Un filone d’indagine sul porto di Molfetta è stato archiviato per prescrizione dei reati, ma gli indagati erano “colpevoli” di sapere. (Seconda parte)

Prima parte QUI

Seconda parte

Il Liberatorio aveva chiesto all’Organo inquirente di verificare il corretto svolgimento di tutte le operazioni pre-bonifica, ovvero la caratterizzazione dei fondali dove erano presenti gli ordigni, prelievi dei sedimenti con analisi tossicologiche per evitare che nella fase di dragaggio fossero disperse eventuali sostanze chimiche provenienti dagli ordigni a caricamento speciale. I fatti ci hanno dimostrato che questo non è avvenuto e che probabilmente nella fossa di colmata siano pervenuti notevoli quantità di fango e rocce contaminate se non qualche piccolo ordigno a caricamento chimico. Lo confermano tre documenti contenuti nell’atto di opposizione all’archiviazione.

La missiva dell’ARPA Puglia datata 31/10/13, la missiva dell’ISPRA datata 13.12.13 e la Deliberazione della Giunta Regionale 3 settembre 2013 n. 1573.

Nella prima, l’ARPA Puglia dichiara espressamente che alla data della missiva (31.10.2013) “l’Agenzia non ha eseguito analisi dei sedimenti dei fondali marini interessati dalle operazioni di bonifica nel tratto costiero compreso tra Torre Gavetone e il Porto di Molfetta”.

Nella seconda, l’ISPRA dichiara che “le analisi dei sedimenti dei fondali marini interessati dalla presenza di residuati bellici nel Porto di Molfetta e in località Torre Gavetone, sebbene prevista dall’Accordo di Programma, non sono state ancora eseguite”.

Nella Deliberazione della Giunta Regionale 3 settembre 2013 n. 1573, espressamente si ammette che “in siffatta situazione determinata dall’impossibilità di eseguire i campionamenti su aree non ancora bonificate da ordigni è risultato impossibile dare avvio alle attività di caratterizzazione nei tempi definiti nella richiamata convenzione sottoscritta fra Regione, A.R.P.A. e CETLI NBC, con la conseguenza che la stessa non ha avuto attuazione, né sono stati svolti i corsi di formazione rivolti agli operatori della pesca”. Quindi il dato certo e significativo è che ancora, alla fine dell’anno 2013, dopo l’interruzione dei lavori in seguito al sequestro del porto e agli arresti, le analisi dei sedimenti non erano state eseguite.

Per questo motivo le decisioni di Savasta e del Gip Schiralli non sono comprensibili perché su loro ammissione l’ARPA, l’ISPRA, e qualche dirigente della Regione Puglia, hanno commesso gravi omissioni e hanno permesso che i dragaggi del porto di Molfetta avvenissero senza conoscere la natura tossica del materiale che è andato a creare quella bruttura che hanno chiamato “colmata”, nei pressi del santuario della Madonna dei Martiri. Tra i 34 imputati coinvolti nel “Processo Porto”, attualmente in corso, non c’è alcun dirigente della Regione, dell’ARPA e dell’ISPRA, anzi un dirigente della regione è stato ascoltato come parte lesa perché si è sentito minacciato dal senatore Azzollini.

L’unico dato confortante, che conferma i dubbi del Liberatorio proviene da una Determinazione Dirigenziale – Settore Territorio del Comune di Molfetta n. 189 del 21.11.2018 che così recita:“Determina a contrarre per l’affidamento del servizio di caratterizzazione compreso le analisi chimico-fisiche, microbiologiche ed eco tossicologiche, ai sensi del d.m. 173/2016. Rilievi batimetrici, indagine geofisica mediante Sub Bottom profiler”.

Cosa vuol dire? Vuol dire che dopo 15 anni la palla torna nelle stesse mani di chi è rimasto fuori dal “processo porto” ma ha avuto evidenti responsabilità per tutto quello che è accaduto; il sindaco Tommaso Minervini ripercorre, a sanatoria, l’iter della caratterizzazione e analisi chimico-fisica, prelievo e campionatura dei sedimenti prima e dopo la bonifica e prima dei nuovi dragaggi?

E poi, è altrettanto discutibile, in queste settimane, l’atteggiamento assunto da chi, per interessi di parte, ritiene tutte le tesi accusatorie, poste in atto dal pm Antonio Savasta, nei confronti degli imputati del “processo porto”, discutibili, persecutorie o infondate. A tal proposito vorrei ricordare, a chi sta utilizzando le vicende giudiziarie personali del dott. Savasta per smontare il castello accusatorio del processo porto, che in questo modo non mostrano alcun rispetto per gli altri operatori di giustizia, perché Savasta è solo uno dei pm che hanno firmato le 700 pagine dell’ordinanza ”D’Artagnan”.

Sullo sfondo di questa vicenda rimangono da una parte quelli che, a vario titolo, hanno permesso questo disastro ambientale cominciando a costruire il nuovo porto, su centinaia di ordigni bellici, consapevoli di farlo; dall’altra abbiamo un Pubblico Ministero che evidentemente non è riuscito a resistere ai richiami delle sirene della corruzione pasticciando, speriamo in buona fede, su molti aspetti del “processo porto”.

 

Per concludere è doveroso riportare alcuni passaggi, dell’ordinanza di archiviazione, che la dott.ssa Schiralli ha voluto lasciare, forse, come raccomandazione ai suoi colleghi togati dell’altro processo in corso. Nel dispositivo è chiaramente espresso che:

Con nota del 2/1/2006, la ditta Lucatelli faceva presente al Comune di Molfetta che era stata riscontrata una concentrazione subacquea di ordigni esplosivi residuati bellici di vario tipo e che le operazioni di bonifica non potevano completarsi con i tempi e i fondi a disposizione; richiedeva pertanto la sospensione dei lavori anche in ragione della sicurezza del personale operante (cfr. pag. 141 CNR)”.

“Ovvero la ditta Lucatelli s.r.l., laddove sino al giorno prima cioè il 2/1/2006 aveva illustrato la presenza diffusa di ordigni bellici che rendeva addirittura impossibile la conclusione delle operazioni di ricognizione dei fondali relativi alla gara d’appalto di cui alla delibera di giunta n.296 dell’1/7/2004, il giorno 3/1/2006 rilasciava dichiarazione di “avvenuta bonifica parziale” dei fondali ricadenti nelle aree oggetto dei lavori con esclusione di 54 aree e della c.d. zona rossa”.

Ne consegue, come sia estremamente improbabile che il Comune di Molfetta e per esso le varie figure del Sindaco, del RUP e dei tecnici operativi, nelle fasi di progettazione preliminare e in quelle di progettazione definitiva, non fossero esattamente consapevoli della situazione riferita all’enorme concentrazione di ordigni bellici presenti nelle acque del Porto (cfr. pag.173 CNR).

Pertanto la certezza di quanto era presente nei fondali del porto, già dai primi giorni dell’anno 2006, avrebbe dovuto far propendere l’Amministrazione Comunale di Molfetta, e i suoi dirigenti preposti, verso la direzione delle procedure di bonifica prima che delle procedure di gara relative all’appalto per i lavori del porto che aveva elevate probabilità di presentare grossi problemi realizzativi, proprio in relazione alla presenza di ordigni (ndr, come poi in effetti è accaduto).

di Matteo d’Ingeo 

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