Convegno 25° anniversario omicidio Gianni Carnicella 6.7.2017 – Seconda parte

In attesa di conoscere altre verità sull’omicidio di Gianni Carnicella, quest’anno il Liberatorio ha scelto una formula diversa per onorare la sua memoria; oltre il rituale aggiornamento storico, è stato presentato il libro “Sangue Infame” (Come nasce una mafia) scritto dal molfettese Nicola de Ruvo.

Non è un libro che racconta la storia di Gianni, “Sangue Infame” è una narrazione dei nostri tempi e non sembra una storia di fantasia.  Le vicende dei protagonisti sembrano essere ambientate nel mezzogiorno d’Italia, in una città molto simile a Molfetta; gli odori, gli orizzonti e i colori sono gli stessi, e chissà forse anche quel sistema mafioso strisciante non scritto, non detto, che ci avvolge quotidianamente come una coperta protettiva  che ci rende sempre più indifferenti all’illegalità diffusa che ci sta travolgendo. La mafia tende a essere una coperta che copre anche chi non la vuole.

La mafia è nei gesti quotidiani, nell’operato di un giudice che su intercessione del notabile di turno archivia un procedimento a carico di quest’ultimo invece di rinviarlo a giudizio; la mafia è nel comportamento di un dirigente comunale che ti nega l’accesso agli atti di un permesso a costruire perché nasconde un illecito commesso dallo stesso a favore di un terzo favorito; atteggiamento mafioso è quello di un pubblico ufficiale che, a richiesta del galantuomo di turno, non sanziona reiterate violazioni ai regolamenti comunali commesse da quest’ultimo. 

La mafia si esprime in diversi modi, ma non per questo cessa di essere tale. 

Il termine “mafia”, senza riferimento ad organizzazioni come Cosa Nostra, ‘Ndrangheta o altri clan localmente denominati con i nomi delle famiglie che ne hanno il comando militare, finisce così per inquadrare qualunque forma di malaffare politico-amministrativo che abbia in sé connotati tali da costituire un reticolo clientelare finalizzato al conseguimento di vantaggi economici e prestigio politico-sociale

La novità del libro, non come espediente e surrogato dell’impegno, ma come ulteriore testimonianza che l’impegno deve lasciare un segno di memoria alle future generazioni; alle stesse, e non solo a loro, è stata negata da sempre la memoria con un’epigrafe su quella dannata scalinata dove avvenne l’omicidio del sindaco. La politica, la burocrazia, la chiesa, i parroci, le confraternite, chissà chi ha sempre osteggiato la memoria di Gianni con il diniego all’esposizione dell’epigrafe. …

Qui cadde sotto il fuoco di un fucile a canne mozze il Sindaco Gianni Carnicella

7 luglio 1992

 …”Resta la consolazione che a cadere sia stato un uomo onesto. Un amministratore coraggioso che stava dando chiari segni di inversione di marcia su certe arroganze consolidate.

Un servo della città, alle cui leggi non ha voluto disobbedire”… 

                                                                                             don Tonino Bello

Ancora più del passato non ci rimangono segni di memoria, la politica ufficiale è impegnata nelle acrobazie di ingegneria elettorale fatte di numeri, perdendo di vista l’etica e l’essenza stessa della politica. E se dal ’92 ad oggi tutto ciò è accaduto perché non si è stati sufficientemente attenti, vivi e attivi per opporci al decadimento morale e politico.

Riprese video e foto di Cosimo Marino e Alfonso Balducci 

Convegno 25° anniversario omicidio Gianni Carnicella – 6.7.2017 – Prima parte

 

 

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