Mea culpa, mea culpa…mea maxima culpa

 di Sergio Magarelli – Direttore de  “www.laltramolfetta.it “

Mea culpa

Dopo l’evento grave (eticamente) e pericoloso (fisicamente) che ha coinvolto Matteo d’Ingeo, tutta la nostra comunità cittadina farebbe bene a recitare ad alta voce il confiteor.

Non è un’esagerazione, è quella formula liturgica che si recita a memoria in chiesa, mentre si batte il petto con le mani e la mente esula altrove, evitando le piccole e grandissime colpe che si moltiplicano e si rinnovano nelle sinuosità dello spirito. Questa volta però la mente (se c’è) è chiamata a connettersi seriamente, per davvero e concretamente con l’azione. Perché questa volta non dobbiamo collettivamente confessare né un peccato in pensieri, né uno in parole, e tantomeno in opere. Oggi abbiamo tutti quanti un peccato da farci perdonare, ed è quello in omissioni. Perché gran parte delle istituzioni locali, gran parte dei movimenti e partiti politici, gran parte della stampa locale e gran parte dell’opinione pubblica hanno omesso, in relazione e proporzione al proprio ruolo, un autentico e rigoroso sostegno all’impegno civico di Matteo d’Ingeo. Proprio nelle pagine di questo giornale, il mese scorso, introducendo l’intervista al leader di “Liberatorio Politico”, lo abbiamo presentato come “Il grillo parlante”, perché «quasi sempre inascoltato, politicamenteemarginato”, impropriamente inquadrato come recidivo rompiscatole», e perché «è invece la voce critica della nostra coscienza comunitaria. Di collodiana memoria».

E cosa è successo? È successo qualcosa simile a quanto accade nel romanzo-fiaba di Collodi, dove Pinocchio irritato dalla voce della coscienza uccide con una martellata il grillo. Per fortuna, nel nostro caso, senza tragiche e irreparabili conseguenze, ma paradossalmente è successo anche questo. Qualche “Pinocchio” ha cercato di intimidire la voce del nostro grillo parlante, sostituendo il martello con un ordigno collocato sull’uscio dell’abitazione. Tutto questo a distanza di qualche mese da un altro spregevole atto intimidatorio, quando una bomba carta era fatta esplodere ai piedi del portone del condominio dello stesso d’Ingeo. Prima il portone, dopo la porta. È un naso che cresce a vista d’occhio, ma che dovremmo tutti quanti trovare la volontà di arrestarne la crescita. Saremmo bugiardi se dicessimo che le Amministrazioni e le forze politiche che si sono avvicendate nell’ultimo decennio, quando l’attività civica del “Liberatorio Politico” incalzava a sostegno della lotta contro l’illegalità e la diffusione della microcriminalità, siano state vicine a Matteo d’Ingeo condividendo le sue battaglie etiche.

Saremmo bugiardi ancora se affermassimo che tutta la stampa locale, quando cresceva la produzione delle denunce attraverso i comunicati ufficiali, sia stata puntuale nella pubblicazione amplificando alla città la sua voce. (Mea culpa)

E saremmo ancora bugiardi se come cittadini ci convincessimo che lasciare solo d’Ingeo come il Battista a gridare la sua voce nel deserto sia il tranquillante senza effetti collaterali per il futuro della nostra Molfetta. (Mea maxima culpa)

Siamo ancora qui a invocare un Mea culpa collettivo, perché evidentemente ventisei anni non sono bastati a redimerci, perché il sacrificio di Gianni Carnicella probabilmente non è riuscito a scuotere le nostre coscienze ancora timorose di bagnarsi alle acque lustrali. Eppure ogni anno, da quel 7 luglio 1992, ci piace commemorare il sindaco ucciso e lo facciamo puntualmente. Lo facciamo con una corona d’alloro, con qualche conferenza, con articoli sparsi qua e là. Lo facciamo, soprattutto, soltanto con le splendide affermazioni dell’omelia funebre di don Tonino Bello. Sì, soltanto con le parole. Perché ci lasciamo sedurre dalle sue parole ma non ci abbandoniamo ai suoi inviti; le condividiamo sui social ma non le condividiamo nelle nostre scelte; le strumentalizziamo per ogni occasione ma non per la nostra conversione.

Di fronte a tutta questa ipocrisia ci viene da dire che solo per Matteo d’Ingeo ogni giorno è 7 luglio 1992, perché la sua attività è scevra da protagonismi infantili e inutili. La sua è una vocazione, e come comunità siamo chiamati a proteggerla, a sostenerla, ad affiancarla. Solo se decidessimo così, veramente così, potremmo sublimare il sacrificio di Gianni Carnicella e alimentare la profezia di don Tonino Bello: «Ecco perché, Signore Gesù, ti vogliamo implorare per la nostra città. Fa’ che non ceda allo smarrimento. Non sia turbato il suo cuore! Preservala dallo scetticismo di non farcela più. Infondile l’audacia di rompere con le trame residue della disonestà organizzata, aiutala a incamminarsi con coraggio sulle strade del rinnovamento e della trasparenza. Toglile presto l’abito da lutto e ridonale le vesti dell’esultanza. Cancella la vergogna dal suo volto. Cingile la fronte dell’antica nobiltà. E accetta l’olocausto che si è consumato sul primo cittadino come rito espiatorio per tutti i nostri peccati comunitari». 

Non vogliamo mai più abiti da lutto, tantomeno olocausti. Ci basta affermare, per tutti i peccati comunitari di allora e per quelli di oggi, il mea culpa.  E poi ascoltare il grillo parlante.

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