Sintesi della relazione della Direzione Investigativa Antimafia (secondo semestre 2017)

fonte: www.avvisopubblico.it

Premessa. Il Ministro dell’Interno ha trasmesso alle Camere, il 4 luglio 2018, la Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel secondo semestre 2017, della quale si sintetizzano i passaggi più significativi (per le precedenti relazioni clicca qui).

1.‘NDRANGHETA. L’analisi del periodo preso in esame conferma i responsi delle precedenti indagini circa la forte ramificazione territoriale della criminalità organizzata calabrese e il suo proiettarsi costantemente verso la moltiplicazione della ricchezza e l’esercizio del potere (vedi anche cap. 11, pag. 272). Possono coerentemente citarsi a supporto di tale argomentazione gli esiti della complessa operazione Mandamento Jonico, conclusa nel luglio del 2017 dall’Arma dei carabinieri, o di quella coordinata dalla DDA di Reggio Calabria e ribattezzata Metauros, che ha dimostrato come, accanto al traffico di stupefacenti, le estorsioni rimangano, nelle loro molteplici modalità di realizzazione, tra i principali canali di arricchimento delle varie componenti di questa organizzazione criminale. Nell’ambito di quest’ultima operazione, risultano peraltro confermati gli interessi della ‘ndrangheta verso il “ciclo dei rifiuti”, attraverso il condizionamento mafioso nei lavori di costruzione e nella gestione del termovalorizzatore di Gioia Tauro, unico impianto di tal genere nella regione (cap. 2, pag. 9).

Al pari degli anni più recenti, inoltre, anche nel periodo qui considerato sono stati numerosi gli scioglimenti di Amministrazioni comunali calabresi per infiltrazioni mafiose ex art. 143 del Testo unico degli enti locali (per un quadro completo e aggiornato della materia vedi l’apposita sezione del sito di Avviso Pubblico), cui si è spesso arrivati grazie ad articolate indagini vertenti sui rapporti collusivi tra compagini ‘ndranghetiste ed apparati politico-amministrativi locali (cap. 2, pag. 10).

Ulteriormente confermate appaiono poi le evidenze circa la vocazione internazionalista della ‘ndrangheta, con il suo modello operativo che continua ad essere replicato in Germania, Svizzera, Spagna, Francia, Olanda e nell’Est Europa, nonché nei continenti americano (con particolare riferimento al Canada) ed australiano; «contesti dove si sono stabilmente insediate nuove generazioni di affiliati, incardinati in locali che, seppur dotati di una certa autonomia, continuano a dar conto al comando strategico reggino» (ibid.).

Proiezioni territoriali: provincia di Reggio Calabria. Nel “mandamento centro” (la zona del Reggino) l’inchiesta Gotha sta evidenziando l’operatività di una “cupola mafiosa”, formata da almeno quattro famiglie, avente una spiccata vocazione imprenditoriale e protesa verso il condizionamento delle istituzioni (cap. 2, pag. 11).

Proiezioni territoriali: provincia di Reggio Calabria. Nel “mandamento centro” (la zona del Reggino) l’inchiesta Gotha sta evidenziando l’operatività di una “cupola mafiosa”, formata da almeno quattro famiglie, avente una spiccata vocazione imprenditoriale e protesa verso il condizionamento delle istituzioni (cap. 2, pag. 11).

Situazione non dissimile da quella riscontrata nel “mandamento tirrenico” (la c.d. “Piana”), e che ha determinato nel tempo una serie di mutamenti strutturali ed organici negli storici gruppi di ‘ndrangheta dell’area, funzionali anche alla nascita di nuove alleanze (cap. 2, pag. 15).

Le cosche del mandamento jonico (comprendente la c.d. “Montagna”), invece, avvalendosi di sempre più sofisticati meccanismi per la movimentazione della droga nonché dell’affidabilità loro riconosciuta dai trafficanti dei Paesi produttori, continuano a dimostrare una decisa propensione alla gestione del traffico internazionale di stupefacenti, non disdegnando comunque il condizionamento delle procedure di assegnazione degli appalti pubblici, spesso mediante l’interrelazione con i politici locali (cap. 2, pag. 25).

Proiezioni territoriali: altre province. L’interferenza delle ‘ndrine nella vita delle Amministrazioni locali, nel semestre analizzato, ha particolarmente segnato anche la provincia di Catanzaro, che ha fatto registrare lo scioglimento per infiltrazioni mafiose di ben tre consigli comunali (Cropani, Lamezia Terme e Petronà). Sensibile a tale fenomeno è risultato anche il territorio vibonese, con il Prefetto di Vibo Valentia che nel luglio del 2017 è stato tenuto a disporre l’insediamento di commissioni di accesso presso i comuni di San Gregorio d’Ippona, Limbadi e Briatico; tutte Amministrazione poi sottoposte a scioglimento nel corso dei primi mesi del 2018. Non sono impermeabili a questa tendenza del crimine organizzato calabrese nemmeno le province di Crotone e Cosenza, dove si è registrato lo scioglimento dei consigli comunali di Isola di Capo Rizzuto e Cassano all’Ionio (cap. 2, pagg. 31-44).

La ‘ndrangheta oltre le aree di tradizionale insediamento. Anche nel semestre considerato, risultano chiari ed evidenti i segni dell’attivismo ultra regionale di questa organizzazione, con particolare riferimento ai casi della Liguria, della Lombardia e del Piemonte dove, al fianco delle più tradizionali pratiche criminali mafiose, è costante l’inclinazione verso il reinvestimento dei profitti illeciti nei punti chiave dell’economia, dell’imprenditoria e finanche della pubblica amministrazione. Non meno rilevanti appaiono, poi, le presenze ‘ndranghetiste in Veneto, in Emilia-Romagna, in Toscana e nel Lazio (cap. 2, pag. 46).

Tutto ciò, peraltro, ha permesso di constatare la perdurante tendenza di tali sodalizi criminali «a diversificare gli investimenti, ampliando il proprio raggio d’azione nei più svariati settori imprenditoriali, quali la grande distribuzione, la ristorazione, il turismo, l’edilizia, il movimento terra, lo smaltimento dei rifiuti, le energie rinnovabili, quello sanitario, delle scommesse e del gioco online e l’accaparramento dei fondi comunitari, cui se ne potrebbero aggiungere, in futuro, anche altri, in considerazione della spiccata capacità delle cosche di saper cogliere, sempre in anticipo, le opportunità offerte dal mercato» (cap. 2, pag. 64).

2.COSA NOSTRA. Prosegue la fase di riorganizzazione in seno alla mafia siciliana, non facilmente prevedibile negli esiti soprattutto a seguito della recente scomparsa del “capo dei capi”, Salvatore Riina. Attualmente Cosa nostra – in particolare sul fronte palermitano – sta infatti attraversando un periodo di riassetto e di rimodulazione degli equilibri nel tentativo di preservare il proprio impianto unitario e verticistico, anche al fine di ottenere il massimo possibile, all’odierno stato delle cose, da un pur ridimensionato campo di attività.

Ciononostante, l’organizzazione rimane «dotata di vitalità e di una notevole potenzialità offensiva, oltreché di una sempre diffusa ramificazione nel territorio ove continua ad esercitare ingerenze sugli apparati politico-amministrativi locali» (cap. 3, pag. 66). Ne costituiscono un chiaro indicatore gli accessi prefettizi disposti presso alcuni Comuni dell’isola nel corso del semestre oggetto d’analisi (Niscemi, Vittoria, Bombensiere, Camastra e Trecastagni; negli ultimi tre casi si è proceduto allo scioglimento del Consiglio comunale tra l’aprile e il maggio del 2018).

In ogni caso, il ricorso alla violenza e alle intimidazioni sta progressivamente lasciando il posto ad un vasto sistema di collusioni e corruttele. Sempre più spesso, come dimostrano le risultanze investigative del periodo considerato, le infiltrazioni nel tessuto socio-economico della regione da parte delle consorterie mafiose sono infatti possibili anche grazie alla compiacenza di pubblici funzionari. «I settori più frequentemente interessati sono quelli dello smaltimento rifiuti, della manutenzione del verde, della ristrutturazione di edifici scolastici e del rifacimento delle strade: la modalità di infiltrazione è, generalmente, basata sulla giustificazione fornita da inesistenti circostanze di somma urgenza e necessità, che impongono affidamenti diretti, consentendo di evitare le più rigorose procedure concorsuali ordinarie» (cap. 3, pag. 67). Più in generale, appare in continua espansione la platea di soggetti non direttamente affiliati al crimine organizzato ma disponibili a volgere a favore di questo la propria opera o professione, andando così ad infoltire le fila della c.d. “area grigia”.

Analoga strategia di “inabissamento” e di contenimento degli atteggiamenti più tipicamente mafiosi, quali quelli intimidatori e violenti, è adottata dalle famiglie di Cosa nostra nei contesti extra-regionali, con le presenze più significative registrate in Lombardia, in Toscana e nel Lazio.

3.LA CAMORRA. Le dinamiche criminali risultano in Campania piuttosto diversificate e in continua evoluzione, anche in ragione di un ambiente delinquenziale decisamente articolato. In pari misura tra capoluogo e provincia, soprattutto del Napoletano e del Casertano, continua a segnalarsi la costante conflittualità tra nuove consorterie e tradizionali nuclei criminali, con questi ultimi che, sebbene privati degli elementi apicali a seguito dell’azione repressiva delle Forze dell’ordine, hanno però avuto la capacità di riorganizzarsi e ricollocarsi sul territorio, tendendo ora anch’essi, così come più sopra descritto con riferimento a Cosa nostra, ad evitare il clamore delle azioni violente, per dedicarsi silenziosamente alla gestione di grandi traffici extra-regionali ed internazionali (cap. 4, pag. 118). I principali settori di intervento di questi gruppi afferiscono ai traffici di stupefacenti e di merce contraffatta, all’estorsione, all’usura, nonché allo smaltimento illegale di rifiuti. Con rinnovato e perdurante interesse, inoltre, anche i clan camorristici si avvalgono di più o meno complesse pratiche corruttive per determinare le assegnazioni degli appalti pubblici oltreché, più in generale, per beneficiare dell’asservimento ai propri interessi di pubblici funzionari e amministratori, così come, nel periodo esaminato, dimostrano gli accessi prefettizi nei Comuni di Caivano, Calvizzano e San Gennaro Vesuviano (tutti culminati con lo scioglimento da parte del Consiglio dei ministri, tra il febbraio e l’aprile del 2018).

Continua poi a destare apprensione il fenomeno delle c.d. baby gang, bande di giovani e giovanissimi, non necessariamente di estrazione mafiosa, i cui componenti si rendono protagonisti di crimini violenti talvolta anche efferati. Significativa, a tal riguardo, la risoluzione adottata nell’ottobre del 2017 dal Consiglio Superiore della Magistratura, volta a sollecitare il legislatore all’adozione di norme per la tutela dei minori inseriti in contesti di criminalità organizzata, con interventi su quel tessuto familiare deviante che ne condiziona spesso il percorso di crescita (cap.4, pag. 121).

4.CRIMINALITA’ PUGLIESE. Come già evidenziato nelle precedenti relazioni della DIA, la criminalità che opera in Puglia si caratterizza tanto per la sua frammentarietà che per l’accesa conflittualità che la contraddistingue.

Tra i più attivi vi sono gli “aggregati criminali” della provincia di Foggia (cap. 5, pag. 166), molto vitali e in grado di allargare i propri orizzonti d’affari al di fuori dei confini nazionali. I gruppi che operano nella cd. BAT provincia (Barletta – Andria – Trani), collegati con i clan della piana di Cerignola, sono attivi nel traffico di droga, nelle estorsioni, nel traffico di armi e con un “prevalente interesse” per le rapine ad autotrasportatori e a furgoni portavalori, attività nelle quali “denotano spiccato senso della pianificazione e notevoli potenzialità strategiche di tipo militare”.

Nel territorio della provincia di Bari la malavita risente dei percorsi di collaborazione con la giustizia intrapresi da alcuni capi storici.

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Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel secondo semestre 2017  QUI

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