
Ero arrivato in via Libertà – la strada delle splendide ville liberty di Palermo che non c’erano più, fatte saltare in aria di notte con la dinamite per costruire palazzi di mafia – qualche minuto dopo Letizia Battaglia, la fotografa di questo scatto. «Chi è, Letizia? Dimmi chi è? Sai il nome?», le ho chiesto sicuro di una risposta. «Non lo so ancora, sono passata di qui e pensavo a un incidente stradale, poi ho visto qualcuno dentro la macchina e mi sono messa a correre e a tremare ». Letizia puntava l’obiettivo della sua camera dentro l’auto, Franco Zecchin – il suo compagno e fotografo anche lui – riprendeva gli uomini e le donne che si stavano radunando in silenzio davanti al marciapiedi di via Libertà numero 147, la casa dove abitava Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro che stava portando la sua «rivoluzione» in un’isola che non voleva cambiare.

Stavano andando tutti a messa, come in ogni giorno di festa. Tutta la famiglia Mattarella. Soli, la scorta l’avevano lasciata libera. Poi quel «giovane in jeans e giubbotto che saltellava» e che era appena sceso da un’utilitaria bianca, aveva sparato quattro colpi, se n’era andato, era tornato indietro per spararne altri quattro. E poi quella scena, il fratello Sergio che provava a sollevarlo e tratteneva il suo corpo come per trattenere – in quel momento senza saperlo, senza neanche immaginare cosa sarebbe stata la sua vita dal giorno dopo e negli anni a venire – il suo lascito e il suo pensiero. L’eredità. Quella di Piersanti, gravosa e pericolosa. Quella del padre Bernardo ingombrante, molto scomoda. Avveniva tutto inspiegabilmente in mezzo al sangue e in mezzo al terrore, la cognata ferita, i nipoti sconvolti, tutto fra le 12,30 e le 13 di un giorno di Epifania in via Libertà a Palermo. Piersanti il fratello Presidente che voleva nuove regole e pulizia e il padre Bernardo con quelle ombre che scaraventavano in un passato cupo. Il fratello che sognava una Sicilia più libera e le voci sul padre che portavano indietro, a Castellammare del Golfo, patria dei «castellammaresi » che dal 1925 erano diventati re anche a New York, una moglie che si chiamava Maria Buccellato (famiglia di aristocrazia mafiosa), i sospetti sui suoi legami con i potentissimi Rimi di Alcamo, le accuse (mai provate) di Gaspare Pisciotta al processo di Viterbo negli Anni Cinquanta, i dossier del sociologo triestino Danilo Dolci (condannato per diffamazione e amnistiato) sulle sue complicità nel Trapanese, le molte pagine dedicate dalla prima commissione parlamentare antimafia fino alle confessioni più recenti dell’ultimo pentito di Cosa Nostra Francesco Di Carlo.

Ma quel 6 gennaio del 1980 – in verità almeno da un paio di anni prima, quando Piersanti era stato eletto Presidente e subito aveva cominciato a manifestare il suo desiderio di ribaltare una Regione impastata di mafia – e quell’immagine del fratello in fin di vita sono diventate lo spartiacque fra Castellammare del Golfo e Palermo, il passaggio da una generazione all’altra, il cambio di passo. Non era forse proprio quella la ragione – il cambio di passo, la svolta – che aveva fatto ritrovare quella mattina il professore universitario piegato a sostenere il corpo martoriato del fratello? Non era stata forse la decisione e la forza di Piersanti a mettere paura a gente come Vito Ciancimino e a tutti quegli assassini che circolavano per la Sicilia e chissà dove altro ancora? Non lo sapeva ancora il tranquillo professore universitario che quelle otto pallottole rappresentavano non solo, come si diceva allora in Sicilia, un omicidio di tipo «preventivo», quelli che vengono ordinati per eliminare un pericolo imminente. Era anche «dimostrativo », di quegli altri omicidi che servono come monito, che portano sempre una minaccia che raggiunge tutti, omicidi che producono paura. La paura che c’è in questa foto. Prima di andarmene da via Libertà, quel giorno mi sono guardato intorno. A duecento metri avevano ucciso qualche mese prima il capo della squadra mobile Boris Giuliano, a trecento metri il consigliere istruttore Cesare Terranova, a cinquecento metri il segretario provinciale della Democrazia Cristiana Michele Reina. E, a meno di un chilometro, il nostro bravissimo collega Mario Francese.

Prostituzione, blitz sul lungomare: sigilli a 15 appartamenti, indagati i proprietari

di FRANCESCA RUSSI – bari.repubblica.it

Blitz dei carabinieri ieri sera sul lungomare di San Giorgio. I militari della compagnia Bari centro hanno messo i sigilli a 15 piccoli appartamenti utilizzati da prostitute situati subito dopo la spiaggia di Torre Quetta sul lungomare sud di Bari. Si tratta di appartamenti affacciati direttamente sulla strada affittati pur con regolari contratti a singole ragazze.
Prostituzione, sigilli alle ‘casette’ delle lucciole sul lungomare.

Ma le indagini dei carabinieri, da cui è scaturito il sequestro, hanno appurato che il canone di locazione era decisamente più alto rispetto ai prezzi di mercato in presenza di strutture prive di allacci ad acqua, luce e fogna. Con telecamere e appostamenti poi i militari hanno dimostrato l’attività di prostituzione esercitata all’interno delle abitazioni.

Così, su richiesta della procura di Bari, il tribunale ha emesso 15 provvedimenti di sequestro preventivo degli immobili, eseguiti ieri sera dai carabinieri. A essere indagati sono i 15 proprietari per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione: si tratta in molti di casi di ex prostitute che a loro volta avevano affittato i locali di proprietà.

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Molfetta, evasione, sequestro immobile 100mila euro

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www.statoquotidiano.it

Un immobile ad uso commerciale del valore di circa 100 mila euro è stato sequestrato al titolare di una ditta di Molfetta (BA), operante nel settore del commercio di ricambi usati per auto, dai Finanzieri della locale Tenenza.
Il soggetto, così come è stato accertato nel corso di una verifica, non aveva presentato le previste dichiarazioni fiscali per l’anno 2011, pur avendo effettuato vendite per oltre 200 mila euro con un’imposta evasa quantificata in circa 100 mila euro. Le Fiamme Gialle sono giunte a tali conclusioni analizzando i conti correnti bancari dell’imprenditore e del coniuge. Quest’ultima, in particolare, pur non svolgendo alcuna attività produttiva di reddito e risultando formalmente estranea alla ditta intestata al marito, aveva posto in essere ingenti movimentazioni finanziarie, in realtà riconducibili all’evasione fiscale commessa dal marito.
Il predetto imprenditore veniva, quindi, denunciato all’A.G. di Trani per “dichiarazione infedele” con conseguente proposta di sequestro di beni per un valore “equivalente” alle imposte evase, accolta dal G.I.P. del Tribunale di Trani.

Truffa, sequestro contratto finanziario di un milione alla Mps

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di Carmen Carbonara – corrieredelmezzogiorno.corriere.it

Un prodotto “derivato” da un milione di euro, venduto come sicuro a un cliente e rivelatosi una truffa. Il cliente ha perso, fino ad ora, 100mila euro. Per questo stamattina i finanzieri di Molfetta – su disposizione del gip del Tribunale di Trani, Angela Schiralli – hanno sequestrato il contratto (firmato nel 2007) presso la filiale del Monte dei Paschi di Siena e bloccato la somma di centomila euro.
Il sequestro è stato eseguito in seguito alla denuncia, presentata da un imprenditore molfettese, che si era visto addebitare circa 100mila euro per perdite causate dalla sottoscrizione del contratto derivato “Interest rate swap – Fixed Floating” propostogli dalla banca, per un valore nozionale di circa 1 milione di euro. Gli era stato presentato come una polizza assicurativa a copertura del rialzo dei tassi di interesse e, quindi, come un’operazione vantaggiosa e priva di rischi. Invece, il cliente aveva effettuato – senza rendersene conto – operazioni finanziari ad alto rischio. Ma la sottoscrizione del derivato era condicio sine qua non per ottenere un mutuo. Per questo il funzionario bancario che gli ha proposto il contratto è ora indagato per truffa aggravata. Ma il caso è l’ennesimo finito sulla scrivania del pm Antonio Savasta, che ha già inquisito Banco di Napoli-Intesa San Paolo per operazioni che coinvolgevano una sessantina di clienti del Nord Barese più altri due casi relativi proprio a Mps.

Le mani della ‘Ndrangheta sull’Emilia, 117 arresti. Indagati ridevano dopo sisma del 2012

di FABIO TONACCI e FRANCESCO VIVIANO – www.repubblica.it

I tentacoli della ‘Ndrangheta sono arrivati fino in Emilia. Una maxi operazione dei Carabinieri, denominata “Aemilia“, condotta dalla Dda di Bologna ha portato a 117 richieste di custodia cautelare (110 portate a termine, 7 persone risultano irreperibili) e ad oltre 200 indagati, per la maggior parte in Emilia. Altri 46 provvedimenti sono stati emessi dalle procure di Catanzaro e Brescia. Sul campo sono stati impiegati un migliaio di militari con il supporto anche di elicotteri.

I provvedimenti di custodia riguardano soggetti ritenuti responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, emissione di fatture false. Il clan al centro dell’inchiesta è quello dei Grande Aracri di Cutro (Crotone), di cui è documentata da tempo l’infiltrazione nel territorio emiliano, soprattutto nella zona di Brescello dove vivono esponenti di spicco della cosca calabrese. Alcuni dei reati hanno carattere transnazionale, interessano Austria, Germania, San Marino. Chiesto il sequestro di beni per 100 milioni di euro.

Una parte consistente dell’inchiesta riguarda gli appalti della ricostruzione post terremoto e alcuni imprenditori emiliani. In particolare la “Bianchini costruzioni Srl” di Modena è riuscita ad ottenere “numerosissimi appalti” del Comune di Finale Emilia in relazione – si legge nell’ordinanza – ai lavori conseguenti il sisma del maggio 2012 e altri in materia edile e di smaltimento rifiuti. Per questo Augusto Bianchini è finito in carcere, Alessandro Bianchini è invece ai domiciliari. Tra gli arrestati anche l’imprenditore Giuseppe Iaquinta, padre dell’ex calciatore della Juventus e campione del mondo Vincenzo Iaquinta.

E ancora una volta alcuni alcuni indagati, si legge nell’ordinanza del Gip, ridono dopo il terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012 proprio come era accaduto nel 2009 all’Aquila. Le risate sono in un dialogo citato nell’ordinanza del Gip tra due indagati, Gaetano Blasco e Antonio Valerio: “E’ caduto un capannone a Mirandola“, dice il primo. “Valerio ridendo risponde: eh, allora lavoriamo là.. Blasco: ‘ah sì, cominciamo facciamo il giro…‘”, si legge.

“Un intervento che non esito a definire storico, senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord”, ha commentato il Procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti in conferenza stampa. Poi ha aggiunto: “Non ricordo a memoria un intervento di questo tipo per il contrasto a un’organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata”. L’inchiesta, in corso da diversi anni, aveva portato gli inquirenti a sentire come persona informata dei fatti anche l’ex sindaco di Reggio Emilia e attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio e altri politici locali. Lo stesso Delrio, in un tweet, ha manifestato il suo plauso per l’inchiesta bolognese: “Inchieste Dda Bologna fondamentali per rendere più forti e libere le nostre comunità #Aemilia”.

Anche la politica locale è coinvolta nell’inchiesta. Gli inquirenti hanno documentato attività di supporto e tentativi di influenzare elezioni amministrative da parte degli affiliati al gruppo criminale in vari comuni dell’Emilia. Lo ha spiegato il procuratore Roberto Alfonso citando i casi di Parma nel 2002, Salsomaggiore nel 2005, Sala Baganza nel 2011, Brescello nel 2009.

Tra le persone colpite dai provvedimenti di custodia, il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, di Forza Italia. I carabinieri lo hanno prelevato dalla sua abitazione di Arceto di Scandiano, vicino a Reggio Emilia.

Tra gli indagati ci sono il sindaco di Mantova Nicola Sodano, che sarebbe accusato di favoreggiamento per una vicenda legata a un appalto in cui è coinvolto un imprenditore arrestato, e Giovanni Paolo Bernini, ex presidente del Consiglio comunale di Parma, allora appartenente a Forza Italia. Per lui la procura aveva chiesto l’arresto, ma il Gip non l’ha concesso. L’accusa a suo carico è di “aver contribuito pur senza farne parte al rafforzamento e alla realizzazione degli scopi dell’associazione mafiosa”, perché “richiedeva e otteneva dagli associati voti a suo favore in relazione alla campagna elettorale 2007 per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale di Parma”.

Agli arresti anche Nicolino Sarcone considerato anche da indagini precedenti il reggente della cosca su Reggio Emilia. Sarcone, già condannato in primo grado per associazione mafiosa, è stato recentemente destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale che gli aveva bloccato beni per cinque milioni di euro. Dalle carte dell’inchiesta emergerebbe anche il sostegno elettorale imposto dai Grande Aracri ad alcuni candidati emiliani durante le amministrative.

L’indagine è condotta dalla procura distrettuale antimafia di Bologna che ha ottenuto dal gip del Tribunale le 117 richieste custodie cautelari in Emilia, ma anche Lombardia, Piemonte, Veneto, Sicilia. Contestualmente si sono mosse le procure di Catanzaro e Brescia che hanno emesso 46 provvedimenti.

Nella lista dei nomi colpiti dalle ordinanza di custodia sono finiti anche Ernesto e Domenico Grande Aracri, i fratelli del boss già detenuto Nicolino Grande Aracri, detto “Mano di gomma“. Domenico è un avvocato penalista, il suo arresto è stato disposto dalla Dda di Bologna, mentre per Ernesto si è mossa la Dda di Catanzaro. Il centro di questa organizzazione è Cutro, piccola cittadina del crotonese: Nicolino Grande Aracri aveva intenzione di costituire una grande provincia in autonomia. La cosca di Cutro sarebbe riuscita, grazie all’avvocato del foro di Roma Benedetto Giovanni Stranieri (sottoposto a fermo per concorso esterno in associazione mafiosa), anche ad avvicinare un giudice di Cassazione e a fare annullare con rinvio una sentenza di condanna a carico del genero del boss.

“Grande Aracri – ha spiegato il procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo – si atteggia a capo di una struttura al di sopra dei singoli locali. E’ sostanzialmente il punto di riferimento anche delle cosche calabresi saldamente insediate in Emilia Romagna dove c’era una cellula dotata di autonomia operativa nei reati fine. I collegamenti tra Emilia Romagna e Calabria erano comunque continui e costanti e non si faceva niente senza che Grande Aracri lo sapesse e desse il consenso”.

Intanto emergono dettagli sui tentativi di intimidazione che il clan aveva messo in atto nell’area emiliana. Non solo su imprenditori e istituzioni, ma anche su giornalisti, come nel caso di Sabrina Pignedoli, corrispondente ANSA da Reggio Emilia e cronista del Resto del Carlino. Tentativo però respinto dalla cronista. Un altro giornalista è finito agli arresti: si tratta di Marco Gibertini, cronista di TeleReggio, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa poichè, secondo l’accusa, avrebbe dato una mano agli affiliati della cosca emiliana facendoli andare in Tv e sui giornali. In manette anche sei “talpe”, che informavano i Grande Aracri. Si tratta di tre ex carabinieri in congedo e tre poliziotti.

Sparatoria dopo la discoteca, arrestato latitante barese fuggito ad Amsterdam

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bari.repubblica.it

E’ stato bloccato e arrestato a Milano sul treno frecciabianca diretto a Lecce, Piero Ripoli, 32enne, latitante e destinatario di mandato di arresto europeo perché accusato, insieme ad altri due giovani già sottoposti alla custodia cautelare in carcere dal 23 settembre scorso, di concorso nel tentato omicidio di quattro persone dopo una lite in una discoteca di Castellaneta Marina, nel Tarantino, nonché di detenzione e porto illegale di pistola e di violenza privata continuata.

I carabinieri, al termine di una complessa indagine, hanno bloccato il latitante, che per un certo periodo si era rifugiato ad Amsterdam (Olanda). La sparatoria, culminata con il ferimento con colpi di pistola di due giovani di 24 e 25 anni (il primo raggiunto da cinque proiettili alle gambe, il secondo colpito con un proiettile al dorso, vicino alla colonna vertebrale) avvenne la mattina del 9 marzo dello scorso anno. I presunti complici di Ripoli già sottoposti a misura restrittiva sono Ferruccio Antonio Marino, di 33 anni, e Sergio Triggiani, di 31, residenti nel quartiere Japigia di Bari.

A seguito di una banale lite in discoteca, i tre avrebbero ingaggiato uno spericolato inseguimento nei confronti dell’autovettura su cui viaggiava una comitiva di giovani tarantini, conclusasi con l’esplosione di 12 colpi di pistola. Decisive – secondo l’accusa – sono risultate le testimonianze raccolte sul luogo dell’agguato e l’esame dei filmati registrati dal sistema di videosorveglianza della discoteca e da videocamere installate sulla strada fra Castellaneta e Bari. L’auto Toyota Yaris con a bordo i due feriti e altre tre persone (una ragazza di 24 anni e due ragazzi di 28 e di 18 anni), rimaste illese, fu inseguita e speronata a ridosso dello svincolo per la statale 106