Le mani dei clan foggiani sui fondi Ue dell’agricoltura

Bufera sul Psr: in carcere quattro funzionari della Regione e due consulenti. «Fatture false per ottenere 16 milioni di euro»

fonte: Massimiliano Scagliarini – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Hanno fatto con l’agricoltura quello che le società di Berlusconi facevano con i diritti televisivi: attrezzature e immobili comprati e rivenduti a cascata per farne lievitare il valore, così da aumentare il contributo di fondi pubblici ottenuto dalla Regione. Solo che dietro questo meccanismo, che ha fruttato 16 milioni di euro a un gruppetto di imprese di Foggia (e che andava avanti da un decennio), c’era una costola del clan Sinesi-Francavilla. E così ieri nell’operazione del Ros dei carabinieri che ha portato all’arresto di 48 persone (di cui 41 in carcere) sono incappati anche quattro funzionari dell’assessorato all’Agricoltura della Regione (Cosimo Specchia, Luigi Cianci, Giovanni Bozza e Giovanni Granatiero, quest’ultimo in pensione), e un pezzo da ‘90 del sistema dei fondi europei dell’agricoltura, Manlio Cassandro, 61 anni, agronomo di Barletta, il superconsulente che ha messo la firma sotto centinaia di domande per il Piano di sviluppo rurale della Puglia. E che con una sua lettera, quest’estate, avrebbe indotto Emiliano a manometterlo facendosi poi stoppare dal Tar di Bari.

I cinque sono tutti finiti in carcere insieme a un altro consulente, Raffaele Angelo Lo Drago, 66 anni, di Conversano, anche lui accusato, con gli altri colletti bianchi, di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata alla truffa alla Regione. Il solo Bozza risponde anche di corruzione per aver preso 30mila euro, cisterne di nafta e l’uso di una automobile Hyundai. Il fascicolo coordinato dalla Dda di Bari con le pm Bruna Manganelli e Lidia Giorgio ha valorizzato i risultati delle indagini dei carabinieri ma anche le ispezioni dell’Olaf, l’antifrode europea, che già da anni aveva individuato il meccanismo fraudolento avvertendo (a quanto sembra invano) la Regione. Gli imprenditori (Antonio Ippedico, Aldo Delli Carri detto «Gianni», Mario Frisoli, Donato Forte, finiti in carcere insieme ad altri prestanome, e Fabrizia Bruno e Maria D’Amico finite ai domiciliari) avevano messo su un sistema di sovrafatturazione che Aldo Delli Carri spiega alla perfezione alle microspie della Procura di Bari: «Come funziona? Loro fanno la pratica del capannone, due milioni di euro, il capannone dovrebbe essere fatto in un certo modo, giusto? (…) Il capannone deve costare seicentomila euro, per dire, sono standardizzati (…). Questo capannone alla fine è costato 120, 150, 200mila euro. Quanto hai guadagnato? Quattrocento».

Il trucco sta nel fatto che a fatturare i lavori era una società estera, mentre ad effettuarli effettivamente era una ditta del posto. La ditta estera, poi, appariva nel giochino anche come acquirente dei «pomodori secchi» prodotti, ma solo sulla carta, dalle società foggiane, così da giustificare i bonifici verso l’estero. Delli Carri, sempre secondo le indagini, si vantava di avere una sponda in Regione: l’ex consigliere Pino Lonigro (anche lui dipendente dello stesso assessorato), che – in cambio dell’in- teressamento per le pratiche dei fondi europei, avrebbe ottenuto aiuto elettorale da Delli Carri sia per le elezioni comunali di Foggia del 2014, sia per le Regionali dell’anno successivo. «Perché noi là stiamo messi bene alla Regione – dice Delli Carri a un amico nel gennaio 2014, commentando l’ap- provazione di un progetto da un milione e duecentomila euro -. Noi conosciamo a Pino Lonigro… Adesso dobbiamo pressare un poco sulla velocità di erogazione (…) Noi con Pino siamo amici».

Dall’ordinanza del gip Giuseppe De Benedictis emerge lo spaccato di un mondo opaco in cui i consulenti sanno sempre, esattamente, ciò che sta per accadere negli uffici della Regione, quali bandi stiano partendo, cosa sta per essere approvato. Più grave ancora è che il gruppetto avesse già presentato «con incredibile pertinacia» domande per ottenere altri 17,8 milioni di euro dal Psr 2014-2020 (quello attuale) facendo figurare le mogli come amministratrici delle imprese coinvolte. Una parte dei soldi è stata bloccata prima dell’erogazione, ma soltanto perché sono intervenuti i carabinieri agroalimentari di Salerno.

«Noi votiamo Pinuccio, non deve nemmeno chiederlo»

LE INTERCETTAZIONI I RAPPORTI DEI PRESUNTI MAFIOSI CON L’EX CONSIGLIERE REGIONALE LONIGRO (NON INDAGATO): «DOBBIAMO FARE PURE POLITICA…»

Pino Lonigro non ce l’ha fatta, d’un soffio, nemmeno questa volta così come nel 2015: a settembre si era candidato a Foggia con Senso Civico, una delle liste a supporto di Michele Emiliano. Ma cinque anni fa – secondo le indagini del Ros dei carabinieri – l’esponente socialista avrebbe avuto aiuto elettorale dalla famiglia Delli Carri.

A suo carico al momento non ci sono accuse, ma i rapporti con i Delli Carri, secondo il gip De Benedictis, avvenivano «in un’ottica sinallagmatica, cioè tesa ad ottenere agevolazioni nell’erogazione dei finanziamenti comunitari». A gennaio 2014 uno degli arrestati, l’imprenditore agricolo Antonio Andreano, spiega a Gianni Delli Carri i rapporti con Lonigro: «Pinù prendi questa pratica, vedi che devi fare, che qui c’è un bacino di voti, ce lo dobbiamo dire perché ogni volta che si è messo candidato ci ha mandato l’sms e lo abbiamo aiutato. Cioè non c’è bisogno che lo deve dire lui! Quello sta all’assessorato della Regione… allora tiene la quota sua… Hai visto come ti disse: volere potere politico, ah, mo’ il politico nostro deve dire “qua il mio volere che questo ci dobbiamo dare l’affare”, ognuno tiene la sua… Allora là se le spartono le cose, ognuno la sua quota e a lui glielo devono dare perché tiene ancora la forza là dentro, sfruttiamolo finchè sta! Hai capito bene… E Pinuccio ti fa passare subito quel fatto, o no?».

La parabola dei Delli Carri dalle minacce armate alle imprese all’estero

Lonigro – in base alle intercettazioni – avrebbe chiesto ad Andreano di trovargli un candidato per le elezioni comunali di Foggia del 2014. «Mi ha chiamato Pino Lonigro – dice l’imprenditore a Gianni Delli Carri – che ho parlato del fatto tuo, domani pomeriggio dobbiamo incontrarci, dobbiamo vedere se riusciamo a mettergli un candidato… Io un candidato ce l’ho pure, Tonì, un bravo ragazzo, laureato, tutte cose, in gamba, famiglia pulita, laureato, creduto, la famiglia è buona. Tu poi hai il pacchetto tuo, pure? Ce l’hai il tuo pacchetto? Perché la famiglia è grossa, questa è la forza che noi abbiamo con Pinuccio, con te». E Aldo «Gianni» Delli Carri si attiva con lo zio Francesco Delli Carri, reggente del clan: «Ci dobbiamo trovare i voti dopo zio Fra’, che ne dobbiamo fare, a noi ci vuole… ma non è che lui… a lui là non ci serve a niente… Cioè voglio dire… a noi ci serve quello che va dietro a lui…». E ancora: «Dobbiamo fare pure i politici, zio Fra’, se non fai quello, non fai niente!».

Altro che lupare e pascoli. Dalle stragi, i clan foggiani si sono trasformati in «Rapinatori con la penna», come dice in una intercettazione uno dei 53 indagati dell’operazione «Grande Carro» della Dda di Bari. «I clan – ha spiegato il procuratore distrettuale facente funzioni, Roberto Rossi – sono andati oltre le tradizionali attività illecite tipiche delle organizzazioni mafiose, infiltrandosi nell’economia pulita, appropriandosi con la violenza di società e appalti e mettendo in piedi una frode milionaria sui fondi europei dell’agricoltura».

Al centro di tutto Francesco Delli Carri, storico esponente della società foggiana, in carcere con il fratello Donato (che negli anni ‘90 uccise l’imprenditore Giovanni Panunzio) e il cugino Aldo (detto «Gianni») che si occupava delle imprese agricole. In manette anche un avvocato, Michele Pio Gianquitto di Foggia, e Cristoforo Aghilar, il 30enne di Orta Nova che uccise l’ex suocera ed evase durante i disordini nel carcere di Foggia. Indagato un commercialista, Vito Monaco, ex sindaco di Stornarella, ritenuto la «mente» della ragnatela di società fittizie. Giovanni Granatiero, uno dei funzionari regionali arrestati, è stato assessore a Monte S. Angelo, comune sciolto per mafia.

La storia è raccontata in 37 capi di imputazione che raccontano, oltre che delle truffe ai fondi europei con ramificazioni in Bulgaria, Romania e Repubblica Ceca, anche di estorsioni ad aziende agricole, di trasporti e onoranze funebri, società nel settore delle energie alternative, costrette a pagare oppure ad affidare lavori in subappalto agli uomini di fiducia del clan: i titolari delle imprese mafiose – ha spiegato la pm Lidia Giorgio – «si presentavano ai concorrenti e li minacciavano: danneggiamenti, colpi di fucili e pistole, anche un attentato con più di 1 chilo di tritolo». «Qui sta la stessa legge che sta là sotto», dicevano intendendo che a Foggia valgono le stesse regole mafiose della ‘Ndrangheta. I soldi proventi delle attività illecite sarebbero poi stati riciclati anche all’estero nell’edilizia, nel movimento terra, nelle scommesse e nella ristorazione.

 

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