Quaranta ordini di arresto colpo di scure sui Di Cosola.

È arrivato il colpo «mortale» per l’oramai agonizzante clan Di Cosola già smembrato dalle inchieste della Direzione distrettuale antimafia. Quaranta imputati nel processo «Pilastro», che nel 2015 ha portato in carcere ben 64 esponenti della famiglia di camorra nata per volontà del padrino Antonio Di Cosola, detto «Strascinacuvert», sono stati raggiunti da altrettante ordinanze di carcerazione emesse dalla Procura generale della Repubblica a seguito delle sentenze di condanna definitive. Mancano all’appello, in questa tornata, indagati che hanno imboccato altre strade processuali. In cima alla lista delle persone colpite dai provvedimenti (9 soggetti erano a piede libero, di cui 3 godevano dell’ordine di sospensione, 14 agli arresti domiciliari e 17 già reclusi) c’è Antonio Battista, 49 anni, nipote di Tonino «Strascinacuvert», indicato inizialmente dallo stesso padrino come erede al trono («Ho abdicato nel 2009 a favore di mio nipote Antonio Battista» dichiarò dopo essersi pentito).

Le confidenze fatte agli inquirenti dal boss, che avrebbe deciso di collaborare con la giustizia per «salvare» la moglie, Rocca Palladino, 55 anni, arrestata perché ritenuta il tramite fra il marito detenuto e la gestione dei traffici illeciti del suo gruppo criminale, hanno finito per accelerare il processo di frantumazione e disgregamento della cosca regnante su Ceglie del Campo, Carbonara e Loseto, con collegamenti e affiliati nei comuni di Capurso, Adelfia, Bitritto, Cellamare, Sannicandro di Bari, Santerano in Colle e Valenzano. Le rivelazioni fatte da Tonino «strascinacuvert» si sono interrotte bruscamente con la sua morte, avvenuta in carcere, a causa di un infarto, il 31 agosto dello scorso anno. L’inchiesta «Pilastro», avviata otto anni orsono a seguito dell’omicidio di Giuseppe Mizzi, 38 anni, vittima innocente, ferito a morte il 16 marzo 2011 a pochi passi dalla sua abitazione nel centro di Carbonara – secondo gli investigatori – avrebbe permesso di «dimostrare in primis la colpevolezza di Battista (condannato a 20 anni di reclusione) in qualità di mandante del delitto, di Emanuele Fiorentino, 39 anni e Edoardo Bove, 40, (condannati in altro processo rispettivamente a 20 e 13 anni di reclusione) in qualità di esecutori materiali.

Battista, all’epoca reggente operativo del clan, sfuggito ad un agguato proprio davanti alla caserma dei carabinieri a Carbonara, dove si stava recando per firmare il registro dei sorvegliati, ordinò ai suoi «ragazzi» una plateale vendetta. I due sicari commisero un clamoroso errore di persona e as- sassinarono l’uomo sbagliato. Lo scorso settembre i giudici di Cassazione hanno annullato la riduzione dall’ergastolo a 20 anni della condanna per Battista. Sarà un nuovo processo a stabilire se quell’agguato nel quale trovò la morte un uomo che era completamente estraneo alla malavita, fu premeditato. L’inchiesta Pilastro ha ricostruito anni di egemonia in settori vitali dell’economia, primo fra tutti quello dell’edilizia. Dagli atti del processo emerge che i picciotti del clan avrebbero tenuto sotto schiaffo una serie di imprenditori, costringendoli ad acquistare cemento di bassa qualità. Droga ed estorsioni completavano il quadro degli interessi della «famiglia».

I carabinieri del Comando provinciale, guidati dal colonnello Fabio Cairo, hanno notificato gli ordini di carcerazione oltre che ad Antonio Battista anche a Emanuele Fiorentino, 40 anni e Adriano Pon- trelli, 32 anni, considerati due esponenti di spicco del clan. Sono stati tutti condannati a 20 anni di reclusione.

Nel lungo elenco vi sono anche:

Marco e Tommaso Allegrini, 28 e 39 anni, condannati rispettivamente a 2 anni, 6 mesi e 5 giorni e 3 anni, 10 mesi e 14 giorni di reclusione;

Klevjol Ahmeti, 28 anni (condananto a 8 anni, 6 mesi, 10 giorni);

Raffaele Amoruso, 41 (6 anni);

Biagio Antifora, 36 (2 anni e 10 mesi con sospensione della pena);

Sabino Aresta, 28 (6 anni, 3 mesi, 14 giorni);

Cataldo Cacciopoli, 60 anni (11 anni, 2 mesi, 15 giorni);

Michele Cannone, 48 (11 anni, 4 mesi, 2 giorni);

Giuseppe Chiedi, 45 (3 anni, 10 mesi e 25 giorni con pena sospesa);

Michele Consalvo27 (7 anni, 3 mesi);

Vito Curlo, 52 (14 anni, 8 mesi);

Giovanni D’Ambrosio, 33 (4 anni, 5 mesi, 10 gior- ni);

Davide D’Amore, 33 (6 anni);

Vito Stefano De Mattia, 34 (6 anni);

Oronzo Nicola De Toma, 28 (4 anni, 3 mesi, 13 giorni);

Angelo De Tommaso, 56 (4 anni, 3 mesi, 7 giorni);

Giuseppe Derasmo, 41 (7 anni, 2 mesi, 9 giorni);

Vincenzo Di Cosola, 26 anni (10 anni, 2 mesi, 1 giorno);

Nicola Fumai, 30 (2 anni, 9 mesi, 4 giorni);

Gerardo Geruzzi, 38 anni (8 anni, 4 mesi, 2 giorni);

Vito Geruzzi, 58 (8 anni, 4 mesi, 2 giorni);

Vincenzo Gregorio, 33 (16 anni, 9 mesi, 11 giorni);

Giovanni Cosimo Grimaldi, 33 (9 anni, 4 mesi);

Vincenzo Lippolis, 48 (7 anni, 1 mese, 8 giorni);

Nunzio Losacco, 30 (8 anni);

Cosimo Marino, 54 (3 anni, 6 mesi, 29 giorni);

Vincenzo Marsala, 45 (8 anni, 5 mesi);

Marco Masotti, 26 (1 anno, 1 mese, 5 giorni);

Rocco Monfreda, 37 (9 anni);

Massimo Nuovo, 35 (11 anni, 1 mese, 5 giorni);

Daniele Pellegrini, 29 (6 anni, 5 mesi, 10 giorni);

Marcella Pirato, 49 anni (2 anni, 4 mesi, 25 giorni con pesa sospesa);

Saverio Sebastiano, 61 (1 anno, 2 mesi);

Pasquale Sidella, 33 (12 anni);

Christian Testini, 26 (4 anni, 7 mesi e 10 giorni);

Tommaso Viterbo 33 (15 anni, 4 mesi).

fonte: Luca Natile – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

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