Magistrati arrestati a Trani, i giudici: «A Savasta niente attenuanti, non ha detto tutto»

Antonio Savasta non potrà contare sull’attenuante prevista per chi collabora con la giustizia. La Procura di Lecce annuncia la linea dura nei confronti dei magistrati accusati di aver truccato indagini e sentenze. E ieri, nella prima udienza-fiume dedicata alle conclusioni dell’accusa nell’ambito del giudizio abbreviato, ha confermato che non ci saranno sconti per l’ex pm di Trani, che ha ammesso di essersi venduto in cambio dei soldi dell’imprenditore Flavio D’Introno e ha presentato le dimissioni dall’ordine giudiziario.

L’udienza davanti al gup Cinzia Vergine riguarda anche l’altro ex pm, Luigi Scimè, che si proclama innocente, oltre che due avvocati del foro di Trani e l’imprenditore barlettano Luigi D’Agostino. I pm Roberta Licci e Giovanni Gallone (c’era pure il procuratore Leonardo Leone de Castris) hanno parlato solo dei due magistrati, entrambi presenti in aula, rinviando al 31 il termine della requisitoria.

Poi toccherà alle difese, che avranno a disposizione quattro udienze: la sentenza è prevista il 9 marzo. Scontate – visto il tono delle accuse di ieri – le richieste di condanna almeno nei confronti dei due magistrati. Savasta – secondo la Procura – pur avendo confermato le tangenti e i favori di D’Introno, avrebbe ammesso il minimo indispensabile cercando di circoscrivere le proprie responsabilità a pochi episodi e di salvare i propri familiari tirati in ballo da altri testimoni.

Il processo si basa sulle dichiarazioni di D’Introno, che ha raccontato di aver speso circa due milioni di euro (tra denaro, regali e viaggi) per evitare la condanna nel processo di Trani per usura, poi invece diventata definitiva (l’imprenditore di Corato è attualmente in carcere). D’Introno ha fornito alla Procura le registrazioni dei suoi incontri con Savasta, chiamando in causa numerosi altri magistrati a partire dall’ex gip Michele Nardi (in carcere a Trani). Ma mentre Nardi ha scelto la strada del silenzio, Savasta ha sostanzialmente ammesso ciò che gli viene contestato. E ora, considerando anche lo sconto di pena previsto per il rito, potrebbe rischiare anche 10-12 anni di carcere.

Savasta (avvocato Massimo Manfreda) risponde di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari insieme a Nardi, a un ex poliziotto e ad una avvocata. Scimè (attualmente consigliere della Corte d’appello di Salerno) è accusato della sola corruzione e nei suoi confronti pende la richiesta di sospensione dalle funzioni e dallo stipendio avanzata in sede disciplinare dal Ministero della giustizia e dalla Procura generale della Cassazione: il suo avvocato, Mario Malcangi, ha chiesto e ottenuto dal Csm di rinviare la decisione all’esito del giudizio davanti al gup di Lecce.

L’udienza disciplinare davanti al Csm si è giocata proprio sulla credibilità dei testimoni di accusa. Secondo la Procura generale della Cassazione, rappresentata dal sostituto pg Mario Fresa, le frasi di D’Introno «non paiono attendibili» e sarebbero «in parte generiche, in parte contraddittorie, sia con riferimento alle date di consegna del denaro, sia con riferimento ai soggetti ai quali il denaro sarebbe stato consegnato, sia infine con riferimento ai processi per i quali vi sarebbero stati gli esborsi di denaro». Discorso diverso per Savasta che, invece, viene ritenuto pienamente credibile «indipendentemente dal riscontro con le dichiarazioni rese dall’altro coimputato». Per radiare un magistrato non serve che prenda una tangente: basta che accetti soldi, a qualunque titolo, da una persona sottoposta a indagini.

fonte: MASSIMILIANO SCAGLIARINI – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

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In Cassazione l’appello di Nardi per la calunnia contro due colleghe

Approda oggi in Cassazione il ricorso dell’ex gip Michele Nardi contro la condanna a un anno e sei mesi (pena sospesa e non menzione) per la calunnia nei confronti di due colleghe e di un avvocato. Una storiaccia nata dalla denuncia che Nardi aveva presentato a Trani, riferendo di aver trovato tre proiettili nella cassetta della posta e di essere finito al centro di un complotto orchestrato da Maria Grazia Caserta e Margherita Grippo e dall’avvocato Michele Laforgia con l’obiettivo di screditarlo. Un complotto che le indagini e il processo, già in primo grado, hanno ritenuto inesistente: per questo nel febbraio scorso la Corte d’appello di Catanzaro (competente sui giudici di Taranto, dove si era trasferita la Grippo) ha confermato la condanna emessa in primo grado nel 2017 all’esito di un giudizio abbreviato. Nardi, secondo le indagini di Lecce, avrebbe tentato di truccare questo procedimento calabrese attraverso contatti con esponenti della massoneria.

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