“Sistema Trani”, un affare da 2 milioni per i magistrati

Chiese 60 mila euro in prestito all’imprenditore Paolo Tarantino giustificandosi con l’urgenza di far operare il figlio negli Stati Uniti. Per la procura di Lecce, invece l’ex pm tranese Antonio Savasta doveva pagare un falso testimone che minacciava di denunciarlo. C’e il reato di truffa tra le nuove contestazioni formulate dai pm Giovanni Gallone e Roberta Licci nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari a carico di 12 indagati nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Trani“. A sei mesi dall’arresto dei magistrati Michele Nardi e Antonio Savasta e del poliziotto Vincenzo Di Chiaro, e dopo l’incidente probatorio dell’imprenditore Flavio D’Introno e dello stesso Savasta, il castello accusatorio si è fatto ancora più solido. Confermata l’ipotesi che negli uffici giudiziari di Trani abbia agito un’associazione per delinquere all’interno della quale Nardi viene indicato come “capo” e Savasta come “organizzatore”. A poco sono serviti i tentativi dell’ex pm di addossare al collega le responsabilità più pesanti, cosi come quelli di D’Introno di cercare la benevolenza degli inquirenti con decine di ore di racconti. Anche all’imprenditore di Corato viene contestato il reato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, assieme ai due magistrati, a Di Chiaro e all’avvocata Simona Cuomo. A lei — sospesa dall’Ordine degli avvocati per sei mesi — viene imputato un ruolo attivo nel sistema di manipolazione di indagini e processi finalizzato a ottenere mazzette. Enormi le cifre versate dagli imprenditori. Secondo i calcoli effettuati dai carabinieri di Barletta, Nardi avrebbe ottenuto da D’Introno un viaggio a Dubai e altri per un valore di 150 mila euro, lavori nella casa a Roma per 130 mila euro e nella villa di Trani per 600 mila, un Rolex da 34mila e due diamanti del valore di 27 mila euro. In totale il giudice avrebbe avuto un milione e mezzo di euro. Savasta invece 500 mila, il cognato Savino Zagaria 40 mila, De Chiaro 70 mila, la Cuomo circa 100 mila fra viaggi, bollettini della Cassa forense, arredi dello studio di Corato e il canone d’affitto. Oltre agli onorari per 300 mila euro pagati da D’Introno, aiutato a dare “veste legale” alle sue iniziative illegali.

Dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari, emerge con maggiore dovizia di particolari an-che il ruolo dell’ex pm di Trani (oggi in servizio a Salerno) Luigi Scimè. Anche lui è accusato di corruzione in atti giudiziari per avere assecondato le sollecitazioni di Nardi di aiutare D’Introno, formulando una richiesta di assoluzione nel processo a suo carico. E poi facendo finire sotto inchiesta due persone che avevano testimoniato contro D’Introno e salvandolo dalla richiesta di intercettazioni telefoniche, avanzata nei suoi confronti dalla polizia giudiziaria. Scimè — si Legge nell’avviso — avrebbe informato D’Introno di segreti investigativi a suo carico e poi aiutato Savasta a effettuare un sequestro preventivo irregolare, apponendo sulla sua richiesta il visto che avrebbe dovuto essere messo dal procuratore facente funzioni Francesco Giannella. A Scimè viene anche contestato di avere ricevuto soldi da D’Introno in diverse tranche e anche durante una consegna che è avvenuta a Milano, per un totale di 75 mila euro.

Altra figura che viene fuori con maggiore evidenza a indagine chiusa è quella del carabiniere Martino Marancia, all’epoca dei fatti diretto collaboratore del procuratore di Trani (oggi di Taranto) Carlo Maria Capristo. Il militare partecipò — insieme con l’avvocato Giacomo Ragno — alla ricerca di un falso testimone Gianluigi Patruno, da utilizzare nel processo contro alcuni nemici di D’Introno. Patruno, però,  a un certo punto volle entrare nella partita delle tangenti e avanzò pretese che a Savasta sarebbero state veicolate dall’avvocato Ragno, con tanto di minaccia di denunciare gli illeciti. Per comprare il silenzio di Patruno furono versati (sia da D’Introno sia da Savasta) molte migliaia di euro, compresi quei 60mila euro che l’ex pm chiese a Paolo Tarantino come prestito, “prospettando falsamente”, scrive la Procura della Repubblica, di dover andare a far operare il figlio negli Stati Uniti. II patto corruttivo che legava magistrato, avvocato, imprenditore e falso testimone avvenne con la consapevolezza di Marancia, che però evitò di denunciare. Anche a lui viene contestato il reato di corruzione, “per avere omesso di attivarsi per impedire la consumazione del delitto di corruzione, pur essendovi tenuto essendo un pubblico ufficiale“. L’avviso di conclusione indagini è stato notificato anche all’avvocato Ruggiero Sfrecola e all’immobiliarista Luigi Dagostino, amico della famiglia Renzi, che avrebbe pagato tangenti a Savasta.

fonte: Chiara Spagnolo – bari.repubblica.it

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