Le mire dei Capriati sullo scalo marittimo. Arrivano 24 condanne

Un’articolazione interna del clan Capriati spaziava dalla droga alla detenzione di armi; dall’acquisto di merci imposte ai commercianti del quartiere Carrassi (in particolare del mercato di Santa Scolastica) e agli ambulanti della Festa di San Nicola, sino, soprattutto, al «controllo del servizio di assistenza e regolazione del traffico veicolare, connesso ai traffici e alle operazioni portuali all’interno del porto di Bari». Tutto questo da ieri non è più solo una ipotesi investigativa perché il gup del Tri- bunale Bari Antonella Cafagna ha condannato 24 imputati a pene comprese tra i 20 anni e i 4 mesi al termine del processo sulle attività illecite gestite dal clan Capriati in città dal 2014 al 2017. Tra le accuse contestate a vario titolo, associazione mafiosa, traffico e spaccio di droga, aggravati dal metodo mafioso e dall’uso delle armi, porto e detenzione di armi da guerra, estorsioni aggravate dal metodo mafioso e continuate.

Nel mirino degli agenti della Squadra Mobile coordinati prima dal pm Isabella Ginefra e poi dal pm Fabio Buquicchio, sono finiti gli affari del clan Capriati che stava provando a rinascere dalle sue ceneri. A raccogliere l’eredità lasciata dal capostipite Antonio Capriati, ci sarebbe stato suo nipote Filippo. L’inchiesta, sfociata nell’aprile 2018 in 18 arresti, stroncò sul nascere questo tentativo. Le condanne più elevate, a 20 anni di reclusione, sono state inflitte proprio a Filippo Capriati e al pre- giudicato Gaetano Lorusso, autista e uomo di fiducia di Filippo. Condanna a 16 anni inflitta per i pregiudicati Michele Arciuli (40 anni) e Pasquale Panza, a 14 anni per Pietro Capriati, fratello di Fi- lippo, a 12 anni per Salvatore D’Alterio.

Registi dell’infiltrazione in una delle zone più preziose e nevralgiche della città, proprio i fratelli Filippo e Pietro Capriati, nipoti dello storico capo clan «Tonino». Dopo la scarcerazione di Filippo, nel febbraio 2014, avrebbero riorganizzato il clan affiliando decine di nuovi sodali. Le indagini sono partite proprio da qui, dalle frequenti e «disinvolte» visite di Filippo Capriati nel porto, spesso in sella a una bicicletta. Secondo l’accusa, lo scalo marittimo barese era «divenuto una “pertinenza” del borgo antico» controllato dai Capriati, usato anche come base logistica. Il giudice ha rigettato la richiesta di risarcimento della Cooperativa Ariete che gestiva alcuni servizi all’interno del porto. Ri- conosciuto il risarcimento (da quantificarsi in sede civile) nei confronti delle altre parti civili (Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale-Adsp Mam, Ministero dell’Interno, Agenzia delle Entrate e Associazione Antiracket Puglia).

Nel mirino dell’Antimafia sono finite anche altre attività del clan Capriati che aveva puntato i com- mercianti del mercato di Santa Scolastica e gli ambulanti della festa patronale di San Nicola del 2015. Alcuni degli esercenti sarebbero stati obbligati ad acquistare merci, buste di plastica, vassoi di alluminio, ghiaccio, detersivi e alimentari, da fornitori amici, utilizzando la forza di intimidazione del «brand Capriati», oltre ad occuparsi delle attività tipiche della criminalità organizzata: traffico di armi e droga, furti e rapine.

La sentenza è stata emessa al termine di un processo con il rito abbreviato, rito alternativo che prevede uno sconto di pena in caso di condanna. Contestualmente alla sentenza, il giudice ha rinviato a giudizio altri 9 imputati, tra i quali Sabino Capriati, figlio di Filippo, e ne ha prosciolti due al termine dell’udienza preliminare. Il processo nei loro confronti inizierà l’1 aprile 2020.

fonte: GIOVANNI LONGO – edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it

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