Il prof della legalità: “Non lasciatemi solo fra queste bombe”

Da trent’anni denuncia il malaffare e le relazioni pericolose di Molfetta

fonte:  di CHIARA SPAGNOLO – http://ricerca.repubblica.it

Trent’anni di denunce sul malaffare di Molfetta, gli intrecci perversi fra i colletti bianchi e la criminalità, l’abusivismo commerciale ed edilizio, lo scandalo del porto. Trent’anni e almeno altrettanti esposti alla magistratura e processi in cui il professore 6Ienne Matteo d’Ingeo (ex consigliere comunale, già candidato sindaco e fondatore del movimento civico “Liberatorio politico”) ha partecipato come parte civile, raccontando fatti, producendo documenti, delineando scenari a tratti inquietanti. E subendo intimidazioni. Una dietro l’altra, ormai talmente tante che non le ricorda più. A meno che non si tratti di roba eclatante, come la bomba che nella notte tra venerdi 15 e sabato 16 giugno è stata piazzata davanti alla porta di casa, al primo piano di un condominio nel centro di Molfetta, di cui è stato forzato il portone. II boato è stato fragoroso, al punto che i due anziani dirimpettai a distanza di ore non riuscivano a superare lo shock.

La porta blindata è andata distrutta, cosi come i vetri delle finestre degli studi legali che si trovano nello stesso stabile. Subito dopo l’esplosione è cominciato il rito dei rilievi e dell’ascolto in caserma, dove i carabinieri si sono soffermati su alcune delle questioni più calde trattate da d’Ingeo negli ultimi mesi: il porto innanzitutto, con il processo che coinvolge l’ex sindaco (ed ex senatore di Forza Italia) Antonio Azzollini, in cui d’Ingeo è costituito parte civile e la cui udienza si è tenuta lunedì 18 scorso; le
denunce sui giostrai e le presunte collusioni con la criminalità organizzata; quelle sulla possibile incompatibilità del consigliere comunale Pino Amato, coinvolto in un processo per voto di scambio e assolto per prescrizione. E poi i numerosi articoli pubblicati nel blog del “Liberatorio politico” sulle questioni ambientali, sulle autorizzazioni ai locali rilasciate dall’amministrazione comunale, sull’uso del suolo pubblico da parte dei commercianti ambulanti. Furono proprio due ambulanti, nel 2014 e nel 2016, ad aggredire d’Ingeo in mezzo alla strada, dopo averlo ripetutamente insultato e minacciato, finendo poi sotto processo e condannati.

Ma alle botte e alle parole grosse il professore e quasi abituato, visto che metà della sua vita l’ha trascorsa cosi: tra denunce e minacce. Fin dal lontano 1992, quando l’omicidio del sindaco Gianni Carnicella — avvenuto il 7 luglio davanti al Comune — lo trasformò in un guerriero della cittadinanza attiva. Per primo nacque I’Osservatorio 7 luglio sull’illegalità diffusa, poi nel ’94 fu consigliere comunale durante l’amministrazione di Guglielmo Minervini, nel 2006 tentò la candidatura a sindaco, nel 2013 si candidò a sostegno di Paola Natalicchio e non venne eletto per appena due voti. In concomitanza con l’impegno politico ha portato avanti la militanza civile, fondando il presidio di Libera (l’associazione contro le mafie presieduta da don Luigi Ciotti) e poi, net 2006, il Liberatorio, che oggi agisce grazie a uno zoccolo duro di una decina di attivisti e al sostegno più tiepido di alcune centinaia di cittadini. «Ho firmato decine di denunce e non mi sono mai pentito — racconta d’Ingeo — Ma non posso continuare da solo, perchè più d’uno vorrebbe costringermi al silenzio, e l’isolamento  costituisce il primo pericolo». Quello che le forze dell’ordine non hanno mai sottovalutato, assegnandogli una tutela di primo livello che potrebbe però essere innalzato alla luce dell’ultima bomba. «E’ una persona coraggiosa, che si e sempre esposta senza paura — commenta l’ex sindaca Paola Natalicchio — Siamo preoccupati per ciò che è accaduto, perchè mostra che sotto la finta pacificazione della città continua ad agitarsi un tessuto che purtroppo sembra essere molto infiltrato da parte della delinquenza». 

 

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