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PopBari, altri sei mesi per le indagini sul crac

Il passivo determinato in sede fallimentare per la Fimco si aggira intorno ai 120 milioni, in gran parte nei confronti dello Stato. Quello della Maiora è più alto, intorno ai 140. In totale dunque circa 260 milioni di euro: è questa la cifra che, secondo il Tribunale fallimentare, dovrà essere ripartita tra i creditori delle aziende dell’imprenditore nocese Vito Fusillo, al centro dell’inchiesta-bis per bancarotta sulla Banca Popolare di Bari. Soldi dai quali, però, andrà detratto il valore del patrimonio immobiliare: quello ancora presente e quello che le curatele, attraverso le azioni revocatorie, stanno cercando di recuperare.
Il «crac» di Vito Fusillo potrebbe insomma risolversi, dal punto di vista civilistico, con un buco di poche decine di milioni di euro. La Procura di Bari, sulla base delle perizie dei commercialisti Massimiliano Cassano e Michele Danza, stima invece un debito più alto, circa 380 milioni: la differenza è nelle voci che non sono state ammesse al passivo (ad esempio le partite infragruppo o gli interessi). Ed è soprattutto nell’approccio: perché quello penale, nell’inchiesta del procuratore aggiunto Roberto Rossi e del pm Lanfranco Marazia, è che negli ultimi anni le due aziende siano state «depredate» del loro patrimonio immobiliare per tutelare la Popolare, la stessa banca che ha «orchestrato» molte delle operazioni immobiliari finite nel mirino della Finanza.

Vito Fusillo (difeso dall’avvocato Vito Mormando) è stato colpito da interdizione dopo aver raccontato, a lungo, la sua verità, mentre il figlio Giacomo è tuttora ai domiciliari. L’imprenditore ha ammesso una parte delle accuse, tra cui le operazioni infragruppo: i prestiti della Popolare a una delle aziende che venivano poi utilizzati per coprire i debiti di un’altra, con il risultato di produrre una falsa rappresentazione del quadro economico. Ma in questo Fusillo ha anche chiamato in causa gli ex vertici della Banca (Marco e Gianluca Jacobini ed alcuni manager): siccome tutte le operazioni avvenivano sui conti correnti, questa è la tesi difensiva, la Popolare non può dire di non sapere. Fusillo lo ha ripetuto anche nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al gip. «L’unico terzo che poteva discutere di questi bilanci (i suoi, ndr) era eventualmente la Banca Popolare di Bari, che era l’unico finanziatore. Però loro i bilanci li vedevano, anche i pre-bilanci. Siccome avevamo all’interno dei consulenti, che erano la Price, la Price era la stessa società (di revisione, ndr) della banca».

La tesi è insomma che ci fosse un rapporto molto stretto, una sorta di «eterodirezione»: molti investimenti mobiliari e immobiliari di Vito Fusillo sarebbero avvenuti su input della banca, che poi si sarebbe opposta (o comunque avrebbe ostacolato) il salvataggio di Fimco e Maiora. Società che – dice Fusillo – erano sostanzialmente sane: un po’ quello che starebbe avvenendo con un’altra delle sue aziende, la Ambasciatori Immobiliare, che sta predisponendo un piano di concordato in cui prevede di pagare i debiti al 100%.
È su questo che andranno avanti le indagini: negli scorsi giorni la Procura ha fatto notificare una proroga di altri sei mesi che riguarda tutte le persone colpite dalla ordinanza di custodia cautelare di fine settembre. L’inchiesta, anche sulla base delle consulenze tecniche, va avanti per ricostruire i meccanismi con cui sono stati utilizzati i soldi della Popolare, oltre che la mappa degli immobili. Proprio su Ambasciatori, una delle società ritenuta alla base della bancarotta, la Procura sta svolgendo nuove indagini.

fonte: Massimiliano Scagliarini – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

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