Magistrati di Trani arrestati, il re del grano Casillo ascoltato dai giudici: “Anche io vittima”

Ha confermato di essere stato vittima del “sistema Trani”, l’imprenditore di Corato Francesco Casillo (conosciuto come “il re del grano“), ascoltato come testimone dell’accusa nel processo in corso a Lecce a carico dell’ex gip di Trani Michele Nardi, del poliziotto Vincenzo Di Chiaro, all’avvocatessa Simona Cuomo, a Gianluigi Patruno e Savino Zagaria.

L’ex pm Antonio Savasta ha invece scelto il rito abbreviato insieme all’ex collega Luigi Scimè, all’avvocato Giacomo Ragno, all’immobiliarista Luigi Dagostino e all’avvocato Ruggiero Sfrecola. L’ipotesi dei pm salentini è che il duo Nardi-Savasta avrebbe messo in piedi un sistema di pressioni nei confronti di imprenditori facoltosi, facendo credere di poter indirizzare in loro favore indagini e processi.

Un sistema che ha indirettamente coinvolto come vittima anche Casillo, che in un’accorata testimonianza ha ripercorso i giorni drammatici del gennaio 2006, quando – insieme ai due fratelli e alla sorella – fu arrestato nell’ambito di un’inchiesta condotta da Savasta sul grano contaminato da octossina.

Le ordinanze di custodia cautelare furono firmate da Nardi. La sorella di Casillo fu scarcerata il giorno successivo all’arresto, i fratelli due giorni dopo, Francesco invece dopo 11 giorni. Di quel processo, però, non restò nulla, perché gli imprenditori riuscirono a dimostrare la totale estraneità ai fatti contestati e solo dopo molti anni Francesco Casillo scoprì dal fratello Pasquale che, in quei giorni la sua famiglia aveva versato 400mila euro a un avvocato, a fronte di un milione che era stato richiesto.

Il legale – stando a quanto ha spiegato Casillo in aula – avrebbe preteso “250mila euro a fratello, aggiungendo che il suo potere contrattuale gli avrebbe consentito di dare un breve segnale ovvero la liberazione di mia sorella, che poi in effetti è avvenuta“. L’avvocato – in sostanza – fece capire che avrebbe potuto risolvere la questione della misura cautelare, dietro il pagamento di una somma enorme, come si fa in un sequestro di persona, ha raccontato Casillo alcuni mesi fa a Repubblica.

L’imprenditore (e i suoi familiari) non ebbe alcun contatto diretto con Nardi e Savasta e nel processo di Lecce la sua testimonianza è stata ritenuta fondamentale per dimostrare l’esistenza di quel sistema in cui il pm Savasta e il gip Nardi avrebbero agito di comune accordo anziché nel rispetto dei rispettivi ruoli. Proprio rispetto a tale sistema – del quale gli imprenditori come Francesco Casillo o Paolo Tarantini sono ritenuti vittime – la Procura ha contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari.

fonte: Chiara Spagnolo – bari.repubblica.it

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