Il fallimento del centrosinistra “biodiverso”

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Paola Natalicchio ha ribadito con forza che “le sue dimissioni non sono state una diserzione perché è rimasta, fino all’ultimo giorno, fedele al patto del 2013; non c’erano più le condizioni politiche per mantenere l’orgoglio della differenza e della discontinuità con il passato”. E’ stata “un sindaco di garanzia, senza tessere di partito in tasca ed equidistante dai partiti della coalizione. Con le sue dimissioni, decise in un clima di “malapolitica” e alimentato da diserzioni, sabotaggi e boicottaggi, si assume tutte le responsabilità politiche di non aver saputo tenere coeso un centrosinistra “biodiverso”, fuori dalle logiche delle contiguità, dei favori e dell’illegalità…”.

Invece molti cittadini che le hanno dato fiducia nel 2013 pensano esattamente il contrario. Già con il primo rimpasto aveva dimostrato la poca coerenza rispetto a quanto dichiarato in piazza: “Non abbiamo nessuna intenzione di fare il rimpasto di Giunta, perchè io impasto solo la focaccia. Perchè la mia Giunta sta facendo bene“.

Queste le parole del sindaco Natalicchio nel febbraio 2014. Dopo qualche mese però la “focaccia” l’ha fatta, e il rimpasto pure. E il nuovo “rimpasto” l’ha rifatto nell’estate 2015 con la sceneggiata delle prime dimissioni. Basterebbe solo questa parte di narrazione per dimostrare che la “ragazza inesperta”, come lei spesso amava definirsisi, aveva un concetto di coerenza molto elastico; perfino quando dice di essere stata equidistante dai partiti della coalizione, mente spudoratamente. Quando si è schierata apertamente per Guglielmo Minervini in fuga dal PD – e lo ha seguito come un’ombra inquieta nella sua campagna elettorale, con spirito di riconoscenza e opportunismo politico – commette un imperdonabile errore politico, che ha prodotto i primi malumori all’interno della sua coalizione.

Ma il peccato originale di Paola Natalicchio si consuma a marzo del 2013 quando un gruppo di cittadini del  “Liberatorio Politico” invia una lettera aperta alla “candidata Sindaca Natalicchio” e tra le altre cose le chiedeva:

Il segnale forte da dare alla città, siamo convinti, non può prescindere dall’adozione di un codice etico nella scelta delle candidature per la futura classe dirigente che non si limiti all’esclusione di chi ha partecipato alle giunte di Azzollini, ma si estenda a chiunque negli ultimi 30 anni abbia ricoperto importanti cariche di governo e gestione amministrativa (sindaci, assessori, presidenti di Consiglio, dirigenti, responsabili di aziende e/o municipalizzate, revisori dei conti, ecc.). Un processo necessario questo per ridare fiducia al paese e mostrare il cambiamento nei fatt,i più che nelle parole.”

Il 16 Marzo del 2013, lei risponde: “Mi chiedete un’operazione di pulizia delle liste che sosterranno la mia candidatura, che nelle sue intenzioni è pienamente comprensibile.

Ma estendere un veto alla partecipazione nelle liste agli ultimi trent’anni di vita amministrativa cittadina mi sembrerebbe una scelta francamente inopportuna, perché significherebbe liquidare frettolosamente e in blocco anche esperienze di “governo progressiste” che io in passato ho sostenuto. E dunque è questa per me una richiesta inaccettabile. Non credo che la gestione Azzollini sia assimilabile a quelle precedenti né credo che possiamo fare un unico fascio d’erba di un trentennio di esperienze amministrative…”.

Le conclusioni sono molto semplici. Non si può sputare, oggi, nei piatti da 600 voti che sono stati utili ieri. Scaricare sul PD le responsabilità di un fallimento politico è un film già visto. La coerenza, è vero, non è un valore alla portata di tutti.

Il popolo del “centro-sinistra biodiverso”, se esiste ancora, invece di pensare alle improponibili primarie, cominci a fare una seria riflessione sull’obiettivo mancato di questi ultimi tre anni, che andrebbero aggiunti ai precedenti trenta, per guardare avanti e costruire con forze nuove la classe dirigente futura.

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