“Questo è il mio socialismo e me lo tengo inespresso nel mio pensiero, perché ad esprimerlo mi pare di profanarlo” – G. Salvemini

Gaetano Salvemini era impopolare perché non parteggiava ma criticava, sempre pronto a misurare pericoli autoritari e a denunciare ingiustizie con l’analisi e la presa di posizione. fonte: Roberto Saviano – Corriere della Sera – Sette – 10 febbraio 2023

Quando ero ragazzo sono cresciuto con le canzoni dei briganti. Le cantavamo durante le occupazioni a scuola o nelle giornate di scampagnata la domenica. Appena c’era una chitarra si intonava “Brigante se more” o “La muntagna“, canzoni che raccontano della resistenza dei briganti alle truppe sabaude, della delusione per un’Italia unita per conquista e non per diritti, che raccontano poeticamente di una vita ridotta alla barbarie e di un tentativo impossibile di riscatto.

In queste canzoni si è consapevoli che nulla cambierà mai, ma non è sufficiente motivo per ingoiare e subire imbelli. Le cantavo, queste canzoni, mentre vivevo in me la contraddizione di essere un ibrido; mia madre nata a Trento da famiglia ligure e mio padre originario dell’entroterra campano. Oggi capisco che non di ibrido si trattava, ma di sintesi.

Mentre mercoledì scorso ero in tribunale, portatovi dal vicepremier Salvini, querelato per una mia opinione sul suo operato, canticchiavo tra me una canzone – lo faccio spesso quando sono costretto, malvolentieri, a stare immobile in un luogo triste. Canticchiavo proprio la canzone dei briganti “La muntagna“; lì c’è un passaggio che mi ha sempre affascinato: «Quann’ o’ piglian’ ngopp a muntagn’, more senza paura e senza rimpiant’. Quann o’ piglian int ‘e pais’, ricene quant’ è bell’ murire accise», che tradotto significa: «Quando lo uccidono sulla montagna, muore senza paura e senza rimpianto. Quando lo uccidono nei paesi, dicono quanto è bello morire uccisi». «Quanto è bello morire uccisi» è la beffa: se non è possibile vivere in giustizia, allora che si muoia per la giustizia. Vien da ridere, ma in tribunale sentivo il ritornello cambiarmi in mente: quanto è bello essere querelati per una citazione di Salvemini, quanto è bello essere portato in un processo per la propria critica al ministro di un governo, svelando così la sua volontà di individuare in chi lo critica un bersaglio da abbattere.

Credetemi, è davvero insopportabile, per una democrazia, che il potere esecutivo chieda al potere giudiziario di decidere entro quale perimetro sia concesso criticarlo. Ecco perché invito i miei lettori di questa rubrica a nutrirsi di Gaetano Salvemini  in tutta la sua meravigliosa forma. Bollati Boringhieri, editore che protegge sempre preziosissimi libri, ne ha ristampati diversi. “Dai ricordi di un fuoriuscito 1922-1933“, libro splendido che mappa i fatti che trasformarono la democrazia in dittatura e conferma come l’unico compito dell’intellettuale sia presidiare ingiustizie, manipolazioni, alleanze economiche nefaste. E poi “Ministro della Mala Vita”, il capolavoro saggistico che racconta come Giolitti aveva mortificato, sfruttato e soprattutto utilizzato il Sud Italia come bacino di voti facili, mentendo alla parte più fragile del Paese, blandendola in campagna elettorale, ignorando però i suoi problemi atavici.

Da questo libro ho preso l’espressione che mi ha condotto fino ai banchi di un tribunale come imputato. Salvemini, come dirà Ernesto Rossi, uno dei suoi allievi più geniali, «toccò un’impopolarità mai raggiunta da nessun altro uomo politico italiano». Impopolare perché non parteggiava ma criticava, perché era sempre pronto a misurare pericoli autoritari e a denunciare ingiustizie con l’analisi e la presa di posizione. E questo generava fastidio nei codardi, imbarazzo nei complici, noia nei distratti. Il saggio potente di Sergio Bucchi sul pensiero salveminiano “La filosofia di un non filosofo” (Bollati Boringhieri) è una mappa nel suo labirinto da leggere subito. E anche l’editore Donzelli ha mandato in stampa diversi libri salveminiani: “Un figlio per nemico“. “Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi” di Filomena Fantarella è bellissimo. È la storia incredibile di Jean, figlio della sua compagna Fernande Duriac, che aderisce al nazismo: questa circostanza metterà in crisi tutta la sua vita. Consiglio anche, di Gaetano Pecora, “Socialismo come libertà“, ottima introduzione al pensiero salveminiano.

In sintesi, queste parole di Gaetano Salvemini per descrivere le sue idee, io le considero un dono che condivido con voi: «Ormai credo solo nel “Critone” e nel “Discorso della Montagna”. Questo è il mio socialismo e me lo tengo inespresso nel mio pensiero, perché ad esprimerlo mi pare di profanarlo».

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