Costretto a un mutuo per pagare gli spacciatori

fonte: Luca Natile – edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it

Sotto il ricatto di chi gli forniva la droga, schiacciato dai debiti contratti per pagare la cocaina, ha trovato la sola via di uscita: denunciare i suoi spacciatori ed estorsori. All’inizio era il suo modo di sentirsi parte di un gruppo sociale agiato, tra abiti costosi, griffe, locali alla moda. Il vizietto della cocaina per lui era il segno visibile di uno stile di vita agiato. La cocaina è una sostanza psicoattiva eccitante. Agisce sul cervello influenzando l’energia, la memoria, la vigilanza, l’umore, il piacere. All’inizio dà sicurezza, efficienza, vitalità intellettuale, esalta la resistenza fisica. E’ spesso utilizzata allo scopo di aumentare l’intimità interpersonale. Per tutte queste ragioni aveva cominciato ad assumerla per vezzo, per gioco, per sentirsi meglio, all’altezza.

Commesso in una prestigiosa boutique del centro, con un buono stipendio, a lungo andare era diventato dipendente dal vizietto che cominciava a costargli tanto, troppo. Eppure non riusciva a farne a meno. A lungo andare, chi si fa di “polvere d’angelo” può sviluppare tolleranza. Questa porta al consumo di dosi sempre più elevate oppure a somministrazioni più ravvicinate allo scopo di provare le medesime piacevoli sensazioni sperimentate all’inizio. Così per continuare a comprare le sue dosi, si e indebitato fino al collo con i suoi stessi fornitori, fino a quando non è giunto il giorno in cui non gli hanno più fatto credito. Non si sono più accontentati di ricevere in pagamento abiti e scarpe delle griffe più prestigiose che il giovane commesso (28 anni) acquistava nella “sua” boutique con lo sconto riservato ai dipendenti. Dose dopo dose, alzavano la posta: pagare di più, pagare prima. Finito il giochetto degli abiti firmati è passato al prestito con rata agevolata. E’ entrato in una finanziaria, ha presentato la sua busta paga, ha firmato un po’ di moduli e ne è uscito con un finanziamento da 12mila euro. Neanche questi sono bastati e allora ha capito che l’unico modo di liberasi da quel ricatto era denunciare i fornitori-strozzini. Si è presentato nella caserma della Compagnia Carabinieri Bari Centro a al capitano Umberto Pepe ha raccontato tutto.

Ieri il comandante Pepe ed i suoi uomini hanno eseguito 3 ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal Gip del Tribunale, su richiesta del pm antimafia Federico Perrone Capano, nei confronti di Antonio Cavone, 37 anni, per il reato di estorsione; Maurizio Lorusso, 29 anni, ritenuto responsabile di estorsione continuata e cessione continuata di sostanze stupefacenti; infine, ii pezzo più grosso di tutti Giovanni Caizzi, 46 anni, legato a doppio cordone ombelicale alla famiglia malavitosa dei Parisi, coinvolto in diverse indagini sul clan del boss Savinuccio Parisi. I reati contestati sono estorsione continuata e cessione di sostanze stupefacenti con l’aggravante del metodo mafioso. I provvedimenti scaturiscono dall’indagine lampo svolta lo scorso mese di agosto a seguito, come già detto, della denuncia della vittima. L’attività di indagine che si é avvalsa sia di tecniche investigative tradizionali che di fruttuose attività tecniche, avrebbe fatto luce in maniera precisa sul rapporto di compravendita della cocaina, sulle modalità di cessione e pagamento, sulla frequenza di approvvigionamento e sugli interessi applicati in caso di ritardo nella dazione del danaro.

E’ stato così possibile per i militari accertare che i presunti aguzzini si sarebbero spinti fino a minacciare la vittima del ricatto di procurargli gravi lesioni fisiche. Volevano il loro denaro e lo volevano subito ma nel contempo non avevano nessuna intenzione di togliere dalla circolazione quel cliente così affidabile rischiando di privarsi di una fonte di guadagno certa. Hanno capito di esser stati smascherati quando l’altra mattina si sono ritrovati i carabinieri dietro l’uscio.

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