Le anomalie di un processo

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I fratelli Filippo e Giuseppe Graviano

di Giuseppe D’Avanzo (www.repubblica.it/…)

Nell’aula risuonano i tre "no" tondi e secchi di Filippo Graviano. "Conosce Marcello Dell’Utri?", chiede la Corte. "No!", risponde. "Ha mai incontrato Marcello Dell’Utri?". "Assolutamente no!". "Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell’Utri?". "No!". I tre "no" rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che "siamo alle comiche". Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del Cavaliere. Con buone ragioni, se l’affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell’abitudine tutta siciliana all’omissione, all’ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell’Isola.

Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di "essersi messo il Paese nelle mani" forte delle promesse di Berlusconi ("quello di Canale 5") e di Dell’Utri ("il paesano"). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono. Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese. La Corte d’appello deve decidere se Marcello Dell’Utri sia stato "punto di riferimento" costante nel tempo, per gli affari e gli interessi di Cosa Nostra.

Ogni processo, spiegano i giuristi, è racconto. I protagonisti (l’accusa, l’imputato, i testimoni, gli avvocati, i giudici) offrono una loro "narrazione" che consente di comporre e dotare di senso eventi frammentari e informazioni sparse o, come scrive Michele Taruffo, di fare un mosaico con un mucchio di pezzi di vetro colorati. Negli anni, l’apertura del dibattimento nel processo d’appello ha incluso tutte le possibili "narrazioni" e punti di vista. Si conosce la narrazione mafiosa, interna a Cosa Nostra, giudicata veritiera dall’accusa. Per stare all’essenziale. Marcello Dell’Utri è stato l’uomo della mafia siciliana a Milano, dove sono state impiegate le ricchezze accumulate dall’organizzazione negli anni da vacche grasse del traffico degli stupefacenti. Si conosce la "verità" processuale che oppone Marcello Dell’Utri. È vero, ho conosciuto Vittorio Mangano, mafioso.
È vero, ho proposto e ottenuto per lui un lavoro nella villa di Berlusconi ad Arcore, ma non ho nulla a che fare con Cosa Nostra e i suoi affari anche se, qualche volta, mi sono trovato seduto a tavola con uomini che non sapevo fossero mafiosi. Si conosce la "storia" ricostruita dai giudici di primo grado che hanno condannato il senatore a nove anni di carcere. È in questo quadro già definito che un procuratore generale, inadeguato al suo compito, decide di riversare il "racconto" di Gaspare Spatuzza. A processo di fatto concluso, è un’anomalia per tre buone ragioni.
La prima è la qualità della testimonianza del mafioso diventato testimone dell’accusa. È un "quadro" di Cosa Nostra, esperto di assassinii e bombe, non un capo. Non si muove sulla linea di confine dove la mafia incontra lo Stato e la politica. Non può riferire quel che direttamente sa o ha saputo o organizzato e controllato, ma soltanto quel che altri (Giuseppe Graviano) gli hanno riferito. Sono parole che non sono sostenute né da altre testimonianze né da verifiche esterne (seconda anomalia). Quindi, come qui è stato già scritto, sono parole non convalidate per ora né da riscontri "intrinseci" né "estrinsechi", come richiede la Cassazione. Gettarle nell’agone di un processo così improvvidamente ha un doppio esito, del tutto anomalo (e siamo a tre). Come è chiaro oggi, i ricordi di Spatuzza raccolti in tempi diversi, da procure diverse, prive di alcun coordinamento, anzi spesso in sospetto l’una per il lavoro dell’altra, sono apparsi vaghi e variabili. La testimonianza di Spatuzza (ma non ci voleva un mago per prevederlo) è stata inutile nel processo contro Dell’Utri. E, così prematuramente disvelata, sarà (non ci vuole un mago per prevederlo) presto inutilizzabile per avviare una seria indagine sui mandanti delle stragi del 1992/1993 "esterni a Cosa Nostra".

Silvio Berlusconi, sempre così critico nei confronti della magistratura, dovrebbe compiacersi della dilettantesca disinvoltura togata che gli ha offerto l’opportunità di essere accusato di comportamenti spaventosi nello stesso momento in cui quelle accuse si rivelavano mediocri, prive di vita, e si sgonfiavano come un soufflé mal cucinato. Gli è stato agitato contro – e in pubblico – uno spauracchio che, alla resa dei conti, si è dimostrato di pezza evitando così di farne, nella segretezza del lavoro istruttorio, uno minaccioso strumento di scavo. Se non fosse troppo provocatorio notarlo, si potrebbe dire che la magistratura con la sua disorganizzazione, con le ossessioni autoreferenziali di troppi uffici del pubblico ministero, con la fragilità di chi teme di essere sconfitto dalla sentenza prossima, ha lavorato come un Ghedini qualsiasi per l’immagine del Cavaliere e le sue fortune consentendogli di cavarsi da un angolo che avrebbe potuto diventare pericoloso, con il tempo e una buona indagine. Anche la posizione di Marcello Dell’Utri ne ricava degli utili. L’arrivo di Spatuzza, per la comunicazione e quindi per la politica, trasforma il processo contro il senatore nel "processo Spatuzza" come se il mafioso di Brancaccio diventato testimone fosse la sola e unica fonte di prova dell’accusa liquidando così l’insieme di fatti, prove, testimonianze che il giudice di primo grado ha definito non soltanto plausibili, ma una veridica dimostrazione probatoria.

Polemiche a parte, la testimonianza di Spatuzza ha avuto finora soltanto l’esito di stiracchiare un dibattimento che non ha più nulla da raccogliere o raccontare, di trasformarlo in un processo infinito diventato spettacolo noioso a interpretazioni fisse: la Corte appare sempre più ostile alle ragioni dell’accusa (le smorfie, i gesti, i sorrisi quasi di censura di un sapientissimo giudice a latere ne sono l’indizio più lucido); il procuratore chiamato a rappresentare l’accusa appare sempre più impreparato, inadeguato, in affanno, quasi rassegnato; la difesa gioca di rimessa nella consapevolezza che i tempi lunghi lavorano a favore dell’imputato. Forse è giunto il tempo – come chiede Dell’Utri – di chiudere, in un modo o in altro, questo processo che può soltanto avvelenare un clima politico, già consapevolmente attossicato dalle iniziative del capo del governo, senza aumentare di un palmo né la qualità delle prove dell’accusa né la coerenza delle ragioni della difesa.

Anche perché – lo si può dire con ragionevole certezza – alla "storia" del processo mancheranno le decisive "narrazioni" di Berlusconi e di Giuseppe Graviano. L’uno e l’altro sempre si avvarranno della facoltà di non rispondere. Berlusconi, che già lo ha fatto in primo grado, anche a costo di affossare l’amico per occultare i suoi primi passi d’imprenditore. L’altro – il mafioso – per continuare il suo ricattatorio "dialogo" con interlocutori senza volto.

Giuseppe Graviano, silenzio che parla. "Quando starò bene risponderò".

Il fratello di Filippo Graviano, la mente stragista di Brancaccio, non ha voluto deporre in aula. Ma con il suo fax ha lanciato un messaggio

di Attilio Bolzoni

Chi parla tace. E chi tace parla. Sono le voci che vengono da Brancaccio. È la trama dei "Graviano & Graviano", il fratello buono e il fratello cattivo, il molle e il duro, la coppia più mafiosa di Palermo che gioca l’ultima spericolata mano intorno al senatore Marcello Dell’Utri. Dicono e non dicono, conoscono e non conoscono, ricordano e non ricordano. A volte alludono, a volte minacciano. Più con il silenzio che con le parole. È la più sofisticata rappresentazione mafiosa andata in scena negli ultimi anni, un gioco di specchi, la dissociazione morbida di Filippo e il castigo del 41 bis che sopporta Giuseppe, il primo che parla del suo "percorso di legalità" e smentisce di avere mai incontrato il senatore, l’altro che fa l’irriducibile ma intanto fa capire che prima o poi se la potrebbe "cantare".

Una mossa e l’altra mossa, l’incastro con "il fraterno amico" Gaspare Spatuzza "che ha fatto le sue scelte", un labirinto siciliano, una tela di ragno. Forse c’è da ripassare qualcosa nel racconto fatto fino ad ora sui fratelli Graviano di via Conte Federico, la strada della morte, un budello di poche decine di metri dove – fra la primavera del 1981 e l’autunno del 1983 – in cento ne morirono "sparati". Forse c’è da vederli ancora più da vicino questi due fratelli che avevano scelto Milano per la loro latitanza, lontani da Palermo, lontanissimi da Brancaccio e dal loro esercito di sicari che li adoravano come degli dei e Giuseppe lo chiamavano Madre Natura. Il buono e il cattivo, Filippo e Giuseppe. La mente finanziaria e la mente stragista. Quello che "è cambiato" e quell’altro che non cambierà mai. Fratelli. Fratelli di sangue e fratelli nella guerra che hanno combattuto sino alla fine al fianco di Totò Riina senza avere mai avuto uno solo dubbio (li avevano perfino quei macellai dei Ganci della Noce e Totò Cancemi di Porta Nuova, i più fedeli ai Corleonesi) o un solo rimorso. Cominciamo dal primo, da quello che "da circa dieci anni ho messo al primo posto nella mia scala di valori il rispetto delle regole e delle istituzioni". Gli piace definirsi un danneggiato collaterale, uno che ha pagato il conto per colpa dell’altro, suo fratello. Ricostruisce in poche parole la sua storia con la giustizia: "Mi hanno arrestato nel gennaio del 1994, avrei dovuto scontare soltanto una pena di quattro mesi ma, tre giorni prima della mia scarcerazione, mi sono arrivati addosso tutti gli ordini di cattura".
Tutte le stragi. Capaci. Via D’Amelio. Quelle di Firenze e di Roma e di Milano. Lui, che i pentiti l’hanno lasciato sempre quasi ai margini. Lui, che aveva solo l’ossessione degli affari. Lui, che voleva fare solo soldi. Filippo data ancora con più precisione i giorni della sua trasformazione umana, "fra il 2002 e il 2003 quando ho inviato una lettera al procuratore Sergio Lari, perché sentivo il dovere civico di mettermi a disposizione". Parla ancora di regole e di legalità, però avverte: "Non ho mai cercato scorciatoie per ottenere chissà cosa dai magistrati". Dice che non si è voluto mai pentire.

Probabilmente Filippo Graviano non si pentirà mai. Non vuole farlo e non ha interesse a farlo. Aspetta. Spera in un futuro migliore. Spera in Gaspare Spatuzza che non l’ha trascinato nelle stragi, spera in altri come Spatuzza che magari arriveranno ancora. Spera nella revisione del processo per l’uccisione di Paolo Borsellino. E, a cascata, in tutti gli altri processi. Vede una luce il danneggiato collaterale, non ha bisogno di accusare nessuno Filippo Graviano. E smentisce tutto ciò che può smentire: "Non conosco Marcello Dell’Utri. Non ho avuto contatti né diretti né indiretti con Marcello Dell’Utri". Dice ancora: "Per le mie scelte decido io: non decide né Spatuzza né mio fratello Giuseppe". Filippo Graviano oggi è un mafioso che si ritrova in una posizione di privilegio. Filippo Graviano è in attesa degli eventi, pronto a sfruttare tutto quello che "giudiziariamente" gli può venire incontro. E’ il fratello cattivo che è alle corde, seppellito da ergastoli dai quali difficilmente si potrà mai liberare. Giuseppe Graviano non parla "perché il mio stato di salute non mi consente di rispondere all’interrogatorio". Però fa sapere: "Quando potrò informerò la Corte".

E’ il messaggio. E’ il silenzio che diffonde la minaccia e la paura. Come quell’altro messaggio che aveva voluto lanciare ai magistrati di Firenze, che lo interrogavano sulle stragi: "Io sono disposto a parlare… io sono disposto a fare confronti… se noi dobbiamo scoprire la verità io posso dare una mano d’aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti… e sono sempre innocenti questi… ve la faccio dire io da chi sa la verità". Giuseppe Graviano, dal carcere di Opera in videoconferenza, "si avvale della facoltà di non rispondere". Ma si racconta in tre pagine che consegna alla corte, via fax. Chiede che "il suo memoriale" venga letto in aula, il presidente del Tribunale nega l’autorizzazione. Sono tre pagine sul carcere duro, solo sul carcere duro: "… In anni 16 di detenzione ho espiato più di 10 anni di isolamento e la legge dà come tetto massimo anni 3… ancora continuo a rimanere con videosorveglianza anche di notte in camera e nel bagno… non mi consegnano nemmeno il vestiario per venire in questo processo… mio figlio di anni 12 chiede perché non ci possiamo scambiare baci e carezze… c’è un accanimento ingiustificato". Poi ricorda i disturbi alla tiroide, i mal di testa, le malattie delle pelle.

L’annuncio alla fine: "Quando il mio stato di salute me lo permetterà, sarà mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste". E’ il suo proclama contro il 41 bis. E’ la sua deposizione. Quella che non ha voluto fare a voce. Giuseppe Graviano ha detto di più, molto di più di suo fratello Filippo. Sono voci che vengono da Brancaccio, Palermo.

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